La Cina perseguita i musulmani, i paesi islamici si complimentano

I paesi arabi voltano le spalle ai loro correligionari ed esaltano il regime comunista che tortura e incarcera gli uiguri: «Ora sono più felici». Le ragioni politiche ed economiche dietro alle incredibili dichiarazioni

Una decina di paesi islamici ha scritto al Consiglio Onu per i diritti umani per elogiare la campagna repressiva del regime cinese a danno dei musulmani uiguri nel Xinjiang. La lettera, visionata dall’agenzia Reuters, arriva in risposta a quella di 22 ambasciatori occidentali e non, che a inizio mese hanno criticato Pechino per le sue politiche.

L’8 luglio, come riportato dall’agenzia, 22 paesi hanno voluto mandare un «segnale formale» alla Cina, inviando una lettera di protesta «che rimarrà come documento ufficiale agli atti del Consiglio». La missiva denuncia le misure di sorveglianza e le restrizioni introdotte nel Xinjiang dal regime comunista, oltre che l’incarcerazione in campi di rieducazione attraverso il lavoro di oltre un milione di musulmani.

L’EUROPA CONDANNA LE «DETENZIONI ARBITRARIE»

Pechino accusa i musulmani uiguri di essere estremisti e separatisti, arrivando a identificare l’appartenenza in sé alla religione islamica come segno di slealtà verso il partito comunista. Come riportato di recente dalla Bbc, anche numerose moschee nella provincia nord-occidentale sono state rase al suolo.

I paesi europei, ai quali se ne sono uniti altri come Australia, Giappone e Canada, hanno denunciato le «detenzioni arbitrarie» e ricordato alla Cina il dovere di «rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali degli uiguri e degli altri musulmani».

I PAESI ARABI LODANO LA CINA

Invece che unirsi al coro di proteste e difendere i propri correligionari, soprattutto i paesi arabi si sono schierati in blocco con la Cina. In una lettera firmata da 35 paesi (Corea del Nord, Venezuela, Russia, Cuba, Bielorussia, Myanmar, Filippine, Siria, Pakistan, Oman, Kuwait, Qatar, Emirati arabi uniti, Bahrain, Arabia Saudita e diversi paesi africani), si afferma che «davanti alla grave sfida del terrorismo e dell’estremismo, la Cina ha intrapreso una serie di misure antiterrorismo di deradicalizzazione nel Xinjiang, come centri di formazione e di educazione».

Nella lettera si evidenzia anche come da tre anni non ci siano più attentati e che ora la gente prova un sentimento di felicità, pienezza e sicurezza «più grande». La Cina ha ringraziato i 35 paesi sottolineando di non avere mai commesso violazione di diritti umani nel Xinjiang.

RAGIONI ECONOMICHE E POLITICHE

Perché i paesi islamici, soprattutto quelli arabi, difendono i musulmani dalla presunta islamofobia europea, i rohingya dalla persecuzione in Myanmar e i palestinesi dalle «aggressioni sioniste», ma non gli uiguri? La minoranza etnica dello Xinjiang è la più vessata, visto che i suoi componenti sono in modo sistematico arrestati senza motivo, rinchiusi senza processo in carcere, torturati, indottrinati, uccisi, spinti al suicidio, costretti ad abiurare, fatti sparire.

Il motivo, come già sottolineato da tempi.it un anno fa, è economico e politico. Molti Stati dell’Asia centrale e del Medio Oriente sono inclusi nella Nuova via della seta, un gigantesco progetto cinese nel quale Pechino sta investendo miliardi di dollari. Molti di questi paesi otterranno dal partito comunista prestiti generosi per costruire infrastrutture costose e altrimenti fuori dalla portata dei governi locali.

Come dichiarato da Alip Erkin, attivista in Australia che guida il network Uyghur Bullettin, «le opportunità di commercio e investimento, così come gli enormi debiti contratti con la Cina attraverso la Nuova via della seta, non solo tappano la bocca degli Stati musulmani ma li spingono addirittura a cooperare attivamente con la Cina nella persecuzione degli uiguri».

Ci sono anche ragioni di carattere politico. La maggior parte dei paesi firmatari perseguita le minoranze etniche e religiose in patria e ha dunque tutto l’interesse a non far condannare la Cina per lo stesso motivo, temendo che le critiche si estendano poi nei propri confini. I paesi islamici, e in particolare l’Arabia Saudita che finanzia moschee in tutto il mondo e si fregia di ospitare i luoghi sacri dell’islam, dimostrano così di aver ben poco a cuore la sorte dei musulmani: davanti agli affari, la libertà religiosa può attendere.

Foto Ansa