La maratona, la bomba, la fuga, i soccorsi. «E oggi sulla metropolitana di Boston un silenzio secco e profondo»

Dopo l’attentato alla maratona, le testimonianze a tempi.it di alcuni italiani in città: l’entusiasmo per la corsa, lo shock, la tensione per strada. «Oggi davanti al supermercato c’era un agente col mitra»

«Quando c’è stata l’esplosione ero in ufficio. Tutti ci siamo attaccati al computer a leggere cosa stava succedendo, e in poco tempo mi sono trovato da solo: la gran parte dei miei colleghi si era fiondata a casa». Voci da Boston, Massachusetts: ovunque in città le bombe esplose hanno seminato paura e tensione, consegnando la gente ad un vecchio terrore mai dimenticato, quello del terrorismo. Anche qui, ad Harvard, il centro universitario cittadino, distante dal luogo della tragedia più di 20 minuti a piedi. Dall’ateneo arriva la voce di Francesco Nordio, epidemiologo della Medical School, oggi rientrato al lavoro: racconta di una città che cerca di tornare alla normalità, «tra il silenzio secco e profondo della gente in metropolitana e le alte misure di sicurezza che ancora si colgono nelle vie».
Ma le scene viste ieri sono difficili da dimenticare, anche per chi, come lui, dal centro città c’è passato solo tre ore dopo l’accaduto: «Lo shock era evidente sulle facce di tanti. Qualcuno ancora gridava. Ma mi ha colpito anche un’altra cosa: ho incontrato un gruppo di ragazzi che erano euforici». Dopo la tensione della prima ora l’ansia andava stemperandosi in quel modo: «Chiamavano a casa: “Hey mamma, qui tutto bene, grazie!”».

SI CERCANO GLI AMICI, MA LE LINEE SONO OFF. Chi invece la maratona l’ha seguita è Niccolò de Carolis, laureando all’Università Statale di Milano, negli Stati Uniti per fare la tesi. A poche miglia dal traguardo era sceso in strada per vedere gli atleti passare; difficile resistere al clima di festa che accompagnava la maratona: la gente accalcata a bordostrada, l’entusiasmo di corridori e spettatori, i tifosi che riconoscevano i runner connazionali e si davano il cinque.
«Era il Patriot’s Day – racconta a tempi.it -, quindi in tanti erano a casa dal lavoro. Altri si erano presi le ferie per essere lì ad assistere a quell’evento». Poi l’esplosione: «Ero già salito in casa: in un attimo le strade sono diventate un via vai di ambulanze e polizia. Non capivamo cos’era successo, allora siamo corsi davanti al computer: non riuscivamo a credere che tutto fosse successo lì, a poca distanza da noi».
Poi è partito il tam tam di telefonate agli amici: i cellulari non rispondono, le linee sono staccate, ci si scrive via internet o su Twitter. «Non riuscivamo ad avere notizie da uno di loro: era a correre, e sapevamo che sarebbe passato dal traguardo più o meno in quel momento. Chiaramente non aveva con sé il telefono: dopo tre ore siamo riusciti finalmente a parlare con lui. Era tornato a casa a piedi». La preoccupazione per lui se ne va, anche se comunque poco da fare: la richiesta della polizia era che tutti rimanessero in casa, per cercare di riportare all’ordine il prima possibile le strade cittadine. «E pensare che, se non fosse stata chiusa per la festività, sarei proprio dovuto andare alla Boston Public Library: da qualche giorno sono lì a studiare alcuni documenti. Ora non so quando potrò tornarci».

IN SILENZIO DAVANTI ALL’I-PHONE. «Ciò che invece mi ha scioccato più di ogni cosa era vedere il silenzio con cui la gente scappava». Alessandro Villa si è trovato a correre in senso opposto alla marea di gente che fuggiva dal centro cittadino. Anche lui lavora ad Harvard, fa il dentista: non appena è girata la voce di quell’attentato è uscito dal lavoro per andare verso casa sua, che sta a poche centinaia di metri dal traguardo della maratona. «Andavo nel senso opposto alla massa: c’era smarrimento, tutti tenevano gli occhi appiccicati al telefono».
Si cerca un aggiornamento in più sull’accaduto, o il messaggio di conforto da un qualche caro. Ma in quella confusione c’era anche chi provava a venire incontro agli altri: agli incroci qualche passante s’improvvisa poliziotto per regolare il traffico, sopperendo alle mancanze degli agenti corsi sul luogo dell’esplosione. «Oggi il clima è certo più tranquillo, però la sorveglianza è ancora stretta: basti pensare che ieri negli ospedali non hanno fatto entrare nessuno fino a notte, eccetto medici e personale. I familiari, ad esempio, non potevano andare dai parenti. Oggi poi sono sceso per uscire al lavoro e sono passato davanti al supermercato: c’era fuori un agente col mitra».

@LeleMichela