La Germania adotta il salario minimo e potrebbe farlo anche l’Italia, «se non ci fossero i sindacati a scrivere i contratti di lavoro»

L’ex ministro delle finanze Francesco Forte spiega perché l’Italia oggi non può adottare il salario minimo: «Senza il contratto di diritto privato tedesco, otterremmo solo più rigidità nei contratti, più disoccupazione e cassa integrazione»

A partire dal 1° gennaio 2015, la Germania della cancelliera Angela Merkel adotterà il salario minimo di otto euro e cinquanta centesimi l’ora per tutti i lavoratori. «Un modo per sostenere e rilanciare la domanda interna», secondo il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini: «Una svolta importante» già attuata da Francia, Gran Bretagna e Olanda a cui l’Italia dovrebbe guardare. Ma per l’ex ministro delle finanze Francesco Forte, «il salario minimo in Italia farebbe crescere la spesa pubblica». A tempi.it spiega che se «adottassimo il salario minimo, senza però avere il contratto di diritto privato che ha la Germania, otterremmo solo più rigidità nei contratti, più disoccupazione e di conseguenza maggiore ricorso alla cassa integrazione straordinaria».

Professore, Giannini scrive: «Se un Paese come la Germania si muove in questa direzione, dovrà pur esserci un motivo».
Sì, ma la Germania prima di aver introdotto il salario minimo ha adottato il contratto di diritto privato. Ciò significa che c’è libertà contrattuale completa: i contratti di lavoro, e non solo quelli part time, possono essere stipulati direttamente tra datore di lavoro e dipendente, senza che intervengano né il sindacato nazionale né quello locale. Sono un puro patto tra privati. La legge sul salario minimo garantisce così quello che non può essere garantito dai sindacati.

L’Italia non può fare come la Germania?
Certamente. Ma senza adottare prima il contratto di diritto privato, il salario minimo non servirebbe a nulla. Anzi, avrebbe effetti addirittura negativi sull’economia reale. Un paese come il nostro, infatti, non soltanto ha già i minimi salariali stabiliti dai sindacati, ma ha anche l’articolo 18, che è interpretato in maniera distorta dalla magistratura, introducendo garanzie che nessun altro paese al mondo ha, anche sul lavoro part time. E poi c’è la riforma Fornero, che ingessa e complica ogni forma di lavoro a termine. In un simile scenario, l’inserimento del salario minimo risulterebbe essere né più né meno che un’ulteriore rigidità sui contratti di lavoro. Senza contare che con i salari fissi e i tassi di cambio rigidi la disoccupazione rimarrebbe strutturale.

Cosa dobbiamo fare?
È la flessibilità dei contratti quello che conta. Altrimenti rimaniamo la “Repubblica delle banane”. Il salario minimo, infatti, ha senso dove esiste la libertà contrattuale, non nei paesi come il nostro dove i sindacati hanno un enorme potere negoziale. Non è un caso se da noi tutti i contratti previsti dalla legge Biagi, partite Iva e non, sono stati sostanzialmente abrogati. Da noi il salario minimo segnerebbe un ulteriore passo verso maggiore rigidità, disoccupazione e cassa integrazione straordinaria. L’alternativa, invece, è piuttosto semplice: contratti di lavoro flessibile, tipo quelli siglati dalla Fiat di Sergio Marchionne e quelli previsti dalla legge Biagi. Questa è la strada da seguire anche per evitare di creare ulteriore economia sommersa. Dopo di che, potremo parlare anche di salario minimo.