Iraq. Il Kurdistan è sempre più ricco e si prepara all’indipendenza (ed è l’unica speranza per i cristiani)

Lo Stato islamico mette sotto scacco l’Iraq ma il Kurdistan continua a crescere economicamente grazie al petrolio. E con il suo esercito riesce a garantire la sicurezza della regione autonoma che cerca l’indipendenza

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iraq-divisione-stati-kurdistan-sunniti-sciitiMentre l’Iraq va in pezzi e il califfato islamico si consolida nella parte occidentale del paese, prospera la regione autonoma del Kurdistan, protetta dal suo esercito autonomo (Peshmerga). Lo spiega oggi Haaretz. Vivere a Erbil e nelle altre città curde – afferma il giornale israeliano – è «come stare su un altro pianeta» rispetto al resto dell’Iraq.
Dalla caduta del regime di Saddam Hussein, nel 2003, i curdi della regione autonoma irachena si sono arricchiti notevolmente.

PETROLIO E INVESTIMENTI. Il Kurdistan oggi rappresenta la salvezza per i cristiani e gli sciiti in fuga dalle violenze degli estremisti sunniti e dai militanti dello Stato islamico, nel nord dell’Iraq. È anche un territorio sicuro per fare buoni investimenti, forse l’unico in tutta la nazione. Non per niente, negli ultimi anni, nel Kurdistan «sono stati costruiti due aeroporti – uno a Erbil, l’altro a Sulaymaniyah». E anche moltissimi centri commerciali. Gli ultimi due hanno portato un investimento di 100 milioni di dollari. Erbil si è riempita di «edifici residenziali esclusivi costruiti da società turche». Nella capitale curda «l’Iran ha aperto un consolato. Oggi – riporta Haaretz – il Kurdistan è invaso da centinaia di aziende locali ed estere, i prezzi immobiliari sono saliti alle stelle e l’agricoltura è stata abbandonata». «Chi ha bisogno di lavorare la terra, quando la terra incolta rende milioni di dollari?». I curdi, infatti, ricorda il quotidiano israeliano, hanno il petrolio. Ne «stanno producendo circa 120 mila barili al giorno e sperano di produrne più di 300 mila».

L’ESERCITO PESHMERGA. A garantire la sicurezza dei confini curdi non è l’esercito iracheno (quello che ha abbandonato Mosul e Tikrit all’arrivo dei jihadisti). «Per proteggere la sicurezza dei circa cinque milioni di abitanti, il Kurdistan ha un esercito “privato”, noto come Peshmerga (che significa “coloro che affrontano la morte”)». «L’esercito curdo è finanziato interamente dal bilancio dell’amministrazione curda e ha più di 350 mila truppe da combattimento», continua Haaretz. Di fatto, i curdi si amministrano come se fossero al governo di una nazione e non di una “regione autonoma”. Non solo «il valico di frontiera con la Turchia è gestito dai curdi» ma i «cittadini iracheni non curdi sono autorizzati ad entrare nella regione solo se in possesso di un invito scritto da uno sponsor curdo». Infine, «è la bandiera curda, non quello irachena, che sventola sui palazzi governativi e l’insegnamento della lingua araba sta scomparendo».

LE DUE MOSSE VINCENTI. Le recenti decisioni strategiche del leader curdo Massoud Barzani, volte ad assicurare la sicurezza e l’autonomia del suo Paese, hanno avuto successo. La prima mossa è stata «la vendita del petrolio curdo in maniera indipendente dal governo di Baghdad attraverso un oleodotto in Turchia; la seconda, riguarda il controllo della città di Kirkuk», occupata con rapidità dai Peshmerga per impedirne la conquista ai militanti dello Stato islamico. La terza e ultima mossa sarà il referendum per l’indipendenza, annunciato settimana scorsa da Barzani. Questa decisione però, secondo il giornale israeliano è rischiosa perché getta il Kurdistan «in una gabbia geopolitica circondato da quattro paesi che non hanno in simpatia la nazione curda».

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