Incendio al Beccaria, Rigoldi: «Basta con il “piccolo Vallanzasca”. Serve una tirata d’orecchi»

Intervista a don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria: «Dietro l’arroganza c’è un ragazzo che vuole essere guardato, capito e trattato da persona, non da personaggio».

Per il Gip è un pericolo «elevatissimo per la collettività», che «mostra disinvoltura e propensione all’attività delittuosa». Si sa poco di questo ragazzino di quattordici anni, tutti vissuti a Quarto Oggiaro, tra piccoli furti e delinquenza. La gente del quartiere lo chiama “pulce” per quanto è magrolino. Lui vuole essere chiamato -così dicono i giornali- Vallanzasca, come il bel Renè, l’eroe della mala milanese,  il suo mito. E quando il 16 settembre ha dato il via a una rivolta nel carcere minorile Beccaria (bruciando materassi e asciugamani e buttando tutto nei corridoi e nel cortile) la narrazione mediatica si è giocata tutta sul confronto tra i due: il quartiere di periferia, con il clan a celebrarne le gesta e la famiglia a proteggerlo, la sfrontatezza, l’abilità nella fuga. Un approccio che fa infuriare don Gino Rigoldi, 73 anni, che del Beccaria è cappellano e soprattutto guida (spirituale e umana) per tanti ragazzi. Risponde al telefono mentre sta andando a trovarlo, per «tirargli le orecchie, a lui e a quelli più grandi», a fare, insomma, «il solito castiga matti». Sa bene di essere uno dei pochi che fra quelle mura viene ascoltato. «Di storie come la sua ne ho viste migliaia. E per il suo bene, per favore, non chiamatelo il piccolo Vallanzasca». Non certo per pietismo o per fare sconti, anzi. «Ero talmente arrabbiato con lui, dopo il casino che ha combinato, che a Messa, invece che dire “il Signore sia con voi”, ho sbottato: “Siete una manica di pirla”. Io sono un po’ sanguigno, loro lo sanno bene. Ma devono ricordarsi una cosa: se si trovano in carcere è ovviamente perché hanno commesso un’azione criminale e hanno il dovere di tenere un comportamento corretto».

UN RICHIAMO ALLA RESPONSABILITÀ. Perché un adolescente difficile finisce per abbracciare chi lo rimprovera con durezza, mentre rifugge da chi lo idolatra? «È fondamentale comunicare, perché dietro quell’arroganza c’è una gran voglia di essere guardato. E capito. È un ragazzo che sa sorridere, e io lo tratto come cerco di trattare tutti: da persona, e non da personaggio». Si tratta insomma di non cedere alla retorica della malavita, alle pose prese in prestito da Gomorra (paradossalmente) o dalla Banda della Magliana, alla mitizzazione del crimine. «I comportamenti deviati hanno sempre un motivo scatenante. Più dei giudizi morali, serve un richiamo alla responsabilità. Alla ragione. Per questo dividere il mondo in buoni e cattivi non mi appartiene, come categoria di pensiero. Non faccio mai sconti, ma non dimentico che non c’è nessun disagio che non abbia dietro una storia. Di solito legata alle condizioni familiari e sociali. In questo caso la sua famiglia è quasi orgogliosa di avere un delinquente in casa. I cosiddetti “amici” lo temono, o ne ridono. La madre l’ha nascosto in casa, contemporaneamente piangendone la scomparsa a “Chi l’ha visto”. Il fratello maggiore è in carcere anche lui. In un contesto del genere, lui si è convinto di essere un grande uomo. Con la classica mancanza di responsabilità degli adolescenti gioca a fare quella parte. Ha tanta rabbia e voglia di affermazione. Ma a livello mediatico, non andrebbe pompato così. Assolutamente. Occorre trovare un linguaggio nuovo che lo faccia cambiare, possibilmente in bene».

BASTA PAROLE, SERVONO FATTI. La causa scatenante della rivolta è stata un’ora d’aria mai avvenuta. «È anche colpa degli altri, più grandi, che gli sono andati dietro, convinti che si trattasse di una giusta battaglia di emancipazione. Purtroppo questa situazione capita tutti i sabati e tutte le domeniche: abbiamo pochissimo personale, i poliziotti non bastano a tenere sotto controllo tutti i ragazzi. Quindi si fa a turno». Qual è la situazione al Beccaria, quali le criticità principali? «Il sovraffollamento, prima di tutto. E il numero di agenti di polizia penitenziaria, assolutamente inadeguato. È un lavoro molto faticoso, non si possono fare turni di otto ore. Al massimo sei. E se uno si ammala, non è giusto che gli altri lavorino doppio». E gli educatori? «Il Comune deve aumentarli. Non posso pensare che se io dovessi andarmene, portando via i due o tre volontari con cui collaboro, mi lascerei alle spalle un vuoto. Personalmente sono stufo di convegni e anche di buoni consigli, c’è bisogno di fatti. Non voglio più sentir parlare di bilanci, di mancanza di risorse, sono stufo di essere invitato a incontri in cui si filosofeggia. Voglio vedere i politici entrare nelle carceri per visitare i detenuti, per rendersi conto. È inutile continuare a parlare di quanto la situazione sia complessa: ormai sappiamo molto più di quanto ci serva sapere. Inoltre non servono figure che rischiano di essere soltanto un’operazione di immagine, senza poteri effettivi. Occorre prevenire, presidiando il territorio, e i quartieri difficili. E poi pensare seriamente al reinserimento lavorativo. Perché i miei ragazzetti, quando escono, si trovano in situazioni a rischio. Che tanti di quelli che si riempiono la bocca di belle parole non si immaginano neanche lontanamente. E anche se sono molto motivati, se disoccupati, se lasciati soli, ricadono nella delinquenza. Occorre aumentare il numero degli operatori. Servono spazi e risorse. Servono fatti, insomma, non parole. E anche urgentemente».