Iraq, Gran Mufti: «I musulmani non possono augurare buon Natale ai cristiani»

Dopo che nel paese è stato dichiarato il Natale festa nazionale, uno dei rappresentanti dei sunniti, Al-Sumaidaie, ha criticato aspramente il governo. Ma molti musulmani si sono opposti al suo «incitamento all’odio»

Il 24 dicembre il governo iracheno ha ufficialmente dichiarato il Natale festa nazionale. Si tratta di un segnale importante di attenzione verso la minoranza cristiana in un paese dove oltre il 99 per cento della popolazione aderisce all’islam. La decisione va nella direzione più volte indicata dal patriarca dei caldei, il cardinale Louis Raphael I Sako, di riconoscere pari dignità ai cittadini cristiani, che sono iracheni tanto quanto i musulmani.

Quello del governo è ovviamente un piccolo gesto simbolico in un paese dove nel 2003 vivevano 1,5 milioni di cristiani e oggi appena 250 mila. L’ascesa e la caduta dell’Isis ha reso la vita dei cristiani, soprattutto nei villaggi della Piana di Ninive, sempre più difficile e i fedeli stanno ancora aspettando gli aiuti economici promessi da Baghdad per la ricostruzione delle case distrutte dai terroristi islamici.

«NON FATE GLI AUGURI DI NATALE AI CRISTIANI»

Come ribadito più volte dai vertici della Chiesa irachena, anche se l’Isis è stato sconfitto e il Califfato dissolto, resta il problema del fondamentalismo islamico, che spinge molti musulmani a discriminare i cristiani, considerandoli cittadini di serie B. Un esempio è stato offerto il 28 dicembre dal Gran Mufti dell’Iraq, Abdul-Mehdi al-Sumaidaie, tra le principali autorità sunnite del paese, che guidando la preghiera del venerdì in una moschea di Baghdad, ha criticato il governo per la legittimazione offerta al Natale e dichiarato:

«I musulmani non possono e non devono unirsi ai cristiani nella celebrazione del Natale o del Nuovo anno. Non è permesso. Fare gli auguri ai cristiani e congratularsi con loro è come congratularsi perché adorano la croce e credono in Gesù, come figlio di Dio. Chi si felicita con loro, dunque, è come se aderisse alla loro dottrina».

Il cardinale Sako ha reagito a queste parole chiedendo al governo di condannarle esplicitamente e di perseguire il Gran Mufti: «Il nostro popolo oggi ha bisogno di approfondire ciò che lo lega insieme per contribuire a raggiungere la coesistenza. Non abbiamo bisogno di incitamenti all’odio».

LA REAZIONE DEI MUSULMANI

Molti musulmani di buona volontà hanno criticato Al-Sumaidaie e tra questi anche il capo dell’autorità pubblica Sunni Endowment, Abdul Latif al-Heymen: «Queste affermazioni non rappresentano il sunnismo iracheno, che lavora per stabilire l’unità nazionale», ha dichiarato, come riportato da Al-Arabiya. I cristiani hanno profonde radici in Iraq. Se loro poi non ci impediscono di celebrare la nascita del profeta Maometto, perché noi dovremmo vietare la celebrazione del Natale?».

Nel suo discorso di inizio anno, il cardinale Sako è tornato a definire «grave» l’episodio e ha esortato cristiani e musulmani ad «aprirsi» e «approfondire» gli elementi in comune per un «futuro brillante». Lo stesso Al-Heymen ha visitato il patriarca e la comunità cristiana per ribadire che le parole del Gran Mufti non rappresentano il pensiero di tutti i musulmani iracheni. A un anno dalla sconfitta dell’Isis, la speranza è che il rifiuto da parte delle autorità delle parole di Al-Sumaidaie possa portare a una nuova stagione di unità e tolleranza per l’Iraq. Un bel segnale in questo senso è la partecipazione, nella capitale, di decine di abitanti musulmani alla manifestazione pubblica per fermare la realizzazione di un progetto di ristrutturazione urbana che implicherebbe anche l’abbattimento della chiesa caldea dedicata alla Divina Sapienza, nel quartiere di Adhamiya.