Italia, un euro su tre in pensioni. E non saranno i “giovani” a risolvere il problema (quali giovani?)

Siamo il paese Ocse con la spesa previdenziale più pesante. Intervista all’esperto Giuliano Cazzola: «Aumentare l’età lavorativa, non esiste alternativa»

Secondo l’Ocse, l’Italia è il primo Paese per peso della spesa pensionistica sul totale della spesa pubblica, con un’incidenza pari al 32 per cento sul totale delle uscite statali. Su 100 euro di spesa pubblica, 32 sono destinati a pagare le pensioni. Mentre, per fare qualche paragone, la Germania non arriva al 25 per cento, la Svizzera si ferma al 20 per cento e il Regno Unito non raggiunge il 15. Eppure, secondo le ultime rilevazioni Istat, il 41 per cento dei pensionati italiani si vede staccare da Roma un assegno di importo inferiore ai 1.000 euro al mese. È vero? E se è vero, come è possibile? Che fine hanno fatto le “pensioni d’oro”? Lo abbiamo chiesto all’esperto di previdenza Giuliano Cazzola, ex deputato, già dirigente del ministero del Lavoro e delle politiche sociali.

Cazzola, con una simile spesa previdenziale, i pensionati italiani dovrebbero spassarsela alla grande. Invece pare che non sia così. Come mai?
La verità sta nel mezzo. È vero, infatti, quello che certifica l’Ocse, e cioè che la spesa previdenziale italiana è elevata in rapporto al Pil; ma è anche vero che ciò è dovuto in parte al fatto che il Pil in questi anni è calato, mentre la spesa pensionistica no. Anzi, negli anni passati è persino aumentata.

Quindi la classica “vecchina” del mercato intervistata dai tg, quella che fatica ad arrivare a fine mese con la sua sola pensione, rappresenta solo una minoranza della sua categoria?
È innegabile che ci siano situazioni come quella appena descritta da lei; ma a mio avviso offrire una visione eccessivamente pauperistica della condizione dell’anziano in Italia è destituito di fondamento. Altrimenti come si spiega il fatto, appena certificato dal Censis, che 2,7 milioni di italiani over 65 continuano a lavorare, chi in nero e chi in maniera regolare? E come si spiega che la ricchezza delle cosiddette famiglie longeve è cresciuta del 117 per cento negli ultimi 10 anni, ossia il doppio di quanto è avvenuto nelle famiglie “normali”? Oltretutto un recente studio del Mulino conferma che tra i nuovi pensionati sono sempre più quelli che rientrano nella fascia con redditi più alti (il 20 del totale) che non quelli che hanno i redditi più bassi (un altro 20 per cento). Il problema, piuttosto, risiede altrove.

Dove?
Se è vero che la media delle pensioni in Italia è pari a 1.280 euro al mese, non è poi così diversa rispetto alla media dei salari. Allora è questa è la voce che dovrebbe tornare a crescere nei prossimi anni per assicurare un tenore di vita migliore a tutti i cittadini. E poi c’è un altro dato che non va dimenticato, ovvero che a fronte di 16,5 milioni di pensionati in Italia le pensioni erogate sono circa 23 milioni. Il 25 per cento dei pensionati gode di almeno due pensioni. E la stragrande maggioranza di queste finisce proprio alle donne anziane, vedove, che hanno un’aspettativa di vita maggiore rispetto ai loro mariti.

Perché, dunque, il governo Renzi vorrebbe “fare un tagliando” alla riforma Fornero, riportando il limite massimo di anzianità a non oltre i 41 anni di contributi versati?
Non sono d’accordo. Mettendo mano alla riforma Fornero Renzi gioca col fuoco e rischia non solo di scottarsi, ma anche di giocarsi un importante biglietto da visita agli occhi dell’Europa. Personalmente, poi, sono contrario a modifiche che mirino a rimuovere la penalizzazione per chi va in pensione anticipata prima dei 62 anni. Non è giusto stigmatizzare chi ha scelto di rimanere al lavoro più a lungo per assicurarsi una pensione maggiore, come se fosse contrario al buon costume.

Ciò non toglie che è difficile oggi in Italia armonizzare l’uscita di chi si avvia alla pensione con la necessità di agevolare l’ingresso dei più giovani nel mercato del lavoro. Come trovare un punto di equilibrio?
Per prima cosa, è evidente che in Italia l’età lavorativa non potrà che aumentare. Se mai ci sarà una ripresa dell’economia, chi pensiamo che possa andare a occupare eventuali nuovi posti di lavoro? I giovani? Certamente anche loro, ma saranno soprattutto i cinquantenni e gli immigrati a riequilibrare. È una questione demografica. Punto. Non ci sono abbastanza giovani in Italia per rimpiazzare chi esce dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età. La nostra società sta invecchiando, la gente vive più a lungo e non c’è alternativa, occorre farsene un ragione. In questo senso è un bene che i governi precedenti abbiano agganciato l’età lavorativa all’aspettativa di vita, anche se l’asticella si è già spostata molto più in là.

Renzi, però, dovrebbe pensare anche alle nuove generazioni, soprattutto a quelle più giovani della sua. Non crede?
Il problema è che questo sistema previdenziale è ancora figlio della riforma del 1969, che è stata scritta quando il lavoratore italiano era ancora quello con una vita lavorativa stabile e continua. Beh, presto non sarà più così. Occorre studiare nuove soluzioni per chi ha avuto una vita lavorativa e contributiva caratterizzata da saltuarietà e versamenti scostanti e spezzati nel tempo. Io e Tiziano Treu, per esempio, avevamo ideato una proposta che prevedeva una pensione base, finanziata dal fisco, ragguagliata a un certo numero di anni di lavoro, sulla base di un’aliquota contributiva più bassa, pari al 25 per cento e uguale per tutte le tipologie di lavoro, dipendente, parasubordinata o autonoma, in cui alcuni punti percentuali (6 al massimo), sarebbero serviti per alimentare una forma di previdenza privata e complementare. Ma perché un simile sistema possa funzionare ci sarebbe bisogno di una contestuale riforma del mercato del lavoro, maggiormente incentrata sulle nuove tipologie di contratto, ammortizzatori sociali universali che non si limitino a offrire solo assistenzialismo e politiche attive a sostegno della ricerca di un lavoro per chi ancora non ce l’ha.