La Milano di Pisapia è ferma. A parte il registro per le coppie di fatto e il controllo di legalità, ci sono idee?

Mancano i soldi ma le proposte ci sono. Non sarà il minimalismo ecologico-umanitario né la fissazione giustizialista del «porre argine» a rilanciare un progetto di città che ancora non si vede

tempi-speciale-milano-2013-copertinaPubblichiamo l’editoriale di Luigi Amicone per lo speciale dedicato alla città di Milano in edicola con il settimanale Tempi da giovedì 30 maggio.

Venerdì 17 maggio, Repubblica e Corriere della Sera, le due maggiori testate nazionali, dedicano due ampi servizi allo stesso tema, Milano. Per il giornale debenedettiano la questione non è illustrare i risultati conseguiti dal famoso “vento del cambiamento” che due anni fa elesse sugli scudi di feste in piazza la giunta Pisapia. No. Come nelle pagine nazionali il suo sguardo aperto al futuro si avvita a ritroso, sulle agende rosse e sulle trattative Stato-Mafia (oh complotti e misteri! oh passato che non passa mai!), così, forse per evitare scomodi bilanci, la questione declinata al presente dal giornale debenedettiano è quella del «porre argine». Argine «alla delirante colata di cemento della giunta Moratti». Argine al «famigerato tunnel progettato ancora ai tempi della giunta Albertini». Argine alle «previsioni dissennate del pgt di Carlo Masseroli» (e siamo di nuovo alla Moratti di cui Masseroli fu assessore all’Urbanistica). Dov’è la notizia? Nel «non ci dormo di notte» di un’assessora all’Urbanistica che viaggia col freno a mano tirato e il cui più grande progetto di smart-city è lavorare «perché la residenza sociale trovi spazio nel futuro di Milano». Insomma, un de profundis. Per fortuna c’è chi, dalle parti di via Solferino, coglie ancora la realtà. Così, il Corriere della Sera ci informa di un fondo sovrano arabo (Qatar Holding) venuto a far shopping sotto la Madonnina. Ed è tutt’altra musica. «Architetture vertiginose. Milano proiettata verso l’Expo. Rigenerata nel tessuto e rimodellata nelle forme…».

Una lunga premessa per dire – come si documenta in questo numero speciale – che nulla è più distante dalla realtà che la negazione dell’anima di Milano. Proverbialmente dinamica e razionale. Dalla positività indomita e pratica. Istintivamente cattolica e perciò permeata di cultura del lavoro. Altrove, ma non qui, trionfa lo Stato ottocentesco. O lo spirito decadente di Bisanzio. Trionfano non il lavoro e la vita pratica, ma codici e codicilli che danno impiego alla funzione pubblica e producono una società smagata, alla greppia dell’assistenzialismo, vuota di impresa e colma di opacità clientelare. Tal che Milano non si rassegna all’ineluttabile. Non c’è crisi che la possa atterrare.

Ciononostante, essa è oggi costretta non soltanto ad affrontare una drammatica fase congiunturale. Ma a battersi contro la china depressiva di un pensiero elitario, vecchio, artificioso. «Difficile – ci dice il presidente Ibm Nicola Ciniero – trovare un luogo più ricco di fattori favorevoli». Eppure? «Eppure a Milano manca la capacità di immaginare il futuro. Di stabilire priorità ed esigenze, di unirle grazie a una nuova intelligenza tecnologica. L’approccio che privilegia progetti scollegati è il difetto di fondo».

Ecco il punto: quando il giustizialismo caciarone resta sulla plancia di comando e continua a mancare la tanto svillaneggiata politica (che è appunto il mestiere di stabilire priorità e unirle in prospettiva della Polis), le energie sociali si sprecano, il motore economico gira a vuoto. E i cittadini si deprimono nel lamento, sbandano nel disorientamento, brancolano nell’anomia. Ci auguriamo che il sindaco Giuliano Pisapia (intervistato nello speciale, ndr), da persona seria qual è, comprenda che critici e oppositori possono essere talvolta migliori consiglieri di certi compagni di strada.

Detto ciò, aveva ragione l’attuale ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, quando alla vigilia delle recenti elezioni ammoniva: «Milano è ferma». Non fosse per il registro delle coppie di fatto e gay, i piani per i rom, il fermo dei lavori della metropolitana linea 4 e l’abolizione del bonus bebè in una città con un tasso di natalità mortifero, che altro di rilevante c’è da presentare come fiore all’occhiello del primo biennio di amministrazione col vento rosso-arancione in poppa? Ok. Anche a Milano “mancano i soldi” e le casse comunali languono. D’accordo. La giunta Pisapia deve far fronte a pesanti “disagi” interni. Caos nel Pd. Crisi del progetto politico “nichivendoliano”. Inattese procedure di commiato (il benservito allo stravagante assessore-architetto Boeri e la fuga “traditrice”, rispetto al progetto che lo aveva posizionato al comando dell’amministrazione economica, di Bruno Tabacci a Roma). Resta il fatto che l’immobilismo c’è e non sarà il minimalismo socio-ecologico-umanitario a rilanciare un’idea di città che ancora non si vede.

Perché, ci sono idee? Eccome. Basta saper ascoltare. Basta spulciare queste pagine. Vengono dagli edili che occuparono la piazza della Borsa. Dai commercianti che hanno molte osservazioni da fare sulla sterilizzazione del centro città e la riduzione della cerchia dei Navigli a un’oasi verde. Viene dalle periferie che chiedono servizi e sicurezza. Viene dalle manifatture e dagli immobiliaristi che invitano a riflettere sulla Detroit di Marchionne e le skyline che non sono “cementificazione”, ma bellezza che incarna un uso più appropriato e sostenibile del territorio. Insomma, c’è di che ascoltare e c’è da fare. Basta non barricarsi a difesa di visioni altere. Basta non sbandierare sempre e soltanto i pericoli (sommo, il “pericolo delle infiltrazioni mafiose”) come alibi per far niente. Come scusa per non prendersi responsabilità. Come assist alla magistratura per supplenze di governo che non le spettano. Insomma, dicono i milanesi, «fateci lavorare».