Ilva Taranto. Gozzi (Federacciai): «I provvedimenti della magistratura contro i Riva sono abnormi»

«Stiamo parlando di un danno economico quantificabile in miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro persi». Intervista ad Antonio Gozzi presidente di Federacciai

L’ipotesi di far produrre acciaio all’Ilva di Taranto senza più ricorrere al carbone ma puntando tutto su gas metano italiano o shale gas importato dall’America risulta ad Antonio Gozzi alquanto «futuristica». Per Gozzi, presidente di Federacciai, oltreché docente di economia all’Università di Genova e industriale siderurgico del Gruppo Duferco, si tratta di una soluzione troppo complessa da un punto di vista tecnico e difficilmente realizzabile su impianti dalle dimensioni dello stabilimento tarantino. Meglio sarebbe, piuttosto, concentrare gli sforzi per sbloccare la paralisi dei sette stabilimenti di Riva acciaio conseguente all’imposizione dei sigilli da parte del giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco. Una mossa che Gozzi aveva già definito, senza mezzi termini, come un «esproprio proletario da brividi».

Presidente, nel mondo dell’acciaio che impressioni hanno suscitato le vicende dell’Ilva di Taranto?
Siamo tutti piuttosto perplessi di fronte all’abnormità dei provvedimenti che la magistratura ha finora adottato. Ed enormemente preoccupati per le gravi conseguenze sociali ed economiche che il sequestro potrebbe implicare per l’intero comparto e l’indotto. Quello dell’acciaio, infatti, è un settore strategico a livello nazionale. Stiamo parlando di un danno economico quantificabile in miliardi di euro e migliaia di posti di lavoro persi. L’Ilva, inoltre, è stata messa in sicurezza con un grave vulnus per la libertà d’impresa. Quale investitore straniero, mi domando, sarà ora disposto a investire in un Paese dove è possibile bloccare la produzione di un’azienda prima che un qualsiasi grado di giudizio sia stato raggiunto? Non dimentichiamo che a Taranto siamo di fronte soltanto a indagini preliminari.

Il reato contestato è grave: disastro ambientale.
A parte il fatto che sarà difficile provarlo in giudizio, almeno fino a che in Italia esisterà uno Stato di diritto che possa definirsi tale; stiamo comunque parlando di un reato che, così come è configurato, non può essere imputato solo all’Ilva. A Taranto, infatti, oltre all’acciaieria, ci sono anche un cementificio, l’arsenale (che è pieno di amianto) e una centrale elettrica. E i tumori al fegato e ai polmoni, che secondo l’analisi epidemiologica sono i più diffusi nell’area, hanno un tempo medio di latenza di 25/30 anni.

Cosa significa?
Che è una fotografia che risale ad almeno 25 anni fa, quando l’Ilva era di proprietà dello Stato, non dei Riva. Per non parlare poi del fatto che nemmeno l’Asl e l’Arpa Puglia, gli enti competenti a stabilire un giudizio in merito, hanno mai dimostrato l’esistenza di alcun nesso di causalità diretta tra le emissioni dell’Ilva e l’insorgere dei tumori. Ma c’è di più.

Sarebbe?
Le posso assicurare che l’impatto ambientale dell’Ilva di Taranto è pienamente in linea con quello di tutte le altre aziende siderurgiche europee a ciclo continuo. Non è certo un caso se i Riva non sono stati accusati per il superamento di limiti alle emissioni ma di disastro ambientale. Per di più l’Autorizzazione integrata ambientale (la nuova Aia) firmata dall’allora ministro dell’ambiente Corrado Clini anticipa per l’Ilva il termine per il rispetto di particolari soglie di emissioni che gli altri Stati dell’Unione europea sono tenuti a raggiungere entro il 2016. E per le quali la Germania ha già ottenuto una proroga al 2018. Francamente non credo che all’estero siano meno attenti all’ambiente che da noi…

Secondo il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, la volontà del governo a fare in modo che non si blocchi la produzione ci sarebbe. Le risulta?
Senza i provvedimenti d’urgenza adottati dagli ultimi due governi, l’Ilva avrebbe già chiuso per effetto delle sentenze. E con lei anche i sette stabilimenti del gruppo in tutta Italia. Detto questo, però, non si può non constatare come l’atteggiamento titubante e di non interferenza con l’operato della magistratura seguito dall’esecutivo in carica non abbia prodotto nulla. Per questo ora c’è bisogno di un decreto che non abbia caratteristiche espropriative e che serva a sbloccare l’attività di tutti gli stabilimenti del gruppo Riva, salvaguardando così produzione e posti di lavoro.