Ischia la divina e la sua maledizione omerica. Noterelle erudite su una catastrofe annunciata

Misteri del Fato? Chissà. Una certezza esiste, tuttavia: solo per il comune di Ischia sono state presentate 7.235 domande di condono in 30 anni. In questo folle abusivismo non c’è alcunché di sacro, epico, poetico

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Earthquake in Ischia island

A quanto pare l’orrido Tifeo sputafuoco s’è riscosso al di sotto del monte Epomeo, la prigione di pietra alla quale era stato incatenato sull’isola d’Ischia. Fosse vivo, l’insigne umanista e monsignore Ciro Scotti (Barano d’Ischia 1883-1943) oggi verserebbe lacrime sapienti sul terremoto che lunedì sera ha ferito a morte Casamicciola e dintorni.

Classicista, vicario generale e primicerio della cattedrale, appassionato cultore delle antichità ischitane: sulla scia del francese Philippe Champault (Phéniciens et Grecs en Italie d’après l’Odyssée, Paris 1906), il presule licenziò nel 1907 un libro dotto e prezioso (Omero e l’isola d’Ischia, ripubblicato dall’editore Imagaenaria nel 2004) in cui si sostiene che l’Ischia primigenia non foss’altro che l’isola dei divini Feaci, Scherìa, nella quale sbarcò naufrago Ulisse proveniente dal nascondiglio fatato della ninfa Calypso. Isola vulcanica, Ischia, il cui etimo starebbe per “la nera”. Qui, scrisse l’erudito monsignor Scotti, «i fenomeni vulcanici erano notissimi ai tempi di Omero, essendosi già formata la leggenda che attribuisce l’origine de l’isola a la lotta del gigante contro gli dèi, e dice che Tifeo, fulminato da Giove, sia stato seppellito sotto l’Epomeo, ove, scotendosi di quando in quando, atterrisca gli abitanti». Oggi come allora e come già altre volte fino all’Ottocento, la rorida e verdeggiante Scherìa sconta la punizione che Nettuno inflisse ai suoi discendenti: i navigatori Feaci colpevoli d’aver salvato, accolto e rispedito a Itaca l’ingegnoso Ulisse, reo a sua volta d’aver accecato il ciclope Polifemo (kyklops, monocolo come ogni cratere vulcanico), figlio prediletto del dio Scuotiterra. Il re Alcinoo, sua moglie Arete, la loro venusta figlia Nausicaa e i Feaci tutti, «Nettuno, realmente, li punisce pietrificando, allorché è sul punto di raggiungere il porto, la nave che rapida torna da Itaca… ne la quale noi abbiamo veduto un isolotto vulcanico». Così rammenta il Ciro Scotti.

Simboli e leggende mitistoriche si combinano qui con il magma dei vulcanologi, le placche tettoniche dei geologi, gli sciami dei sismologi, addensandosi come onde spumeggianti intorno alla ribollente Ischia che da numerosi secoli è ormai disabitata dai Feaci e dai loro successori calcidesi, italici, romani. Resta purtroppo intatto l’archetipo dell’isola termale squarciata da possenti forze elementari, mai dome, che falciano vite a cadenza ciclica: a un anno dal primo terremoto di Amatrice, anche stavolta alla vigilia degli antichi Volkanalia ricorrenti il 23 agosto. Misteri del Fato? Chissà. Una certezza esiste, tuttavia: solo per il comune di Ischia sono state presentate 7.235 domande di condono in 30 anni. In questo folle abusivismo non c’è alcunché di sacro, epico, poetico alla maniera “di quel sommo / d’occhi cieco e divin raggio di mente / che per la Grecia mendicò cantando” (Alessandro Manzoni, In morte di Carlo Imbonati). C’è invece l’ottusa insipienza di chi, accecato dalla brama e illanguidito dall’accidia, sacrifica i suoi concittadini all’orrido Tifeo.

Foto Ansa

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