Irpef, Irap, Imu, Iva, Trise, Tosap, Tares, Ires. I nomi cambiano, le tasse restano

Negli ultimi la Tia e la Tarsu sono diventate Tares, che ora sparisce insieme all’Imu (forse) per lasciare spazio alla Trise. Non è che l’ultima giravolta di un sistema tributario sempre più contorto e costoso

Forse un giorno ci si potrebbe costruire sopra una filastrocca o uno scioglilingua. Certo è, però, che le tasse italiane, negli ultimi cinque anni, hanno subito una miriade di cambiamenti nella loro composizione e denominazione, tali da far girare la testa anche al commercialista più attento. Tra l’Irpef, l’Imu, la Dia, la Scia, Trise, Tari, Tasi e Cosap, solo per ricordarne alcune, infatti, l’obolo che le persone comuni e gli imprenditori devono versare al fisco resta sempre alto. Proviamo a mettere un po’ di ordine nella giungla di prelievi e balzelli che si ripartiscono tra il livello centrale di governo e i sottolivelli locali.

COSA È SUCCESSO? Di per sé, l’ordinamento tributario italiano non sarebbe poi così complesso: alle imposte dirette, come l’Irpef (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) e l’Ires (su quello delle società), che colpiscono la ricchezza nel momento in cui essa è creata, si affiancano quelle indirette, come l’Iva (l’imposta sul valore aggiunto) e le imposte di bollo, il cui prelievo agisce nel momento in cui un bene è trasferito ad altro soggetto. Ci sono poi le tasse più propriamente dette che sono quelle corrisposte allo Stato in cambio di un servizio reso, come può essere, per esempio, lo smaltimento dei rifiuti, e i contributi quando invece il servizio è reso alla collettività o a un determinato gruppo di individui come nel caso dell’allacciamento alla rete idrica e fognaria.

DA IRPEF E IVA IL MAGGIOR GETTITO. Recentemente, nel ricordare le cento tasse che pagano gli italiani, la Cgia di Mestre ha precisato come oltre la metà del gettito per lo Stato (472 miliardi di euro) sia garantita dall’Irpef e l’Iva (rispettivamente 164 e 93 miliardi). Seguono, tartassando ulteriormente le imprese, l’Irap (l’imposta regionale sulle attività produttive), meglio nota tra gli imprenditori come “imposta rapina” perché tassa ulteriormente il reddito prodotto al lordo dei costi di personale, con 33 miliardi di gettito l’anno e l’Ires con 33 miliardi di euro.

ARRIVA LA TRISE. La litania delle tasse, però, non finisce qui. In questi giorni, infatti, il varo della legge di stabilità sta per portare in dote la nuova tassa che accorperà l’imposta sugli immobili, la vecchia Ici (imposta comunale sugli immobili) poi Imu (Imposta municipale propria), alla Tares, la tassa sui rifiuti e i servizi, a volte denominata più brevemente anche Res o Tres e che prima si chiamava Tia o Tarsu. Il nuovo dispositivo si chiamerà Trise e non più Service tax, come in un primo momento era sembrato, e nonostante il cambio di sigla, l’acronimo indica sempre una tassa sui rifiuti e sui servizi che, però, questa volta si comporrà di due componenti: la Tasi e la Tari o Tarip (rispettivamente tassa sui rifiuti e tassa sui servizi). Pare che, almeno stando alle prime elaborazioni, i contribuenti pagheranno più di oggi, ma meno di quando c’era l’Imu, che, a dire il vero, non è ancora stata del tutto abolita, essendo che i 2,4 miliardi necessari per scongiurare la seconda rata ancora non sono stati reperiti.

TASSE ASSURDE. A completare il quadro c’è, infine, la Tassa sulle transazioni finanziarie, che alcuni addetti del settore semplificano con la sigla Ttf, ma che è meglio conosciuta come Tobin Tax, eredità del governo Monti in ottemperanza ai diktat europei. E ci sono anche la Tosap per l’occupazione dello spazio e del suolo pubblici da parte di bar, ristoranti ed esercizi commerciali e la sua odiosissima estensione, la “tassa sull’ombra”. Queste ultime si accompagnano a una pletora di ulteriori prelievi e balzelli come, per esempio, la tassa sui diritti d’autore per esporre il tricolore (140 euro), la tassa sull’insegna, quella sul frigorifero e quella sulla pubblicità (Cimp). Come dimenticare, infine, il bollo dell’auto e il suo gemello, l’Imposta provinciale di trascrizione (Ipt), e le tantissime accise sulla benzina oltre che quelle su birra e altri alcolici.

SCIA, DIA E SISTRI? Altre sigle che meritano una menzione, anche se non sono propriamente tasse, ma ugualmente ben esemplificano l’ingombrante e farraginosa presenza della burocrazia italiana oltre a quegli ostacoli di diversa natura al fare impresa, sono la Dia e la Scia. Rispettivamente l’obbligatoria Denuncia di inizio attività in edilizia e la Segnalazione certificata di inizio attività che (solo in parte) la sostituisce (perché ci sono casi in cui la Dia vale ancora). Dei veri e propri rompicapi per qualsivoglia imprenditore. Proprio come il Sistri, il folle sistema che dovrebbe garantire la tracciabilità elettronica dei rifiuti, ma che da tre anni ancora stenta a decollare.