Iraq. La festa dei cristiani fra mitra e candele

Nelle città riconquistate suonano le campane a stormo. «Speriamo che questa unità di intenti rimanga anche dopo la liberazione completa»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Bartellah, Karamlis, Qaraqosh, Teleskoff, Baqofa, Batnaya: quello che due anni e due mesi fa era stato il Rosario doloroso delle località cristiane della piana di Ninive occupate dai jihadisti dell’Isis in una sola notte, oggi è un Rosario gaudioso di caposaldi strappati all’invasore nel giro di una settimana fra il 17 e il 23 ottobre. Combattenti originari del posto, sacerdoti e abitanti si avventurano fra le strade dei luoghi da cui furono esclusi per tanto tempo, emozionati per il ritorno tanto atteso, scossi per le distruzioni e le rovine che sfigurano ambienti che erano loro familiari. Foto, filmati, servizi dei primi inviati diffondono in tutto il mondo immagini e racconti che evocano altri tempi.

A Bartellah alcuni video mostrano miliziani delle Ninevah Plain Forces, cristiani siriaci ortodossi, che costruiscono con due pali una rozza croce e la vanno a collocare sul tetto di una chiesa dalla quale era stata rimossa quella originaria, mentre alcuni di loro suonano a stormo le superstiti campane dell’adiacente campanile. A Batnaya è la volta dei miliziani cristiani caldei dei Dwekh Nawsha di restaurare al suo posto la grande croce metallica che sormontava la chiesa principale della località. Foto da Qaraqosh, la più grande delle cittadine che l’Isis aveva occupato (contava 45 mila abitanti, quasi tutti siriaci cattolici o siriaci ortodossi), mostrano l’interno della chiesa dell’Immacolata, siriaca cattolica, la più grande di tutto l’Iraq, completamente distrutto e carbonizzato, ma anche soldati col mitra e sacerdoti in ginocchio che accendono candele e le appoggiano sulla balaustra dell’altare, in una sorta di rito di riconsacrazione del santuario.

La prima autorità della gerarchia ecclesiastica che ha visitato le località riconquistate è stato il patriarca caldeo Louis Raphaël I Sako. Le foto lo ritraggono insieme ad alti ufficiali peshmerga curdi e dell’esercito iracheno, ma anche miliziani sciiti con la fascia verde. Sako spiega che le vittorie militari «sono un segno di unità fra iracheni, e speriamo che questa unità di intenti rimanga anche dopo la completa liberazione di Mosul e di tutta la piana di Ninive. L’unità è essenziale per il nostro futuro».

Il patriarca ha detto di aver provato «tristezza e sofferenza» per le distruzioni compiute dallo Stato islamico e per le chiese profanate, perché i jihadisti «hanno bruciato tutto, demolito croci e lasciato scritte ingiuriose e minacce contro i cristiani», ma anche un sentimento di «grande speranza» e di «attesa» per un ritorno imminente e l’inizio di una «nuova ricostruzione». Il patriarca si è assunto il rischio di un viaggio in zone dove ancora si combatte perché «ho voluto inviare un messaggio: queste sono “le nostre terre” e noi siamo pronti a tornare. Abbiamo voluto ricordare a tutti la nostra presenza e spero che, in un futuro prossimo, anche altri vescovi vadano a visitare la zona».

Monsignor Georges Casmoussa, vescovo siriaco cattolico emerito di Qaraqosh che subì pure un rapimento, ha espresso la sua gioia per la liberazione della sua diocesi con una lettera dai toni poetici: «Qaraqosh liberata, alleluia! Grida di gioia, di pace e di speranza per tutti i suoi figli e i suoi amici nel mondo. Rendimento di grazie a Dio e gratitudine verso gli uomini coraggiosi delle forze armate irachene, venuti dai quattro angoli del paese, musulmani e cristiani, arabi, curdi, sciiti, sunniti insieme. I quali all’alba del 22 ottobre 2016 sono penetrati, con la bandiera irachena, nella città deserta senza i suoi abitanti dopo due anni e tre mesi. Che bella l’immagine di quel soldato coraggioso, figlio di Qaraqosh, emozionato mentre calpesta il suolo della sua città silenziosa, che si asperge la fronte e la testa della sua polvere, come di un balsamo profumato. O di quel gruppo di ufficiali e soldati che stanno in piedi davanti all’altare distrutto dal Daesh nella chiesa dell’Immacolata, recitando l’Ave Maria nella loro lingua materna, il soureth, dialetto aramaico del tempo di Cristo!».

Anche i racconti dalla cittadina di Karamlis evocano una forte esperienza di unità fra iracheni. Il parroco caldeo padre Paolo Thabit si incontra con l’imam sciita anche lui tornato nel villaggio, e insieme a lui improvvisa un discorso per i soldati, per lo più musulmani sciiti, che li circondano: «Oggi innalziamo questa croce per mostrare che siamo uniti, e che vogliamo vivere in pace: sunniti, sciiti, assiri, yazidi, tutte le minoranze dell’Iraq. Non c’è differenza fra noi».

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