Irlanda. La difficile campagna per il No all'aborto

I cartelli, i sondaggi e le scelte di Facebook e Google. Domani il referendum sull’aborto. Ai pro-life serve un miracolo. Dal nostro inviato a Dublino

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DAL NOSTRO INVIATO A DUBLINO (IRLANDA). «If You saw an abortion, You would vote NO», “Se aveste visto un aborto, votereste NO”. Il primo cartello di propaganda per il referendum per l’abrogazione del divieto costituzionale di aborto sulla strada che dall’aeroporto internazionale conduce al centro di Dublino è a favore del mantenimento del paragrafo noto come 8th Amendment, che garantisce tutta la protezione possibile alla vita del non nato. Man mano però che ci si avvicina al centro storico, alla zona di Temple Bar e Grafton Street, al Trinity College e ai parchi urbani di St. Stephen e di Merrion Square, i cartelli a favore del “Sì” all’abrogazione, che spianerebbe la strada a una legge molto liberale per le interruzioni di gravidanza, surclassano quelli per il “No”.
Gli statici protagonisti della campagna referendaria sono i pali della luce: raro incontrarne uno che non sia provvisto di cartellone elettorale, più spesso i manifesti appesi sono due o più, in rappresentanza delle due contrapposte posizioni. I tabelloni stile pubblicità commerciale come quelli affissi e rimossi recentemente a Roma sono troppo costosi: una settimana di affissione costa fra i 4.500 e i 7.500 euro. Gli spazi sui social media si sono drasticamente ristretti dopo che Facebook ha stabilito di ospitare solo inserzioni di soggetti con sede in Irlanda (Ulster compreso) e soprattutto dopo che Google ha deciso di non accettare nessuna inserzione propagandistica relativa al referendum irlandese sulle sue piattaforme AdWords e YouTube, giustificando la decisione col timore di non poter evitare “dark ads”, cioè inserzioni non autorizzate di soggetti stranieri che avrebbero compromesso l’integrità del voto. La decisione è stata accolta con soddisfazione da “Together for Yes”, l’organizzazione-ombrello dei gruppi che militano per l’abrogazione dell’emendamento costituzionale, che l’ha definita «una massiccia vittoria», e con proteste dagli attivisti po-life: Save the 8th, Pro Life Campaign e Iona Institute. Costoro lamentano che il provvedimento è stato preso perché online la propaganda per il “No” totalizzava regolarmente più contatti di quella per il “Sì”, e che si è creato l’inaudito precedente di una grande industria americana che decide come debba svolgersi una campagna politica in Irlanda.
I movimenti pro-life irlandesi sono regolarmente accusati di ricevere donazioni da Oltreoceano, cosa vietata a tutti i soggetti che partecipano a campagne elettorali di ogni natura in Irlanda. Ma la verità è che, mentre nessuna inchiesta ha mai messo sotto accusa gli antiabortisti per finanziamenti dall’estero, i gruppi abortisti sono stati presi con le mani nel sacco attraverso i Soros Leaks, documenti riservati che attestano finanziamenti della fondazione Open Societies creata da George Soros a gruppi irlandesi per sostenerli nella loro campagna a favore dell’aborto legale. Sotto accusa sono finite Amnesty International Ireland, Abortion Rights Campaign e Irish Family Planning Association. Le prime due hanno dovuto restituire rispettivamente 161 mila e 25 mila dollari, ricevuti in violazione dell’Election Act, la legge che regola il finanziamento delle competizioni elettorali in Irlanda.
I messaggi dei cartelloni sono concisi ed efficaci. Quelli a favore dell’abrogazione dell’emendamento recitano: “Il diritto di scegliere un Sì”; “Un Sì per la dignità, per la compassione, per la salute”; “Sostienila, non esportarla: vota Sì” (in riferimento alle 3 mila donne irlandesi che ogni anno espatriano nel Regno Unito per interrompere una gravidanza); “Tua sorella, tua figlia, una tua amica: abbi fiducia in loro, vota Sì”; “Una donna che ami potrebbe avere bisogno del tuo Sì”; “Avere cura di una crisi ha bisogno di un Sì”; “Smettetela di sorvegliare il mio corpo, votate Sì”; “Per la compassione in una crisi vota Sì”. Quelli in difesa dell’emendamento vigente controbattono: “Nel Regno Unito un bambino su 5 viene abortito: non portare questo in Irlanda, vota No”; “No all’aborto su richiesta”; “Il Sì significa aborto senza restrizioni fino a 12 settimane: vota no”; ci sono i manifesti corredati dell’ecografia di un feto: “Il tuo voto può salvarla: vota No”; “Ho 9 settimane, posso sbadigliare e calciare, non rigettarmi” (usando il verbo “repeal”, lo stesso contenuto nella domanda referendaria).
Per le strade si incontrano gruppetti di giovanissimi del “Sì” e del “No”, di solito i primi vestiti di nero e i secondi di rosa o di rosso. Per il “Sì” si vedono quasi solo ragazze, spesso intente a scattarsi gioiosi selfie, mentre gli attivisti del “No” sono sia maschi che femmine. Fra i passanti del centro molte donne fra i venti e i trent’anni, qualche raro uomo e qualche rara signora sopra i 40 ostentano il distintivo del “Sì”: tre nuvolette da fumetto verdi, rosa e giallo sovrapposte con la scritta “Yes Repeal the 8th”. Bisogna vedersi passare sotto gli occhi una cinquantina di “Yes” prima di incontrare una giovane donna con un vistoso “No” in campo rosso: è una ragazza nerissima inguainata in un abito dello stesso colore della sua pelle, coi capelli tinti di un carota acceso. Un uomo sulla quarantina ostenta una t-shirt azzurra con la provocatoria scritta “Repeal kills”, e raccoglie qualche commento sfavorevole ad alta voce.
Non mancano gli episodi curiosi. Davanti alla chiesa dei carmelitani in Aungier Street due attempati signori distribuiscono volantini per il “No”; uno dei due ferma un sacerdote che esce dal portone e con aria luttuosa gli confida una cattiva notizia: «Pensare che è pure ministro dell’Eucarestia!», esclama mentre confida al prete che un certo parrocchiano è intenzionato a votare per il “Sì”. Nonostante la crescente secolarizzazione, in Irlanda la frequenza settimanale della Messa è la seconda in Europa dopo la Polonia: il 36 per cento dei residenti va in chiesa almeno una volta alla settimana. Si stima che un 15-20 per cento di essi dovrebbe schierarsi nelle urne a favore del “Sì”. Poco più in là un altro sacerdote sta dando l’elemosina a uno dei molti mendicanti in cui ci si imbatte nel centro di Dublino. Si accorge che costui porta una spilla del “Sì” sopra a un giaccone consumato e sporco. Comincia una discussione: “Perché porti quel distintivo?”, “Perché la donna deve poter scegliere”, bofonchia il questuante abbassando lo sguardo. “E la vita del bambino?”, chiede il sacerdote. Il dialogo va avanti per un po’, l’uomo è sempre più imbarazzato e alla fine si toglie il distintivo: “Devo pensare meglio a questa questione”, conclude dopo aver ringraziato per l’elemosina.
Poco più in là due ragazze del “No” distribuiscono volantini a giovani della loro età: “Yes or no? I don’t know!”, sorride un ragazzone con la barba e i tatuaggi con tono amichevole. Gli indecisi, secondo gli ultimi sondaggi, sono circa il 15 per cento degli elettori. Un mese fa il “No” partiva battuto, col “Sì” comodamente sopra il 60 per cento. L’ultimo sondaggio settimana scorsa dava il “Sì” al 47 per cento e il “No” al 38, più un 15 per cento di indecisi. Il “Sì” è nettamente in vantaggio nelle città, mentre il “No” è tanto più forte quanto più ci si allontana dal mondo urbano, fino a registrare chiare maggioranze nelle contee di Donegal e Roscommon. Mercoledì sera si è conclusa la componente televisiva della campagna referendaria, con l’ultimo dibattito ospitato su Tv3, il principale canale privato irlandese. La coalizione per il “No” ha rimandato all’assalto Maria Steen, il Cristiano Ronaldo degli antiabortisti. Nel dibattito di lunedì 14 maggio sulla rete nazionale (RTÉ) ha nettamente battuto i suoi oppositori, la presidente dell’Istituto delle Ostetriche e Ginecologhe e una senatrice del partito laburista. Le urne diranno se a questa mamma di quattro figli, avvocato e affiliata della Legio Mariae, è riuscito il bis. Avrebbe del miracoloso.

Foto Ansa

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