La penuria di preti al tempo del “mi sembra”

Si parla tanto di calo delle vocazioni senza chiedersi il “perché”. Qualche suggerimento a partire da Chesterton e Giussani

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Caro direttore, constato che vi sono molte autorità della Chiesa cattolica che, preoccupate per la mancanza di sacerdoti, pensano di potere rimediare al problema rendendo possibile il sacerdozio a fedeli sposati oppure di aprire tale possibilità anche alle donne. Pare che uno dei temi principali affrontati nell’attuale Sinodo sull’Amazzonia sia proprio questo. E pare che sarà all’o.d.g. del prossimo Sinodo della Chiesa che si trova in Germania. Comunque, al di là dei Sinodi, si tratta di un problema che molti ecclesiastici si pongono anche in eventi non straordinari. Personalmente, non voglio entrare nel merito di tale problema, perché non è di mia stretta competenza, anche se ho le mie idee in proposito.

Voglio pormi, invece, un altro problema, che mi pare molto sottaciuto, se non ignorato. In questo periodo l’ho visto affrontato, durante una intervista, solo dall’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro. Voglio, cioè, chiedermi: “Ma perché maturano così poche vocazioni sacerdotali?”. Perché tanti monasteri si stanno svuotando? Perché tante benemerite strutture cattoliche stanno chiudendo a causa del vertiginoso calo di vocazioni sia femminili che maschili?

Un qualsiasi sociologo potrebbe sbizzarrirsi nel rispondere a tali domande e molte risposte già le conosciamo: la trasformazione dell’intera società in senso individualistico e praticamente ateo, il prevalere di una cultura radicale che ha trasformato l’uomo in una sorta di Dio onnipotente, un conformismo neo-pagano, e così via. Ma queste risposte non mi bastano.

In questi giorni, dei carissimi amici mi hanno regalato un libro del grande Chesterton che non avevo ancora letto e cioè Il pozzo e le pozzanghere (Lindau). A pagina 24, G.K.C. cita un prete anglicano convertitosi al cattolicesimo, padre Ronald Knox, il quale «nella sua satira contro il modernismo, ha descritto la colta vaghezza della maniera oxfordiana la quale… “temperando lo zelo del credente, eliminò ‘io credo’ e scrisse ‘mi sembra’”». Mi pare che anche in tanta Chiesa del mondo occidentale esista la “colta vaghezza” che caratterizzava la decadenza di Oxford e che anche in essa molti chierici e laici siano soliti esprimersi, nel dialogo mondano e comunitario, con un “mi sembra”, piuttosto che con un certo “credo”. Si è più accettati nella società di oggi se si esprimono dubbi o “certezze incerte” che non quando, senza avere vergogna di Cristo, si afferma che Egli è morto e risorto, esattamente come facevano i primi cristiani: non a caso molti di essi sono finiti martiri.

Soprattutto in una società già “incerta” di per sé, come può convertire a Cristo una proposta che perpetui il relativismo imperante, confermandolo? Soprattutto un giovane, come può entusiasmarsi e intravedere la possibilità di donare la vita per un grande ideale, se ciò che gli viene proposto è pieno di ma, di però, di “mi sembra”?

Personalmente, sono entrato veramente nella Chiesa cattolica perché mi sono convertito a Cristo attraverso un persona, il Servo di Dio don Luigi Giussani, il quale così iniziava il primo dei suoi libri che descrivevano l’esperienza di Gioventù Studentesca: «Il richiamo cristiano deve essere: -deciso come gesto, – elementare nella comunicazione, – integrale nelle dimensioni (cultura, carità, missione), – comunitario nella realizzazione».

E, per descrivere il primo punto così scriveva: «La prima condizione per raggiungere tutti è una iniziativa “chiara” di fronte a chiunque… ad un certo momento occorre porsi di fronte ai problemi seri, non solo nell’ambito interiore della propria coscienza, ma anche nel dialogo con gli altri». Ed a questo punto ricordava le severe parole di Gesù: «Chi avrà avuto vergogna di me di fronte agli uomini, anch’io avrò vergogna di lui di fronte al Padre mio».

Questo tratto “deciso” di don Giussani (certo del Credo e non del “mi sembra”) ha aiutato lo Spirito a far nascere migliaia di vocazioni alla vita nella castità, nelle sue varie forme, ed anche serie vocazioni a formare famiglia.

Tutto questo mi fa pensare che tra le cause del calo delle vocazioni sacerdotali vi sia anche un eccesso di incertezza degli uomini e delle donne di Chiesa, che lasciano gli interlocutori fermi dove sono, invece che muoverli verso cose grandi, rendendo così inutile l’invito di san Giovanni Paolo II al “duc in altum”. Un tran tran cattolico piccolo borghese non può produrre grandi “chiamate” a vivere una vita piena e avventurosa per Cristo. Se si ha vergogna del “credo” cattolico, come si può sperare di arruolare operai per la grande vigna che è il mondo?

Con molta umiltà, penso che anche i nostri Pastori, prima di cercare le soluzioni organizzative per sostituire i sacerdoti mancanti, dovrebbero porsi la domanda del perché le vocazioni mancano. Forse, seguendo quello che è successo nei “movimenti”, si potrebbe dare nuovo impulso al maturare di vocazioni. Là dove si è verificato un richiamo “integrale”, le vocazioni sono maturate, anche in questo tempo così nichilista e disperato.

Peppino Zola

Foto Ansa