Il vero pericolo non è la blasfemia, ma la banalizzazione del sacro

Le opere blasfeme si oppongono al sacro, affermandolo. Occorre riordinare le priorità delle battaglie culturali e della critica sociale, concentrandole sulla banalizzazione dei simboli del sacro

C’è qualcosa di peggio della blasfemia e delle offese intenzionali ai simboli religiosi: è la banalizzazione dei simboli del sacro. Le bestemmie e gli affronti premeditati nei confronti di tutto ciò che merita venerazione confermano, in una modalità paradossale, la sacralità del sacro, invece la banalizzazione comporta uno svuotamento dei simboli dall’interno: questo è decisamente più grave e più gravido di conseguenze negative per una civiltà.

Il bollettino di guerra delle blasfemie si mostra particolarmente ricco nel periodo natalizio, le battaglie si susseguono con blitz, avanzate, ritirate, scaramucce a volte con vincitori e vinti, a volte senza. Un giorno si alzano proteste per un manifesto-installazione al Macro di Roma che ritrae un Gesù in atteggiamento pedofilo e applausi di soddisfazione quando lo stesso viene ritirato con molte scuse, un altro esponenti politici e gente comune fanno conoscere la loro indignazione per una bottiglia di urina collocata in un presepe allestito presso il Municipio n. 4 di Milano; qualche giorno prima l’Università di Bologna aveva negato gli spazi in precedenza concessi a un “party dell’Immacolata Contraccezione” presentato con un manifesto dove l’immagine della Madonna era circondata da preservativi e altri anticoncezionali; più difficile sarà convincere Netflix a rimuovere dalla sua piattaforma il film La prima tentazione di Cristo, che propone un Gesù gay e fidanzato con un uomo in un contesto grottesco che non risparmia Maria e gli apostoli ridotti a figure degradate: una petizione che ha raccolto un milione e mezzo di firme su Change.org non c’è ancora riuscita.

Eppure lo sfruttamento commerciale e artistico contemporaneo delle immagini e delle narrazioni religiose dovrebbe provocare almeno tanto scandalo quanto le provocazioni blasfeme, mentre invece credenti e opinione pubblica tutta appaiono ormai desensibilizzati nei confronti del fenomeno, che appare del tutto normalizzato dopo che nel gennaio dell’anno scorso la Corte europea dei diritti umani ha condannato la Lituania per avere, nel 2012, multato per un importo di 580 euro un’azienda di abbigliamento che aveva truccato da Gesù e Maria i suoi modelli e aveva utilizzato slogan come “Gesù, che pantaloni!”, “Cara Maria, che vestito!” e “Gesù e Maria, cosa indossate!”.

Secondo la giustizia lituana la pubblicità offendeva il sentimento religioso e pertanto andava contro la morale pubblica. Invece secondo la Corte europea i provvedimenti della Lituania non tengono conto che «la libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica e una delle condizioni di base per il suo progresso e per l’autorealizzazione individuale di ciascuna persona» e che «si estende a idee che scioccano, offendono o disturbano». Nella sentenza si legge che le autorità locali «dimostrano che hanno dato priorità totale a proteggere i sentimenti delle persone religiose, senza prendere in considerazione in modo adeguato il diritto alla libertà d’espressione della compagnia».

Infine le pubblicità contestate «non sembrano essere gratuitamente offensive o profane» e «non incitano all’odio». Cioè strumentalizzare ciò che rappresenta un valore assoluto per buona parte dei cittadini e un architrave perenne di una civiltà millenaria non è gratuitamente offensivo. È vero: qui di gratuito non c’è niente, l’obiettivo è fare soldi. Dietro la foglia di fico della libertà di espressione la Corte europea ha affermato ben altro principio: possedere prodotti e realizzare profitti sono gli unici imperativi indiscutibili, ai quali tutto è sacrificabile, tutto è concesso. Nudità, allusioni sessuali, simboli religiosi e civili, parolacce, ecc.: nulla è tabù quando si tratta di vendere e di comprare.

La sentenza di ventitré mesi fa mette il sigillo a quella che è ormai diventata una pratica diffusa che non solleva quasi mai proteste. Negli stessi giorni in cui a Milano ferveva la battaglia sui presepi sfregiati, in corso di Porta Ticinese, a pochi metri dal Museo diocesano Carlo Maria Martini, sulla parete di una caseggiato campeggiava un manifesto gigante del marchio statunitense di abbigliamento Stüssy ritraente una Vergine Maria completamente dorata con tanto di corona di stelle (come la statua della Madonnina del duomo) che con aria fra l’annoiato e l’assorto scruta il suo smartphone. È il biglietto da visita del nuovo “chapter store” del marchio che si trova poco lontano. Ne è davvero passata di acqua sotto ai ponti dai tempi della pubblicità dei Jeans Jesus, che nel 1973 si presentarono con gli slogan “Non avrai altro jeans all’infuori di me” e “Chi mi ama mi segua”, quest’ultimo a corredo dell’immagine di due natiche femminili in primissimo piano inguainate in aderentissimi calzoncini di jeans.

L’Osservatore Romano protestò con un articolo e un pretore ordinò il sequestro della pubblicità, ma già allora sul Corriere della Sera Pier Paolo Pasolini definì le affermazioni vaticane «lamentele patetiche» espresse in un «tono piagnucoloso e perbenistico», perché ormai la guerra era persa: il potere borghese non aveva più bisogno della Chiesa, con la quale a un dato momento si era alleato, e glielo faceva sapere nel modo più traumatico: «Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici; che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l’appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è più spazio».

L’apparente blasfemia di quegli slogan (di Emanuele Pirella) e di quella immagine (di Oliviero Toscani) non è la stessa degli artisti nichilisti contemporanei. Questi ultimi portano un assalto frontale al sacro in quanto tale per negarlo come tale e con ciò stesso confortare il loro giudizio negativo e disperato sulla realtà, ma così facendo in realtà lo puntellano se non addirittura lo rafforzano. Che si tratti del papa colpito da un meteorite o dell’Hitler in preghiera di Maurizio Cattelan, del crocifisso immerso nell’urina di Andres Serrano o della scultura ispirata alla Pietà di Michelangelo nella quale il volto della Vergine è sostituito da un teschio di Jan Fabre, l’assalto distruttivo al sacro esige che esso venga ogni volta evocato come tale. Per negarlo è necessario affermarlo: al paradosso non si sfugge.

Diverso è l’approccio della pubblicità commerciale, il cui programma è esattamente quello enunciato dagli slogan di Emanuele Pirella: il consumismo dei prodotti e dei rapporti umani deve prendere il posto del divino come oggetto della più grande dedizione umana; d’ora in poi possedere un paio di jeans e inseguire ogni pulsione sessuale avrà lo stesso valore che avevano in passato i comandamenti di Dio e le esortazioni del Vangelo. La religione, spodestata, cambia di significato: come scriveva Pasolini quasi mezzo secolo fa, «sopravvive in quanto ancora prodotto naturale di enorme consumo e forma folcloristica ancora sfruttabile». Questa riduzione è stata accettata, come dicevo sopra, dalla società e dalla stessa Chiesa cattolica, che ancora protesta per le blasfemie artistiche ma non più o in modo molto flebile per le banalizzazioni commerciali della fede.

Il calciatore Ronaldo che nella pubblicità della Pirelli imitava la postura del Cristo Redentore di Rio de Janeiro sollevava ancora le ire di un cardinal Tonini, ma gli spot della Lavazza ambientati in un ridicolo paradiso di nuvole e vestiti bianchi, con un san Pietro dedito a glorificare il caffè piuttosto che Dio, sono diventati un’icona della cultura popolare senza che nessuno li abbia contrastati. Solo la morte dell’attore protagonista Riccardo Garrone nel 2016 ha messo fine a una saga che durava dal 1995, e che Maurizio Crozza ha cercato di rinnovare con trovate che hanno avuto meno successo della versione originale.

A facilitare lo svuotamento dei grandi simboli – sia religiosi che civili, bisogna dirlo – ha contribuito enormemente la tecnologia moderna con quella che Daniel Boorstin ha definito «la rivoluzione grafica», cioè la riproducibilità delle immagini su vasta scala; ma di questo parleremo la prossima volta. Per adesso si potrebbe concludere con un suggerimento: forse occorre riordinare le priorità delle battaglie culturali e della critica sociale, concentrandole sul fenomeno iconoclasta più pericoloso, che è quello della banalizzazione dei simboli e non delle blasfemie.