Il populismo trumpiano non ha spazzato via l’élite degli “esperti”. Anzi, ne ha creata una a sua immagine e militanza. Armata di retorica amico‑nemico e pronta a difendere dazi, muri e supremazia americana
Stephen Miller vicecapo di gabinetto della Casa Bianca e consigliere di Donald Trump per la sicurezza interna (Foto Ansa)
Per trent’anni la tecnocrazia occidentale ha funzionato come dispositivo di neutralizzazione del conflitto, incapsulando la politica in regole economiche, giuridiche e scientifiche: trattati internazionali, banche centrali indipendenti, corti sovranazionali, autorità regolatorie multilivello. In cambio di un ordine relativamente stabile, la cittadinanza accettava una riduzione della propria capacità di scelta, mentre l’élite della competenza si legittimava attraverso il sapere specialistico più che attraverso la rappresentanza. Questo equilibrio ha cominciato a incrinarsi con la crisi finanziaria del 2007‑2008, il fallimento delle guerre chirurgiche e l’esplosione delle disuguaglianze, aprendo spazio ai movimenti nazional‑populisti che hanno identificato nelle istituzioni della competenza il simbolo di una secessione delle élite rispetto alla società. Quando il consenso è evaporato, l’“ordine tecnocratico” ha smesso di apparire come garanzia di stabilità ed è diventato il bersaglio pri...
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