In India la lotta al coronavirus ormai è una «guerra ai poveri»

Caos per l’evacuazione in massa di centinaia di migliaia di migranti interni, rimasti senza lavoro e senza mezzi di trasporto. Si temono bombe di contagi

Lavoratori in fuga dall'Uttar Pradesh, India, dopo le misure contro il coronavirus

Articolo tratto dall’Osservatore Romano – Rischia di collassare la situazione in India, dove l’emergenza coronavirus potrebbe degenerare. Dopo il lockdown in essere dal 25 marzo, è caos per l’evacuazione in massa di centinaia di migliaia di migranti interni, rimasti senza lavoro, che si stanno spostando dalle megalopoli per tornare nelle zone rurali da cui provengono.

Gli esperti temono che a causa degli assembramenti si stiano creando situazioni tali da creare “bombe di contagi” pronte a esplodere in ogni momento. Finora i casi nel paese sono oltre mille, mentre si contano 29 morti. La situazione è talmente critica che molti senzatetto si sono messi in autoisolamento sugli alberi, senza medicinali né cibo.

Protagonisti di questa migrazione sono soprattutto le centinaia di migliaia di lavoratori giornalieri, che in tutto il paese si erano trasferiti nelle città dai loro villaggi o aree rurali e che, improvvisamente, si ritrovano disperati, da quando lunedì notte hanno perso il lavoro e non hanno altra possibilità di sostentamento.

A causa del blocco totale di tutti i mezzi di trasporto, queste persone non hanno altro modo di tornare a casa se non a piedi, a volte percorrendo anche centinaia di chilometri. Un tentativo, purtroppo, senza speranza, che finisce, per ora, in un vicolo cieco: nella gran parte del paese, infatti, ad eccezione dell’Uttar Pradesh che due giorni fa ha organizzato mille autobus per riportare i suoi cittadini dalla capitale creando il più grande ingorgo di persone mai visto a Delhi attorno alla stazione degli autobus, gli stati fermano l’esodo alle frontiere.

Lavoratori in fuga dall'Uttar Pradesh, India, dopo le misure contro il coronavirus

La pressione aumenta quasi ovunque: in quella che ogni giorno di più sembra diventare una guerra contro i poveri. In Orissa, almeno 15 mila si erano messi in cammino per tornare in Bihar, il loro stato d’origine, ma l’Alta Corte ha ingiunto allo stato di fermarli, rinchiudendoli nei 104 campi già allestiti. In Kerala altre migliaia sono accampati nelle strade di Paippad, nel distretto di Koitayam, chiedendo mezzi per raggiungere i villaggi d’origine. A Chennai, la capitale del Tamil Nadu, la stazione è assediata da disperati che attendono un miraggio, la partenza di qualche treno.

Il governo indiano ha chiesto a tutti gli stati e alle unità territoriali di organizzare urgentemente l’evacuazione dei migranti interni. Il lockdown approvato dal governo durerà 21 giorni. «Specialmente quando guardo ai miei fratelli e sorelle poveri – ha detto il premier Modi – chiedo in particolare il loro perdono». Modi ha spiegato che «non c’è altro modo che il lockdown per affrontare l’emergenza», rispondendo alle critiche sulla mancanza di pianificazione che ha portato alla rapida introduzione delle misure restrittive fra le più rigide.

Intanto, nel mondo i contagi di coronavirus hanno superato i 600.000, mentre le morti sono oltre 27.000 e i guariti 131.000, secondo l’ultimo bilancio della John Hopkins University negli Stati Uniti.

Oggi si registra un assestamento del rallentamento dei casi in Italia, secondo paese al mondo per positivi, a un passo da quota centomila. E il primo per morti dichiarati: 10.779, al conteggio di ieri. La nostra del contagio nel paese, partita prima degli altri, sta correndo più lentamente rispetto alle nazioni europee e agli Stati Uniti. Il tasso di crescita dei positivi ha registrato ieri il suo livello più basso da quanto è iniziata la pandemia.

In Cina, le autorità hanno registrato ieri, domenica, 31 nuovi casi di contagi, di cui 30 importati e uno interno nella provincia del Gansu. La Commissione sanitaria nazionale (Nhc) ha reso noto che i decessi sono saliti a 3.304 con i 4 nuovi casi riferibili all’Hubei, la provincia epicentro della pandemia. I contagi di ritorno sono adesso 723, di cui 93 risoltisi con la guarigione e 630 sotto trattamento ospedaliero (19 i casi gravi). Le infezioni sono 81.470 nel complesso, di cui 2.396 sono pazienti in cura e 75.770 guariti.

A Wuhan, la città nella Cina centrale già epicentro della pandemia, ha riaperto ieri la metropolitana e la stazione ferroviaria dopo più di due mesi di sospensione dei servizi. Sono anche ripresi i voli interni nella provincia dell’Hubei.

La Corea del Sud ha registrato ieri 78 contagi da coronavirus, meno dei 105 di due giorni fa, sabato, quando sono stati motivo di preoccupazione i focolai a Seoul, le aree limitrofe e le infezioni importate per le quali è stata disposta la quarantena di 14 giorni a tutti gli arrivi nel paese. Il Korea Center for Disease Control and Prevention ha reso noto che i decessi sono saliti a 158 (+6 rispetto a sabato). Le infezioni sono salite a 9.661, di cui 4.275 casi sotto cure mediche e 5.228 dimessi dagli ospedali, con un tasso di guarigione al 54%.

Foto Ansa