La legge sul matrimonio gay è passata ma la Manif Pour Tous non morirà

Il movimento che ha scosso la Francia continuerà a unire forze culturalmente distanti. Ora è la sinistra che teme un «cambiamento radicale» del paese

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E adesso che la legge Taubira per il matrimonio fra persone dello stesso sesso è stata approvata in via definitiva con pochissime modifiche rispetto al testo iniziale e la Francia è diventata il quattordicesimo Stato al mondo a promuovere le nozze omosex, due sono le domande che tutti si fanno. Una di ordine giuridico: quanto tempo passerà prima che il legislatore introduca o sia costretto a introdurre norme che riconoscano agli sposati dello stesso sesso il diritto di ricorrere alla fecondazione assistita o alla maternità surrogata per potere avere figli? L’altra squisitamente politica: che ne sarà ora del vasto, articolato, irriducibile movimento di popolo contrario alla legge Taubira che dal novembre scorso fino a pochi giorni fa si è battuto nelle piazze e sui media per evitare l’approvazione della legge, e che si è riunito principalmente sotto l’egida della Manif Pour Tous e della sua leader Frigide Barjot?

Per quanto riguarda la prima questione, è sensazione diffusa che, almeno per quanto riguarda la fecondazione assistita per coppie di donne sposate secondo la nuova legge, non passerà molto tempo: il ministro della Giustizia ha fatto sapere di considerare legittima la richiesta, sottolineando che è stato per ragioni di opportunità che la questione non è stata affrontata nel contesto della legge approvata. La quale prevede il diritto all’adozione di bambini per le nuove coppie. Diritto piuttosto teorico, quando si consideri che in Francia sono in lista per un’adozione più di 23 mila coppie eterosessuali, e nel 2012 i bambini adottati sono stati appena 750 sul territorio nazionale e 1.569 quelli provenienti dall’estero. Quest’ultimo numero probabilmente diminuirà con l’introduzione della legge Taubira, perché paesi come la Russia (origine del più gran numero di adozioni internazionali) potrebbero cancellare i loro accordi con la Francia per evitare che bambini russi vengano adottati da coppie omosessuali.

L’altra via per la quale la fecondazione assistita al servizio dei nuovi matrimoni lesbici potrebbe presto entrare nella legislazione francese è quella di una sentenza della Corte europea dei diritti umani: basterà che una coppia di donne sposate denunci la legge attuale sulla fecondazione assistita come discriminatoria, perché riservata alle coppie eterosessuali, perché la Corte, se coerente con le sue precedenti sentenze, dia loro ragione. Nel febbraio scorso ha condannato l’Austria perché, pur riconoscendo unioni civili fra persone dello stesso sesso, non ha esteso anche a loro il diritto a fare domanda di adozione che riconosce alle unioni civili fra uomo e donna. In Francia una coppia uomo-donna sposata può ricorrere alla fecondazione assistita se sono certificati problemi di infecondità. Anche una coppia omosessuale è, al suo interno, infeconda.

L’altra questione, che cosa ne sarà del movimento anti-nozze gay dopo l’approvazione definitiva della legge, agita i sonni soprattutto a sinistra. Dove molti temono che la radicalizzazione delle proteste successiva alla manifestazione del 24 marzo – la prima che vide incidenti di ordine pubblico significativi – potrebbe non solo galvanizzare l’estrema destra, ma provocare una saldatura in forma di alleanza strategica fra destra tradizionale ed estrema destra. Dogma della destra francese classica (gaullista, liberale, democristiana) è sempre stato quello di non stringere alleanze con l’estrema destra che va dal Front National ai gruppuscoli nati nell’ultimo decennio come il Bloc Identitaire e i cattolici tradizionalisti dell’Istituto Civitas. Dopo i disordini del 24 marzo, i gruppi tradizionalisti e di estrema destra hanno preso ad agire indipendentemente dall’inquadramento e dallo stile di protesta pacifica della Manif pour tous. Si sono moltiplicati i casi di provocazioni nei confronti della polizia, azioni di disturbo contro i ministri del governo, resistenza a pubblici ufficiali. Nomi e sigle dell’estrema destra hanno cominciato ad apparire nei notiziari delle proteste anti-matrimonio gay più spesso di quelli del collettivo della Manif pour tous. I manifestanti che davanti all’Assemblea nazionale venerdì 19 aprile non volevano sciogliersi gridavano slogan del tipo: «Signori poliziotti, unitevi al nostro movimento e manganellate i decadenti». Uno spirito ben diverso dalla grande manifestazione del 13 gennaio, dove avevano preso la parola, applauditissimi, esponenti di associazioni omosessuali contrarie al matrimonio fra persone dello stesso sesso. Tuttavia la disgregazione del movimento anti-nozze gay in distinte componenti politiche è lungi dall’essere realizzata.

«La forza della nostra amicizia»
Per ora il fenomeno più interessante e suscettibile di sviluppi imprevisti è la convivenza in molte iniziative, manifestazioni e persino negli stessi media elettronici di cattolici ed esponenti di altre religioni (ebrei e musulmani), simpatizzanti della destra e militanti dell’estrema destra, che fa ipotizzare a osservatori di sinistra come il quotidiano Le Monde che in un futuro non lontano il paesaggio politico francese potrebbe modificarsi radicalmente in forza delle esperienze di militanza condivisa che si stanno in questo momento realizzando nel contesto del movimento contro le nozze omosex. Interpretazione trasparente nei titoli dei servizi che Le Monde del 18 aprile ha dedicato all’argomento (“Una generazione di destra si costruisce attorno al matrimonio gay” e “Una mobilitazione che sposta le frontiere a destra a partire dalla base”) e nelle parole di un giovane manifestante con cui l’articolo principale si chiude: «A prescindere dalle appartenenze politiche, siamo una generazione per la quale questa lotta sarà un atto fondatore. Nel futuro la nostra amicizia conterà più che i nostri gruppetti».

Un esempio del carattere pluralistico, magmatico e in divenire del movimento francese contro il matrimonio gay è dato dal gruppo Printemps français che, secondo il politologo Jean-Yves Camus, «riunisce persone che pensano che si debba trovare uno spazio intermedio fra il Front National e la Destra popolare, ma che non hanno ancora trovato il loro modo di espressione politica». Sul suo sito internet si possono trovare fianco a fianco interventi come quello di Frédéric Pichon, presidente del Circolo degli avvocati liberi, impegnato da tempo a far convergere Destra classica e Front National, che cerca di dettare i termini di un forte impegno politico-ideologico, e interventi come quello del filosofo Fabrice Hadjadj, che sostiene la necessità di una protesta antropologica prima che politica. «Dissociare la lotta contro la deindustrializzazione del nostro paese e la diluizione dell’identità nazionale dentro il grande magma cosmopolita da quello della difesa della famiglia minacciata come mai prima dai gruppuscoli comunitaristi attivisti di cui il capitalista Pierre Bergé (cofondatore della Yves Saint Laurent e autore di dichiarazioni minacciose contro la Manif pour tous, ndr) si fa difensore, sarebbe il peggiore degli errori», scrive Pichon. «Le nostre manifestazioni non partono da uno scopo politico o partitico, ma da un riconoscimento antropologico. Non cercano di prendere il potere, ma di rendere una testimonianza culturale a un dato di natura, in uno slancio di gratitudine», scrive sullo stesso sito in tutt’altro tono Fabrice Hadjadj. «Non cerchiamo una vittoria politica. (…) malgrado la sconfitta legislativa noi continueremo a manifestare: senza armi, senza odio, persino senza slogan, ma con la nostra piccola epifania di creature di carne, ossa e spirito».

La linea di Pichon sembra incarnata da gruppi come “Huons les ministres”, che inseguono i ministri del governo Ayrault nelle loro uscite pubbliche per fischiarli e disturbare i loro interventi. La linea di Hadjadj sembra quella dei Veilleurs, le “sentinelle”, che si riuniscono a margine delle manifestazioni come quella di domenica e invitano, secondo le parole di Le Figaro, «alla rivoluzione calma delle coscienze, attraverso l’arte e la cultura, all’“elevazione dello spirito sulla forza, l’arma dei deboli”». Nel corso delle veglie vengono letti brani di grandi classici francesi: «Si lotta con la cultura, l’arte, il patrimonio dei grandi autori di ogni orientamento politico. Si leggono i testi di Proudhon, teorico dell’anarchia, sull’importanza del matrimonio, insieme a Charles Péguy, Bernanos o Aragon».

La stessa Chiesa cattolica, la cui azione è stata decisiva per la nascita del movimento, si è mostrata preoccupata dei rischi di una deriva politicista. Ha detto monsignor André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, nel suo ultimo intervento da presidente della Conferenza episcopale francese: «Il culmine del combattimento che dobbiamo condurre non è una lotta ideologica o politica. È una conversione permanente affinché le nostre pratiche siano coerenti con quel che diciamo: più che di denunciare, si tratta di impegnarsi positivamente nelle azioni che possono cambiare la situazione a lungo termine». Ma l’ammonimento al governo e alle forze sociali è stato ancor più duro: «La società ha perso la sua capacità di omogeneizzare delle differenze in un progetto comune», ha detto. Ciò annuncia una crescita della violenza. Perché facendo «scomparire» gli «strumenti dell’identificazione della differenza», si provoca una «frustrazione dell’espressione personale». E la «compressione della frustrazione sfocerà un giorno o l’altro nella violenza per far riconoscere la propria identità particolare contro l’uniformità ufficiale. È così che si prepara una società violenta».

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