Il Venezuela resta appeso a una transizione che non c’è
A Caracas il potere non è più concentrato nelle mani di un solo uomo. Dopo la cattura di Nicolás Maduro e l’insediamento provvisorio di Delcy Rodríguez, il Venezuela entra in una fase inedita, segnata non tanto da una rifondazione democratica quanto da una frammentazione interna del potere e da una tutela esterna sempre più esplicita. Il baricentro decisionale non è più nel palazzo di Miraflores, ma negli uffici del Dipartimento di Stato americano.
Il commissariamento Usa del Venezuela
Il segnale più chiaro è arrivato con il decreto esecutivo firmato il 9 gennaio da Donald Trump, che affida al segretario di Stato Marco Rubio il controllo totale dei fondi derivanti dalla vendita del petrolio venezuelano. Ogni dollaro generato dal greggio passa ora sotto custodia statunitense, riducendo drasticamente lo spazio di manovra di Caracas. «In nessun caso», ripetono alla Casa Bianca, Delcy Rodríguez potrà decidere autonomamente l’uso di quelle risorse.
Ufficialmente Washington punta a proteggere i fondi dall’assalto dei creditori internazionali e a impedire che tornino nei circuiti di corruzione che hanno sostenuto il chavismo per oltre due decenni. Nei fatti, il petrolio diventa lo strumento di un commissariamento politico a distanza. Trump mantiene una cooperazione minima con Rodríguez su dossier sensibili – migrazione, prigionieri politici, operazioni energetiche essenziali – ma alza muri invalicabili sul controllo delle risorse. La linea rossa resta il denaro.
Non è un caso che l’ipotesi di vendere fino a 50 milioni di barili abbia fatto scattare l’allarme al Congresso, soprattutto tra i repubblicani della Florida. «Rodríguez non è una figura provvisoria qualsiasi: ha un curriculum vastissimo di corruzione. Ha fatto cose orribili», ha avvertito Mario Díaz-Balart. María Elvira Salazar ha chiesto una “supervisione permanente”: «Questo deve restare in mani americane».
Gli Stati Uniti riaprono l’ambasciata a Caracas
Dietro le quinte, però, si muove un’altra logica. Delcy Rodríguez è considerata a Washington una controparte “flessibile”, soprattutto sul fronte energetico, e gruppi come Chevron hanno spinto per mantenerla come interlocutrice. E così il quadro – già complesso – si arricchisce di un’altra svolta: una riforma lampo della legge degli idrocarburi, approvata dal Parlamento venezuelano su richiesta degli Stati Uniti, che apre il settore petrolifero alla partecipazione diretta di imprese private e straniere dopo oltre due decenni di controllo statale rigido.
Nel frattempo gli Stati Uniti hanno anche riaperto la loro ambasciata a Caracas, un gesto simbolico e politico insieme, che sancisce il ritorno di una presenza diretta americana nel Paese e rafforza l’idea di una transizione sotto tutela.
«Cambiamenti cosmetici»
Il paradosso è che, mentre Rodríguez viene trattata come un “male necessario”, il vero potere interno resta saldamente nelle mani di Diosdado Cabello, che continua a controllare forze armate, polizia e apparati di sicurezza. «Finché Cabello resta il picchiatore dietro il trono, ogni cambiamento è solo cosmetico», osservano diplomatici occidentali. Alcuni prigionieri politici sono stati liberati, ma secondo l’Osa e le principali ong venezuelane almeno 700 persone restano ancora detenute.
Rodríguez ha promesso un’amnistia generale per liberare tutti i detenuti politici e la conversione di El Helicoide, il carcere simbolo delle torture e della repressione, in un centro sociale. Annunci accolti con cautela, se non con scetticismo, da una società civile stremata da promesse mai mantenute.

La transizione poco credibile
«Può essere credibile come voce di transizione chi è stato parte centrale del potere che ha prodotto questa crisi?», si chiede Mariela Magalhães, ex deputata di opposizione perseguitata dal regime e oggi rifugiata in Italia. «Sollevare questa domanda non significa negare il dibattito, ma chiedere più rigore, più etica, più visione».
Per Magalhães, il 3 gennaio segna comunque una cesura storica. «Maduro è stato estratto dal Venezuela con un’operazione militare chirurgica degli Stati Uniti. Per molti venezuelani è stato un atto di giustizia, perché nel nostro Paese non esiste separazione dei poteri né democrazia. La cupola di potere, iniziata con Chávez e rafforzata in 27 anni di opacità e corruzione, ha impoverito i cittadini e costretto un terzo della popolazione a fuggire».
Il Venezuela resta sospeso
Ma la vera transizione, avverte, non può essere affidata agli stessi protagonisti del passato. «Il Venezuela ha bisogno di analisi serie e soluzioni reali, studiate da economisti, accademici e professionisti non legati al vecchio potere. Se vogliamo parlare davvero di futuro, dobbiamo dare voce a queste persone. La memoria storica non è vendetta: è una condizione necessaria per costruire qualcosa di diverso».
Il Venezuela resta così sospeso tra tre forze: la tutela statunitense sul petrolio e sui nuovi flussi di capitale, le lotte interne di un regime che cambia volto ma non struttura, e una società civile che chiede democrazia reale, stato di diritto e sviluppo. Il rischio è che questa transizione, anziché aprire il futuro, finisca per dilatare ancora la sofferenza di un popolo già allo stremo.
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