Iraq. «I musulmani non sono tutti uguali. Uno ha comprato 12 ragazze rapite dai terroristi per riportarle alle famiglie»

Fuggita dai jihadisti a giugno in Kurdistan con le sue consorelle, suor Caroline racconta la vita della sua famiglia a Baghdad che continua a professare la fede cristiana nonostante i pericoli

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Fino a pochi mesi fa viveva a Mosul, ma quando la seconda città più importante dell’Iraq è stata invasa dai terroristi dello Stato islamico suor Caroline è scappata con le sue consorelle in Kurdistan e oggi si trova a Roma per specializzarsi in Comunicazioni sociali. La sua famiglia, però, vive ancora a Baghdad e per questo si fa fotografare solo di spalle e non rivela troppi dettagli alla Provincia di Cremona, che l’ha intervistata.

FUGA IN KURDISTAN. «La nostra casa a Mosul – ha ricordato – era divisa in tre parti. In una ci stavamo noi sorelle, l’altra era una casa per donne e l’altra ancora una casa di riposo. Il 9 giugno scorso, intorno alle 18, si è capito che la situazione stava precipitando e i frati francescani del convento di fronte al nostro hanno comunicato di tenersi pronti ad andarsene. Alle due del mattino le suore sono state costrette a lasciare la casa e dopo undici ore di cammino hanno raggiunto una zona peshmerga del Kurdistan».

«CROCE SPEZZATA». Le consorelle di suor Caroline «ora sono lì, vivono in una scuola e hanno ripreso la loro attività. Sappiamo che a Mosul gli uomini dell’Isis hanno cercato di distruggere la croce del nostro convento, l’hanno spezzata e sopra ci hanno messo la loro bandiera nera. Dai cristiani sono passati casa per casa: non tutti erano riusciti ad andarsene, gli anziani e i malati non potevano muoversi. A loro l’Isis ha imposto quattro condizioni: la conversione, il pagamento di una tassa, l’allontanamento o l’uccisione. A un nostro vicino paralizzato hanno fatto trovare un’auto e l’hanno mandato via. Però nessuno di quelli costretti ad andarsene ha potuto portare via nulla, né soldi né documenti, niente».

DONNE SALVATE DAI MUSULMANI. Suor Caroline si sofferma sulla tragedia delle donne, cristiane e yazide, rapite dai terroristi islamici e vendute come schiave. Racconta però anche dettagli luminosi mai divulgati finora: «A Sinjar hanno rapito tutte le donne dai 9 ai 50 anni per ridurle in schiavitù e le hanno messe in vendita al mercato, ognuna con il proprio prezzo. Ma i musulmani, anche tra i sunniti, non sono tutti uguali. Un capo tribù ha riscattato le ultime dodici ragazze, le ha portate a casa sua, si è fatto raccontare la loro storia e poi è riuscito a riportarle alle loro famiglie».

«NOSTALGIA PER SADDAM». Non tutti gli uomini dei villaggi conquistati, poi, sono stati uccisi o costretti a unirsi alla lotta jihadista. «Non tutti ci stanno, c’è un movimento clandestino di resistenza che organizza attentati, segue i rapitori delle donne e li uccide, ed è un movimento sunnita». Ma, continua suor Caroline, spesso i terroristi fanno presto a convincere la popolazione a seguirli perché «dopo 35 anni di dittatura, senza libertà e senza possibilità di comunicazioni, non era preparata alla democrazia. La mentalità della gente è diversa da quella americana o europea, l’importazione della democrazia con l’intervento occidentale è fallita. E tra alcuni iracheni la nostalgia per Saddam si avverte, anche perché era laico».

«VOGLIO TORNARE». La famiglia della religiosa vive ancora a Baghdad. Sua sorella è stata coinvolta in un attentato ed è rimasta sfigurata, mentre il marito è morto. Un’altra sorella e la cognata, così come la nipote e i genitori, continuano ad andare in chiesa, anche se i luoghi di culto non sono più protetti dai militari: «Loro sono più forti di me. Io ho paura per loro ma mio padre mi dice sempre: “Vado nella Casa di Dio” e so che mia nipote prova una felicità grandissima quando canta in chiesa. Spesso, dopo ogni telefonata, piango. Loro non hanno paura ma io sì». Nonostante questo, suor Caterine sa che cosa vuole: «La mia comunità è in Kurdistan, che vive tra i banchi di scuola. È là che voglio tornare».

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