Perché l’Italia non sfrutta le opportunità dell’apprendistato? I numeri dell’Isfol e qualche valutazione

Su 160 milioni di euro spesi nel 2012 per gli apprendisti, solo 11 per quelli che portano a una qualifica professionale attraverso percorsi di alternanza scuola-lavoro. Una fortuna per pochi

Se l’apprendistato in Italia non decolla non è solo colpa della crisi, ma della miopia di un sistema che non sa “copiare” quel che accade in altri paesi europei. Basti pensare, ad esempio, alla frequenza con cui questa particolare tipologia contrattuale è utilizzata in paesi come l’Austria o la Germania, che l’ha adottata nel 1969, e dove le best practice, come quella della scuola nello stabilimento Audi di Ingolstadt, sono all’ordine del giorno. O la Francia e l’Inghilterra, dove il 20 per cento dei manager che oggi lavorano in Rolls Royce ha cominciato proprio con un contratto di apprendistato.

UNA FORTUNA PER POCHI. L’apprendistato è innanzitutto «lo strumento principe dell’alternanza» tra scuola e lavoro, spiega a tempi.it Umberto Buratti, ricercatore di Adapt, «e all’estero se ne sono accorti già da tempo. Ma in Italia le Regioni che hanno avviato le prime sperimentazioni si contano sulle dita di una mano». Come ha messo in evidenza l’impietoso XIV Rapporto di monitoraggio sull’apprendistato realizzato dall’Isfol per conto del ministero del Lavoro, nel 2013, solo tre Regioni (Piemonte, Lombardia e Veneto), più la Provincia autonoma di Bolzano, hanno attivato percorsi formativi in apprendistato per l’acquisizione della qualifica e il diploma professionale.
Si tratta del cosiddetto «apprendistato di primo livello» che nel biennio 2012-2013 ha coinvolto 2.116 persone. Di queste, però, 1.886 (pari al 90 per cento del totale) sono nella Provincia di Bolzano, vero e proprio paradiso del «sistema duale» sul modello tedesco. Gli altri fortunati si trovano in Lombardia (96), in Piemonte (75) e in Veneto (59). E ciò «nonostante il quadro regolatorio – prosegue Buratti – sia pressoché totale, grazie soprattutto al Testo Unico dell’Apprendistato, il decreto legislativo 167/2011, che lascia ampio spazio alle Regioni e alle parti sociali (imprese e sindacati) per la definizione dei percorsi formativi». Ed è qui che probabilmente vanno cercate le ragioni del ritardo dell’Italia.

LE RISORSE STANZIATE. Nel 2012, intanto, come certifica l’Isfol, sono stati spesi dallo Stato attraverso le Regioni, 161 milioni di euro da destinare a programmi di apprendistato, pari al 15,8 per cento in meno rispetto al 2011, quando i milioni spesi erano stati oltre 180. Di questi, solo il 7 per cento (poco più di 11 milioni di euro) sono stati spesi per l’apprendistato di primo livello, forse quello che meriterebbe l’investimento maggiore. Ad attirare l’89,2 per cento delle risorse, invece, è stato l’«apprendistato di secondo livello o professionalizzante», quello, per intenderci, talvolta utilizzato dai datori di lavoro per assumere qualche giovane under 29 godendo delle agevolazioni fiscali previste. Sono apprendisti di questo tipo, infatti, la stragrande maggioranza dei 469 mila ragazzi che in Italia lavorano grazie a un contratto di apprendistato. Un dato comunque in calo rispetto al 2011, quando gli apprendisti erano stati 492 mila, e ancor di più rispetto al 2010, quando erano 528 mila. E un dato che, oltretutto, potrebbe precipitare ulteriormente qualora il decreto Poletti sul lavoro, in esame al Senato, dovesse agevolare ulteriormente il ricorso al contratto a termine per i datori di lavoro, tramite incentivi come quelli sulle proroghe o l’acausalità per 36 mesi. Misure che, di fatto, metterebbero l’apprendistato fuori gioco.
Per quanto riguarda, infine, l’apprendistato di «terzo livello», quello di «alta formazione e ricerca», la situazione è analoga a quello di primo: le risorse stanziate nel 2012 sono state pari allo 0,6 per cento del totale, circa 1,5 milioni di euro, con un decremento dell’85 per cento rispetto all’anno precedente. A conferma che, almeno per ora, per i suoi giovani e la loro formazione, l’Italia non ha ancora fatto poi molto.