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Incontro Renzi-Regioni positivo? Macché, sui tagli alla sanità le «misure idiote» non cambiano

novembre 5, 2015 Redazione

Dopo il vertice di ieri giornali e governatori Pd parlano di pace quasi fatta tra Renzi e enti locali. Ma per le Regioni virtuose è vero l’esatto contrario

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Non è chiarissimo il motivo per cui i giornali scrivono che tra Stato e Regioni «l’intesa è a un passo» e «la pace potrebbe scoppiare presto» (copyright Sole 24 Ore). Ieri infatti si è tenuto a Palazzo Chigi l’atteso vertice tra le Regioni e il presidente del Consiglio Matteo Renzi, e la questione dei tagli alla sanità, il tema caldo sul tavolo, resta critica quanto lo era l’altroieri.

QUANTE SFORBICIATE. Pur senza richiamare l’ormai lunga storia di sforbiciate ai trasferimenti da Roma agli enti locali, il Corriere della Sera riassume bene quanto meno le emergenze più recenti che i governatori hanno sottoposto ieri a Renzi: «Quest’anno (le Regioni, ndr) hanno dovuto fare un taglio di 2,3 miliardi al Fondo sanitario, ma la Lorenzin ha detto ieri al Corriere.it che la spesa farmaceutica ospedaliera rischia di sforare di altri 2 miliardi. Per il 2016 le Regioni si aspettavano in base ai vecchi accordi 113 miliardi per la salute, e ne avranno solo 111, uno più di quest’anno, ma dovranno finanziarci almeno 2 miliardi di costi aggiuntivi, dai nuovi Livelli essenziali di assistenza al rinnovo del contratto di lavoro, al piano sui vaccini, ai farmaci innovativi. Sempre nel 2016 subiranno un taglio di altri 500 milioni grazie all’imposizione del pareggio di bilancio. Nel 2017-2019, poi, dovranno tagliare sulla sanità altri 15 miliardi, e quasi tutte rischiano un buco mostruoso di bilancio dopo la sentenza della Consulta, che ha bocciato l’uso dei prestiti avuti dallo Stato. Il decreto che con uno stratagemma contabile dovrebbe minimizzare l’impatto della sentenza è atteso da molti giorni».

IL DECRETO PROMESSO. A fronte di tutto ciò Renzi ha escluso categoricamente aumenti al Fondo per la salute, «un “no” secco – spiega sempre il Corriere – appena addolcito dalla costituzione di due tavoli di verifica sui costi». A quanto pare, dunque, a convincere i presidenti delle Regioni amministrate dal Pd (e i giornalisti al seguito) a descrivere il faccia a faccia con il premier come un mezzo idillio, è stata proprio la promessa del citato decreto “salva bilanci”, che dovrebbe permettere a tanti governatori di tornare a respirare aria che pensavano di non avere più. Per capire di che razza di problema stiamo parlando, bisogna tornare alla sentenza del 23 giugno scorso con cui la Corte costituzionale ha giudicato illegittimo il modo in cui le Regioni hanno utilizzato i 20 miliardi stanziati dallo Stato nel 2013 con il famoso decreto “sblocca debiti”: soldi che servivano a saldare vecchie pendenze e che invece furono utilizzati dagli enti locali per ritoccare i risultati di bilancio. Secondo il Sole 24 Ore, pare che all’epoca Roma avesse sostanzialmente dato il via libera a tale soluzione. Fatto sta che per i giudici della Consulta invece la trovata ha aperto nuovi buchi, buchi che la Corte dei conti finora ha quantificato solo per il Piemonte in 9 miliardi di euro.

LA RIVOLTA. È naturale che il governatore piemontese Sergio Chiamparino (Pd) – che ieri ha confermato le proprie dimissioni dalla Conferenza Stato-Regioni, rassegnate proprio in seguito alla certificazione dei guai finanziari del Piemonte – confidi molto nel decreto promesso dal governo, che dovrebbe spalmare su trent’anni il ripianamento della voragine in questione. Sono invece i governatori del centrodestra a ribellarsi, in particolare Roberto Maroni e Luca Zaia, presidenti di Lombardia e Veneto, le Regioni virtuose come sempre penalizzate dai tagli lineari e ieri uscite a mani vuote dall’incontro.

«UNA GUIDA NON DEL PD». «Matteo Renzi ci ha preso in giro», dice Maroni intervistato dal Corriere. «Aveva garantito che nella legge di Stabilità avrebbe introdotto i costi standard. E invece, una volta di più, rieccoci ai tagli lineari». Il governatore lombardo si candida anche a succedere a Chiamparino: «Io propongo che la Conferenza delle Regioni come suo nuovo presidente scelga me, oppure Luca Zaia o Giovanni Toti», perché «in questa fase di forte conflitto istituzionale ci vorrebbe una guida di garanzia. Qualcuno, tanto per intendersi, che non appartenga allo stesso partito del presidente del Consiglio».

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ADDIO COSTI STANDARD. Il motivo dell’insoddisfazione di Maroni è il naufragio de facto di un tema fondamentale: l’applicazione dei costi standard alla sanità, che permetterebbero allo Stato di risparmiare una montagna di soldi senza imporre continuamente tagli “ignoranti” a tutte le Regioni, virtuose o spendaccione che siano. «Durante la riunione – lamenta Maroni – Renzi scherzando ha detto di essere maroniano riguardo ai costi standard. Perché io gli avevo fatto presente che lui stesso li aveva promessi. Inoltre, anche i governatori del Sud sembravano convinti». Invece il premier alla fine «ha detto che faremo alcuni tavoli, ma che difficilmente i costi standard saranno nella legge di Stabilità». Secondo il governatore lombardo quelli annunciati da Renzi saranno «tavoli a perdere».

82 MILIARDI DI SPRECHI. Eppure i costi standard, insiste Maroni, permetterebbero davvero ridurre la spesa pubblica senza ritrovarsi ogni volta al punto in cui si trova il paese oggi: «Fatto zero lo spreco pro capite di Regione Lombardia, il complesso delle altre Regioni spreca ogni anno 82,2 miliardi. Questo non lo dico per gloriarmi della mia Regione, ma per dare un’idea di quello che potrebbero essere i risparmi con un po’ di coraggio. Poi, facciamo il fondo di solidarietà, facciamo tutto quello che vogliamo. Ma questi sono i numeri».

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RIGORE A SPESE ALTRUI. Conferma in una intervista al Giorno Luca Antonini, costituzionalista e presidente del Copaff, la Commissione per l’attuazione del federalismo fiscale istituita nel 2009 e oggi «ormai completamente esautorata» dai governi post-Berlusconi. Da tempo Antonini illustra, con fatti e numeri, come le sbandierata svolta di Roma nella direzione del “rigore” e dell'”austerità” sia in realtà a totale carico degli enti locali con nessun vantaggio per i cittadini in termini di pressione fiscale (vedi l’ampia intervista concessa a Tempi un paio di mesi fa). Dice al Giorno il professore: «Abbiamo Regioni che funzionano molto meglio degli apparati centrali, e altre amministrate molto peggio. Bisogna distinguere. Invece, sulla Sanità il governo sta agendo esattamente nella direzione opposta».

WELFARE SMANTELLATO. L’esecutivo «nel decreto Enti locali impone il taglio lineare del 15 per cento sui contratti di fornitura della sanità: una misura idiota», spiega Antonini. «Il Veneto spendere 7 euro per “giornata alimentare”, in altre Regioni si spendono 20 euro. Se riduco la stessa quota a tutti senza dare un parametro di riferimento, l’operazione è irrazionale». Perciò tanti saluti ai costi standard che lo stesso Renzi dice di apprezzare: «I tagli sono stati fatti in proporzione al Pil. E quindi a rimetterci sono Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, i territori amministrati più oculatamente». Ma a furia di tagli alla sanità delle Regioni si sta «smantellando lo Stato sociale» secondo il presidente del Copaff: «Lo dice la Corte dei conti: questo comparto ha subìto una riduzione di 80 miliardi negli ultimi sette anni, tra tagli e vincoli del patto di Stabilità».

Foto Ansa


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1 Commenti

  1. ftax says:

    Quanto sarebbe ragionevole, se NCD facesse cadere il governo Renzi per il suo tradimento su questo tema…

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