La morte non è dolce nemmeno per chi la dà. L’impossibile lieto fine dell’eutanasia

Yves de Locht riceve richieste da pazienti che vogliono morire tutti i giorni. Ne ha accontentati più di cento. Ma non riesce a farlo più di una volta al mese

Il dottor Yves de Locht mostra una fialetta, «iniettiamo questo nella vena del paziente e in meno di un minuto se ne è andato, cade addormentato e alla fine muore. Senza sofferenza, non c’è dolore, si addormenta». La Bbc ha trascorso qualche giorno insieme ad uno dei medici più celebri del Belgio, autore di Dottore, dammi la mia libertà, una libertà che sognano tutti i francesi a cui ha potuto dare l’eutanasia nella sua patria, il Belgio. Pazienti come Alain, uno dei protagonisti del video della Bbc. Alain ha la Sla e ha viaggiato per 700 chilometri a bordo di un’ambulanza insieme ai suoi due figli per incontrare de Locht. «Non si può curare tutto, dobbiamo accettarlo. E quando non possiamo più curare il nostro compito è alleviare il dolore dei pazienti». De Locht non sta parlando di cure palliative, ma di «andare fino in fondo»: è questo il lavoro di un medico, spiega, prima di ricevere Alain e i suoi due giovani figli. E di mostrare alle telecamere cosa significa andare fino in fondo.

«È MALATO, NON PUÒ ESSERE CURATO»

«Così lei vorrebbe una eutanasia da me o un altro dottore belga in tempi brevi, giusto?». Alain risponde sicuro che è così, che pensa di richiederla appena «perderò la capacità di comunicare e di muovermi». Ha una sola domanda, «possono essere presenti i miei ragazzi?». Il medico spiega che spetta al paziente decidere chi sarà presente durante l’eutanasia, che i suoi figli avranno il diritto di accontentarlo o meno, «prenderemo una stanza in ospedale, circa la metà di questo ufficio…», la famiglia si guarda intorno, «di solito sono presenti uno o due famigliari». Al termine del colloquio de Locht spiega che Alain soddisfa tutte le condizioni richieste, «è seriamente malato, non può essere curato e la sua sofferenza non può essere alleviata». II francese torna a casa soddisfatto con la certezza che potrà richiedere l’eutanasia in qualsiasi momento.

«IO NON UCCIDO. LA MIA È L’ULTIMA CURA»

Lo scorso anno, in Belgio, 2.357 persone sono morte così, con la somministrazione in vena di un farmaco iniettato dai medici. Nel Regno Unito quello che fa de Locht potrebbe valergli la condanna all’ergastolo per omicidio. Il medico non si capacita: «Io non lo chiamo “uccidere un paziente” ma “accorciare” la sua agonia, la sua sofferenza. Io fornisco l’ultima cura, non sto uccidendo un paziente». «Mi piace il termine “ultima cura”. È una cura richiesta dal paziente dopo lunghi periodi di sofferenza e agonia» ha spiegato in una intervista lo scorso 28 maggio a Le Télégramme. «Ci sono tre condizioni fondamentali da rispettare, bisogna saper scrivere: “Chiedo l’eutanasia”. Nessuno può farti questa domanda, la richiesta deve essere fatta dal paziente in pieno possesso delle sue facoltà. Qualora non fosse più in grado di scrivere, ma conservasse ancora le sue facoltà intellettive, qualcuno potrebbe farlo al suo posto, col certificato di un medico. Inoltre il paziente deve soffrire di un male grave e incurabile, malattie o paralisi in seguito a un incidente. La terza condizione è che abbia una sofferenza fisica o psichica. Queste sono le tre condizioni “di base” per aprire un caso in Belgio». Da quando l’eutanasia è legale nel suo paese, il medico ha ucciso oltre 100 persone, moltissimi francesi. Parlando a le Parisien ha anche definito ipocriti i colleghi di Francia che ricorrono, anche se su richiesta del paziente, alla sedazione profonda e continua (è il caso, non dimentichiamolo, di Vincent Lambert), «il modo in cui questa sedazione viene praticata può durare quindici giorni senza che il paziente sia in grado di mangiare o bere … Ciò può causare sofferenza. Da noi, questo si fa rapidamente con un’iniezione di barbiturici».

LOUISE E L’ALBUM DEI PAZIENTI

Louise a 79 anni gode di buona salute, ma ha chiesto appuntamento con de Locht perché vuole esser sicura di potere ottenere l’eutanasia quando riterrà opportuno «Tutti dobbiamo morire, ho il diritto di chiedere un fine vita di qualità». Aggiungendo «non voglio morire in qualche posto che odora di piscio». La prima eutanasia Yves de Locht l’ha data circa dieci anni fa a un prete belga, colpito dal morbo di Parkinson: «Conoscevo questo prete – racconta il medico a l’express -, ero legato a lui, c’era l’emozione di lasciare qualcuno che amavo molto, l’emozione di una prima volta, non è stato facile. Da allora ce ne sono stati così tanti». Non sempre è riuscito ad “andare fino in fondo” e non sempre per ragioni mediche, qualche volta ha spiegato ad amici e parenti che non poteva essere lui a eseguire l’eutanasia, «siamo costretti a scegliere visto il numero delle richieste. Cerco di accettare quelle dei malati più gravi». Nel video della Bbc sfoglia diversi album in cui ha raccolto foto e raccontato alcune storie dei suoi pazienti, come quella di Katia, «comunicava con me attraverso un computer, digitava le lettere con gli occhi, ed è riuscita a scrivermi questa frase, “grazie per avermi sollevata, sono stanca”. Sono rimasto molto impressionato».

LA NOTTE PRIMA DELLA MORTE DI MICHEL

La notte prima di ucciderlo, il medico va a trovare Michel, 82 anni, ex capo di polizia che soffre di un cancro alla mascella, «non potere immaginare come mi sia sentito sollevato dopo essere venuto a Bruxelles e aver incontrato il dottore», spiega l’uomo accanto alla moglie. «Volevo salutarti, sapere se hai cambiato idea» dice il medico. «Non c’è pericolo». Il giornalista chiede all’uomo se allora questa sarà la sua ultima notte e lui annuisce convinto, «sarà fatto domani». E ancora: «Sono così grato». Dice che lui e la moglie hanno preparato ogni cosa, a differenza di quanto avrebbero potuto fare se fosse morto in un incidente.
Come nello straziante video girato tra Ángel Hernández e sua moglie María José Carrasco in una casa del quartiere di Saconia di Madrid il 2 aprile scorso, non manca nel video della Bbc la musica drammatica di sottofondo, l’inquadratura sulle mani del medico che stringe ora la fialetta del farmaco ora l’album con le foto e le storie dei suoi pazienti, l’assurda pianificazione di una morte asciutta.

«NON CE LA FACCIO PIÙ»

La mattina del 23 aprile de Locht esce dalla clinica, «è andata bene, senza intoppi». Il medico spiega che Michel ha ringraziato, è morto bene, e che le lacrime di moglie e figli del paziente lo hanno molto commosso. Quello che non spiega il video (pur sottolineandolo nel sommario), è che invece un intoppo esiste, sempre. Qualcosa che nemmeno il più drammatico spottone all'”ultima cura” riesce a curare: «Non ce la faccio più. Ho 73 anni. Non è possibile emotivamente, non posso farlo tutti i giorni». De Locht lo ha dichiarato più volte, non da ultima a Rtbf, Radio Télévision Belge Francophone, «ricevo così tante chiamate che quando vedo il prefisso francese apparire sul mio schermo, non rispondo». Ogni giorno gli viene rivolta almeno una richiesta di eutanasia, da donne e uomini di età compresa tra i 28 e gli 85 anni. Non esiste un lieto fine nel video della Bbc, non c’è album di foto e storie che riesca ad annacquare la certezza che quei pazienti non siano morti, ma siano stati uccisi dall’ultima cura del compassato dottor de Locht. Nemmeno quella frase sottopancia al video della Bbc che annuncia il decesso di Alain per “complicazioni respiratorie” nel febbraio 2019.