Inchino Oppido. «La pietà popolare è a rischio infiltrazioni. Ma abolire le processioni è un’idea a rischio protestantesimo»

Don Francesco Ventorino: «Prima di stracciarci farisaicamente le vesti, dovremmo chiederci cosa facciamo noi per una società più giusta, nella quale l’uomo non abbia la necessità di vendersi alla mafia»

È filosofo, teologo, saggista e (dall’agosto 2013) cappellano di carcere. Don Francesco Ventorino, classe 1932, sacerdote e professore molto conosciuto a Catania, ha qualcosa da dire a proposito di vere o supposte “infiltrazioni mafiose” negli atti di devozione popolare. Feste religiose, sagre patronali, processioni mariane. Nel Sud Italia sono tutte finite all’indice dopo il caso della processione mariana di Oppido Mamertina (Rc). Pietra dello scandalo: l’inchino che sarebbe stato fatto fare dai portantini (ora indagati) alla statua della Madonna giunta nei pressi dell’abitazione di un mafioso. La vicenda ha suscitato vasta eco, indignazione e scandalo sui giornali. Mentre il carabiniere che ha abbandonato la processione in segno di protesta è subito diventato un eroe dell’antimafia.

Comunque siano andate le cose in Calabria, mai s’era vista tanta presa di distanza da parte delle gerarchie vaticane da costumi e usanze che affondano le loro radici nell’antica religiosità popolare. Al punto che per evitare “collusioni” con persone, simboli e rituali dell’“onorata società”, oggi sono gli stessi vescovi del Sud ad auspicare una rivoluzione che preveda addirittura la possibilità di abolire manifestazioni religiose popolari in zone ad alta densità mafiosa. Insomma, la Chiesa oggi “fa notizia” al punto che essa è pronta a mettersi in discussione a partire da quello che la notizia dice della Chiesa stessa.

«Ciò non deve tuttavia trarre in inganno: il maggior interesse della grande stampa per la Chiesa, e per gli avvenimenti del mondo ecclesiastico ed ecclesiale, rientra perlopiù in un progetto di strumentalizzazione attraverso un’interpretazione di tali fatti in termini compiacenti rispetto alla cultura dominante. La Chiesa, ed ogni sua espressione sia diretta che indiretta, sono dunque oggetto di manipolazione». Così pensava il suo amico don Giussani, ma a lei, don Ventorino, che effetto fanno i rumors sulla contiguità tra fede e mafia?
Vivo in una terra, la Sicilia, in cui la pietà popolare che si esprime nelle feste religiose rimane ancora un veicolo privilegiato della comunicazione della fede. Attraverso queste accade, pur nella compresenza di tanti fattori di ambiguità, la trasmissione di una concezione della vita cristiana come ideale supremo della vita umana. Nella mia città, Catania, ogni uomo vorrebbe che la propria moglie, madre o sorella, assomigliasse almeno per un po’ a sant’Agata, la “santuzza” verso la quale coltiva una devozione particolare e attraverso la quale giunge più facilmente al mistero della Resurrezione di Cristo che opera nel tempo la santità del popolo cristiano. Ciò detto, non sarebbe onesto negare che in questo tipo di manifestazioni religiose ci siano infiltrazioni di interessi estranei (economici e mafiosi); tuttavia sarebbe un grave errore abolirle. Sarebbe come se, a causa dei preti pedofili, si dovesse vietare a tutti i sacerdoti qualunque rapporto educativo con i ragazzi. Sarebbe una grave sconfitta della Chiesa, e non un atto di forza di fronte al potere della mafia. Le Chiese locali – lo vedo nell’esperienza della mia città – hanno tutte le possibilità di una ripresa del controllo dei comitati e delle associazioni che presiedono a tali festeggiamenti. L’alternativa sarebbe la protestantica concezione di una fede, talmente pura, che non c’entra più niente con la vita degli uomini.

Lei è anche cappellano di carcere. Avrà letto dei duecento camorristi che hanno avuto molta pubblicità sui giornali in quanto non si sarebbero recati alla Messa festiva dopo la scomunica comminata da papa Francesco ai mafiosi. Per giunta, è stato messo loro in bocca un collettivo «cosa ci andiamo a fare a Messa se siamo scomunicati?». Qual è la realtà?
Nessuno si è chiesto delle ritorsioni che avrebbero avuto sulle loro famiglie i duecento detenuti se non si fossero “ammutinati” contro il cappellano. So quanto le famiglie dei carcerati dipendano dalle associazioni camorristiche, quanto da queste vengano sostenute e aiutate, e quanto attraverso tutto ciò venga condizionata e ipotecata la vita di tanti detenuti. Lo stesso potrebbe dirsi dei portatori che hanno fatto l’inchino di fronte alla casa del boss. Prima di stracciarci farisaicamente le vesti, dovremmo chiederci cosa facciamo noi per una società più giusta, nella quale l’uomo non abbia la necessità di vendersi alla mafia per poter sfamare la propria famiglia. Rimane intatta la responsabilità morale – denunciata dal Papa – di chi usa questa povertà per il proprio potere.

Cosa ha trovato la sua esperienza di uomo e di sacerdote frequentando la galera, luogo della pena, dell’espiazione e, si dice, del risarcimento sociale per i delitti compiuti?
Ho trovato una umanità eccezionale segnata da una vivissima domanda religiosa, che spesso è stata tradita dal volto ecclesiale che ha incontrato. Dentro l’offerta di una amicizia carica di stima e di simpatia molti detenuti hanno riscoperto un cristianesimo che corrisponde alle loro più profonde esigenze. In tanti hanno chiesto di essere battezzati, cresimati e ammessi alla prima Comunione. Il 30 per cento di loro partecipa alla Messa domenicale. In carcere ho celebrato anche un matrimonio. I detenuti hanno bisogno di una fede comunicata più con i gesti che con le parole, addirittura attraverso un contatto fisico nel quale possano avvertire l’intensità e, direi, la verginità di un affetto nei confronti della loro persona. Amano essere visitati nelle loro celle, dove ti ospitano come nella loro casa e come se tu fossi uno di loro e avvertono se tu ti concepisci come tale, cioè come un poveraccio, mendicante della stessa misericordia, quella del Crocifisso, di cui tutti abbiamo bisogno.

Vede nessi tra la situazione della carceri italiane e l’Italia, tra chi è dentro e chi è fuori dal carcere, tra le speranze o disperanze che si coltivano dietro e fuori le sbarre?
Ho vissuto tutta la mia vita in mezzo ai giovani della mia terra. Mi sembra di poter dire che la stessa necessità economica che porta oggi questi giovani ad emigrare è spesso quella che porta altri in galera. Viviamo inoltre in una società talmente povera di risorse economiche, che non dà speranza di riscatto sociale a chi dovesse venir fuori dalla prigione, come non dà possibilità di ritorno a chi è emigrato. Abbiamo bisogno – come va ripetendo papa Francesco – di una politica che metta al centro l’uomo e non il mercato. Inoltre si fa sempre più urgente una educazione cristiana che renda capaci di uscire da se stessi per andare incontro al bisogno umano nella sua complessa, intera e drammatica realtà.