«Io che ho perso tre figlie sotto le bombe a Gaza chiedo a Israele un gesto coraggioso: lasci libero il mio popolo»

Intervista di Izzeldin Abuelaish, medico palestinese autore di “Io non odierò”: «Non si possono uccidere donne e bambini per ragioni di autodifesa. C’è un altro modo di difendersi: mettere fine all’occupazione»

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Izzeldin Abuelaish è il medico palestinese di Gaza trapiantato in Canada che a commento di quello che sta avvenendo nella sua terra natale ha scritto sul Guardian: «La follia, come diceva Einstein, è continuare a rifare la stessa cosa aspettandosi un risultato diverso». Ma soprattutto è l’autore del libro Io non odierò, dedicato alle sue tre figlie Bessan, Mayar e Aya e alla nipote Noor uccise da una bomba israeliana durante l’operazione Piombo Fuso nel 2009. Per onorare la loro memoria ha creato un’opera di pace: la fondazione Daughters for Life che finanzia gli studi di ragazze arabe in tutto il mondo. Da Toronto, al telefono, spiega a Tempi il suo punto di vista su quello che sta succedendo.

Dottor Abuelaish, cosa prova quando vede in tv le immagini dei combattimenti a Gaza oggi, cinque anni dopo l’operazione Piombo Fuso nella quale perse tre delle sue figlie?
Provo rabbia, frustrazione e avvilimento. Al conflitto israelo-palestinese non si metterà fine con azioni militari e facendo morire più gente. Con la forza non si arriverà mai alla pace e alla sicurezza a lungo termine, ma solo nel breve termine. Dopo sessant’anni di guerre, il problema palestinese è ancora lì. Voglio dire alla leadership israeliana che questa guerra servirà solo ad aumentare l’animosità e l’odio, ad allargare il fossato fra israeliani e palestinesi, a distruggere le nostre anime e i nostri cuori. Io condanno le violenze da ogni parte, ma l’alternativa a tutto questo è riconoscere i diritti degli uni e degli altri a vivere liberi e senza paura, è porre fine alla coazione del rapporto occupanti-occupati. Per fare questo abbiamo bisogno di gesti coraggiosi da parte della leadership israeliana.

Lei è un uomo che ha saputo strappare l’odio dal proprio cuore. Dopo la morte violenta delle sue figlie, non ha cercato la vendetta, ma di fare il bene. Però molti protagonisti del conflitto israelo-palestinese sembrano vivere l’odio come un sentimento naturale, conseguenza di ingiustizie e ferite subìte.
L’odio non è un sentimento naturale. È una malattia che colpisce il cuore, l’anima e la mente dell’uomo, estremamente distruttiva per il soggetto portatore. Per prenderla bisogna essere stati esposti ad agenti patogeni. Quali? L’intimidazione, l’umiliazione, la sofferenza. Bisogna evitare l’esposizione. Per questo dico che i bombardamenti su Gaza e gli scontri militari fra le due parti non portano a nient’altro che alla crescita dell’odio. Come si vede dai discorsi di certi esponenti israeliani. Il rabbino vice ministro per gli Affari religiosi Eli Ben Dahan ha detto: «I palestinesi non sono esseri umani, non meritano di vivere, non sono altro che animali». E la deputata della Knesset Ayelet Shaked ha detto: «Dobbiamo uccidere tutte le madri palestinesi, perché mettono al mondo quelli che ci combattono». Se vogliamo convivere, dobbiamo rinunciare a questo linguaggio, le parole possono fare molto male. Dobbiamo imparare a comprendere quello che provano le vittime dell’altra parte: nessuno può celebrare la morte di altri esseri umani. Ogni vita umana è preziosa allo stesso modo. Quando sanguiniamo, il sangue ha lo stesso colore per tutti. Nessun fine, per quanto elevato, giustifica l’uccisione di esseri umani. Non si possono uccidere donne e bambini per ragioni di autodifesa. C’è un altro modo di difendersi: mettere fine all’occupazione e permettere ai palestinesi di essere liberi.

L’occupazione è la questione nevralgica di tutte le violenze e le ingiustizie del conflitto?
Sì. Entrambi i popoli soffrono a causa del conflitto, ma i palestinesi soffrono più degli israeliani. I palestinesi sono gli occupati e oppressi, e gli israeliani sono gli occupanti e oppressori. Se si distrugge l’autostima e il rispetto di sé di qualcuno, ne risulterà per reazione un conflitto. Capisco perfettamente che questa situazione è anche una conseguenza della storia delle sofferenze del popolo ebraico, è una conseguenza dell’Olocausto. Ma i palestinesi non sono parte di quella storia, non sono stati loro a infliggere agli ebrei quel male. Gli ebrei sono stati vittime e provo compassione per la loro sofferenza, ma la sofferenza non dà diritto alla vittima di diventare carnefice. Noi palestinesi siamo diventati vittime di vittime diventate carnefici. Vittime che hanno lottato strenuamente e giustamente per la loro libertà. Ma anche noi palestinesi vogliamo la stessa libertà. È tempo che gli israeliani riconoscano che c’è un’occupazione e un’oppressione che riguarda i palestinesi, e dicano: «Non accettiamo più questo, perché amiamo la libertà e ci sta a cuore ogni vita umana». È tempo che riconoscano queste realtà e non si nascondano più dietro alle loro paure.

La logica di Hamas, tuttavia, non è quella di chi abbia a cuore la vita umana.
Il conflitto non è fra Hamas e gli israeliani, ma fra i palestinesi e gli israeliani. Hamas è solo una fazione, conseguenza delle dinamiche del conflitto. Il giorno che l’occupazione sarà consegnata alla storia, finiranno anche le fazioni palestinesi, il popolo palestinese vorrà vivere una vita pacifica e libera.

I tentativi di fare avanzare i negoziati fra palestinesi e israeliani continuano a fallire, ultimo in ordine di tempo quello del segretario di Stato americano John Kerry. È possibile un nuovo inizio per i negoziati?
Il negoziato ha senso quando è mirato a un obiettivo. Non si negozia per il gusto di negoziare, per passare il tempo. I palestinesi hanno negoziato per anni, e cosa hanno ottenuto? Niente. Anzi, un peggioramento della situazione: un numero crescente di insediamenti ebraici nei loro territori e nuove sofferenze. Perciò i palestinesi sono stanchi di negoziati che non concludono nulla e sono solo una perdita di tempo. Sì, i negoziati sono indispensabili, ma devono avere per obiettivo la fine dell’occupazione e tradursi in attività concrete sul terreno.

Lei ha perso tre figlie innocenti cinque anni fa a causa della guerra. Che cosa significano, oggi, loro per lei? Cosa deve sapere e capire di loro il mondo?
Oggi nelle mie figlie vedo tutti i bambini innocenti di Gaza che perdono la vita a causa di questo intervento armato. Questa cosa mi riempie di rabbia, perché è come versare sale su di una ferita. Ma mi rende più determinato nel mio proposito: non rinuncio, non mi arrendo; lavorerò sempre di più per fare sì che le mie figlie continuino a vivere attraverso le buone opere, attraverso azioni coraggiose, e non accetterò mai che ad altri figli accada ciò che è successo a loro. Nel libro Io non odierò ho scritto che se avessi saputo che quello delle mie figlie era l’ultimo sacrificio sulla strada per raggiungere la pace fra palestinesi e israeliani, avrei accettato la loro perdita. Purtroppo non è stato così, e la cosa mi riempie di rabbia, ma soprattutto sono deciso a fare di più perché la morte delle mie figlie e di mia nipote non sia stata vana. La settimana scorsa mia figlia Rafah, che ha da poco compiuto 15 anni, vedendo quello che sta succedendo ha detto: «Ho 15 anni, la stessa età che avevano le mie sorelle Mayar e Aya quando sono state uccise; io invece sono viva e mi sento colpevole di questo nei loro confronti». Cosa posso rispondere a mia figlia? Altri bambini vengono uccisi, altri ancora lottano per sopravvivere e alla fine si sentiranno colpevoli per quelli che sono morti. Allora dico alla gente: «Cosa possiamo fare per salvare le loro vite?». Voglio che il mondo agisca. Ciò che permette al male di trionfare è il fatto che le persone buone non facciano nulla. Dobbiamo alzare la voce: il mondo è il nostro mondo, è il mondo di tutti, nessuno ci è estraneo, nessuno è troppo lontano. È tempo di parlare a una sola voce e di agire come un solo uomo, e di affermare il valore di ogni vita indipendentemente dalla religione, dall’origine e dalla collocazione geografica di ciascuno. Quelli che stanno soffrendo sono esseri umani e appartengono alla famiglia umana, e tutti noi dobbiamo essere avvocati irriducibili dei nostri fratelli in umanità.

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