Iran, anche i carri armati per frenare le proteste: 450 morti in quattro giorni

Il regime islamico degli ayatollah, in crisi economica, ha alzato il prezzo della benzina nottetempo provocando la rabbia della popolazione. I pasdaran, tra il 15 e il 20 novembre, hanno massacrato centinaia di persone

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Tra i 180 e i 450 morti. È questo il bilancio della più grande crisi politica mai vissuta dall’Iran da 40 anni a questa parte. La protesta popolare si è svolta dal 15 al 20 novembre, ma a causa del blocco da parte del regime islamico di internet e delle telecomunicazioni, le prime notizie affidabili sono arrivate soltanto in questi giorni. Secondo il New York Times, per soffocare nel sangue la protesta, gli ayatollah hanno inviato in piazza carri armati e pasdaran, che hanno aperto il fuoco senza pietà sui manifestanti disarmati.

RINCARO DELLA BENZINA

Tutto è cominciato il 15 novembre, quando in serata il governo iraniano ha annunciato un rincaro del prezzo della benzina di almeno il 50 per cento. La potenza petrolifera ha infatti deciso nottetempo di razionare la benzina: il governo di Teheran ha deliberato che ogni automobile potrà avere al massimo 60 litri al mese a un prezzo di 15 mila rials al litro (11,5 centesimi di euro): un prezzo irrisorio rispetto ai nostri standard, ma che è aumentato da un giorno all’altro del 50 per cento. Acquisti addizionali, oltre i 60 litri al mese, saranno consentiti ma al prezzo di 30 mila rials al litro. La misura metterà in difficoltà soprattutto le fasce più povere della popolazione iraniana, che hanno quindi deciso di protestare.

Nel giro di due giorni, le piazze delle principali città iraniane si sono riempite di manifestanti che hanno invocato la fine del regime. Secondo le testimonianze raccolte dal Nyt, le forze di sicurezza hanno subito cominciato a sparare sui giovani. A Mahshahr i pasdaran hanno ucciso tra le 40 e le 100 persone. «Un simile impiego della forza letale da parte del regime non ha precedenti», ha dichiarato Omid Memarian, vicedirettore del Center for Human Rights in Iran.

CARRI ARMATI IN PIAZZA

Oltre alle centinaia di vittime in soli quattro giorni, settemila persone sono state arrestate e si contano anche duemila feriti. Per fare un paragone, nelle ultime oceaniche proteste del 2009 erano morte “solo” 72 persone in dieci mesi. Hussein Mussavi, ex candidato presidenziale agli arresti domiciliari dal 2011, ha paragonato il massacro ordinato dall’ayatollah Khamenei a quello del 1978 dello scià Mohammed Reza Pahlavi.

A Mahshahr i manifestanti hanno preso il controllo della città, bloccando le strade e i quartieri principali. I pasdaran sono intervenuti accerchiando i manifestanti e falciandone 100 con le mitragliatrici. Molti dei cadaveri sono stati restituiti alle famiglie solo dopo che queste hanno firmato un documento promettendo di non parlare con i media e di non organizzare funerali pubblici. Il quartiere di Shahrak Taleghani è stato strappato ai manifestanti con l’intervento dei carri armati.

«SIETE PEGGIO DELLO SCIÀ»

Il 25 novembre, il rappresentante della città in Parlamento, Mohamad Golmordai, ha criticato pubblicamente il regime con parole che non hanno precedenti: «Che cosa avete fatto voi che il vergognoso scià non ha fatto?», ha gridato come mostrato dalla televisione di Stato iraniana, mentre altri parlamentari cercavano di bloccarlo prendendolo anche per la gola.

Le proteste scoppiate due settimane fa dimostrano che le sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’Iran per volere di Donald Trump hanno messo in ginocchio l’economia di Teheran. L’esportazione del petrolio è crollata e secondo il Fmi l’economia subirà una contrazione quest’anno del 9,5 per cento. L’inflazione è cresciuta del 35,7 per cento, dopo il rialzo del 47.5 per cento del 2018. Anche il premier Hassan Rohani ha dovuto ammettere per la prima volta le difficoltà dell’Iran: «Non abbiamo mai avuto così tanti problemi nel vendere petrolio e nel consentire la navigazione alla nostra flotta di petroliere. Come possiamo amministrare il paese se non riusciamo a vendere petrolio?».

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