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La chiamavano sussidiarietà

aprile 6, 2017 Carlo Lottieri

Siamo un paese alla deriva, disilluso e impagliato. Eppure alcuni buoni (pochi) esempi su scuola e sanità sono stati realizzati. Perché non riprovarci?

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – C’era una volta, anche nelle nostre lande desolate, la Big Society. In altre parole, pure nel dibattito politico italiano si discuteva sulla possibilità di ripensare il rapporto tra società e Stato, tra libertà e istituzioni, spingendosi a recuperare quell’ordine di comunità, iniziative filantropiche, attività ecclesiali e logiche mutualistiche che caratterizzava tante realtà d’Europa prima dell’affermarsi dello Stato assistenziale. La formula che era stata lanciata da David Cameron piaceva, specie a molti cattolici e liberali, nel momento in cui indicava un percorso per allargare gli spazi di libera iniziativa e autonomia organizzativa.

Si cominciava a pensare, negli scorsi anni, che le scuole non dovessero necessariamente essere un “affare di Stato”, e che le realtà private non dovessero necessariamente essere relegate in uno spazio marginale e minoritario. In seguito, però, il vento è cambiato e oggi – in definitiva – di sussidiarietà e di “più società, meno Stato” si è quasi smesso di parlare. Per quale motivo?

Si potrebbe rispondere a tale domanda in tanti modi. Un’ipotesi da non scartare è che l’Italia di oggi non offra più alcun motivo di speranza. In fondo, quando negli anni Ottanta i cattolici leggevano le encicliche sociali di Giovanni Paolo II per ritrovare in esse le ragioni di una rivincita dei mondi vitali dinanzi al potere e alle burocrazie, c’era ancora la convinzione che entro quel quadro generale – l’Italia repubblicana e post-sabauda – fosse possibile una via d’uscita alle difficoltà (troppe) dei tempi in cui viviamo.

Oggi, quella speranza è venuta meno. Finanziamo il Mezzogiorno senza nutrire illusioni, perché sappiamo che le risorse lì destinate non creano sviluppo, né offrono prospettive. Ritardiamo la possibilità di andare in pensione, aumentiamo il prelievo previdenziale sui giovani e ridimensioniamo progressivamente i vitalizi sapendo che il sistema non regge, perché avere collettivizzato il sistema pensionistico non permette alcun futuro. Ci chiediamo se sia meglio crollare subito, lasciandoci alle spalle l’euro e abbracciando una lira “in stile venezuelano”, oppure se non si debba prolungare l’agonia in attesa di (improbabili) tempi migliori.

Nessuno osa dirlo, nessuno l’ammette, ma molti ormai sanno che non c’è alcuna possibilità di soluzione, rinascita, rigenerazione dei rapporti sociali. Tutto questo è in parte ragionevole e in parte no. È sicuramente vero, come ci ha mostrato la parabola del renzismo, che l’Italia è prigioniera di logiche che rendono impossibile ogni cambiamento. Nei luoghi lontani dal Palazzo ci si può illudere, talvolta, che qualcosa possa accadere. C’è ancora tanta gente di buona volontà e che inventa cose, ma le istituzioni sono impaludate, prigioniere di gruppi d’interesse parassitari e di culture statocentriche. I tassisti sono destinati ad avere la meglio su Uber e parlare di scuola libera significa essere borghesi, clericali, retrivi, privi di “senso dello Stato”.

Eppure è ragionevole continuare a coltivare la speranza. A una condizione: che si sia sufficientemente realisti da avere il coraggio di rifiutare le parole d’ordine, immaginando un futuro molto diverso dal presente. La Brexit era impossibile: e invece il Regno Unito si appresta a lasciare l’Unione europea. Donald Trump non poteva vincere e invece oggi è alla Casa Bianca. Se le cose stanno così, perché non tornare a credere che – lontano da Roma, e anche senza Roma – sia possibile riconsegnare la Lombardia ai lombardi, il Veneto ai veneti, la Campania ai campani, e via dicendo.

È un caso che alcune delle (poche) applicazioni di quelle battaglie per la sussidiarietà – si pensi a scuole e a ospedali – si siano viste in Lombardia? Se oggi gli studenti lombardi dispongono di un limitato, ma non insignificante, buono-scuola e se il modello sanitario lombardo è tanto ammirato, perché non si dovrebbe immaginare un percorso pacifico, legale e referendario per dare alla Lombardia il diritto di autogovernarsi? E questa realtà potrebbe fare da traino e ispirazione per tutte le altre realtà. In Catalogna non hanno perso la speranza: perché in molti vogliono riappropriarsi del loro futuro e credono che ciò sia possibile. Perché non immaginare anche qui una strada catalana verso una nuova società più libera e responsabile?

Foto Shutterstock

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