La madre di Ciro Esposito, il ragazzo ferito a Roma: «Perdono chi ha sparato, ma non capisco perché lo ha fatto»

La famiglia del trentenne ferito prima di Roma-Fiorentina: «Io a questo punto posso solo pregare. Forse sono sbagliata ma io non lo odio. Siamo fratelli d’Italia, che sono queste cose?»

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Le notizie su quanto accaduto prima e durante le finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina rischiano di oscurare la piccola e grande testimonianza della famiglia di Ciro Esposito, il tifoso ferito sabato da un colpo di pistola. Operato alla colonna vertebrale al Policlinico Gemelli di Roma, il ragazzo è in condizioni stabili. Senza voler sminuire la gravità dei fatti o eventuali responsabilità da appurare (il ragazzo è stato arrestato con l’accusa di rissa), è però interessante mettere in rilievo le parole dei suoi familiari, innanzitutto preoccupati delle condizioni del trentenne.

TRIPLO MIRACOLO. «È stato un triplo miracolo», ha detto uno zio. «Mio nipote è arrivato al San Pietro tecnicamente morto e l’hanno ricondotto alla vita. È arrivato al Gemelli in coma e i medici hanno detto “se riusciamo ad operarlo è un miracolo”. Poi hanno detto che l’operazione era molto rischiosa e che lo stato clinico di Ciro non deponeva a favore della sua riuscita. Adesso, le parole del medico sono state: “Intervento perfetto”. Ieri San Gennaro ha sciolto il sangue – conclude – oggi ha salvato mio nipote».
Anche la madre, la signora Antonella Leardi, ha detto: «Io a questo punto posso solo pregare. Lo avevo detto a mio figlio: stai attento, è pericoloso. Ma non pensavo fino a questo punto, non potevo immaginare che si arrivasse a sparare. E proprio al mio Ciro. Scrivetelo che è stato un agguato, che hanno colpito un povero innocente». La donna ha usato anche una parola importante e non scontata: «Non ho parole, perché per me è una mostruosità quella che ha fatto. Io nel mio cuore già l’ho perdonato ma non riesco a capire quello che ha fatto. Forse sono sbagliata ma io non lo odio. Siamo fratelli d’Italia, che sono queste cose?».

«UN RAGAZZO COME TANTI». Secondo la ricostruzione di Repubblica, la donna ha voluto anche puntualizzare la natura della sua famiglia, che è assai diversa da quella dipinta nelle prime ore dai media: «Ci hanno definito camorristi, ma a Scampia c’è tanta gente che lavora, che la mattina si sveglia presto e si spacca la schiena fino a sera. Mio figlio è una persona così». Un ragazzo che non fa parte degli ultrà, «non ha neppure l’abbonamento – ha detto il padre, che di lavoro fa l’aiuto infermiere all’ospedale Nostra Signora di Lourdes di Massa di Somma – è solo un ragazzo come tanti, con la passione per il Napoli e la voglia di lavorare. Lo hanno colpito mentre andava allo stadio, ma lui non ha fatto niente, non ha provocato nessuno». L’intervento è andato bene perché «il Signore ha messo la sua mano».
A Scampia, Ciro, dopo aver lavorato in una ditta di insegne luminose, ha messo da parte un po’ di soldi e ha rilevato un garage con autolavaggio nei pressi della metropolitana di Scampia. Un rifugio per tossici della zona è stato riqualificato assieme all’aiuto di alcuni parenti. «Lava le macchine per 7 euro»

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