Il sogno dei bambini di Haiti infranto sullo scoglio della giustizia italiana

Arrivati in Umbria un anno fa con suor Marcella Catozza per studiare nelle nostre scuole, rischiano di finire in affido o in adozione come “minori non accompagnati”. L’appello della religiosa: «Lasciateci tornare a casa»

Suor Marcella Catozza nella missione di Haiti
Suor Marcella Catozza nella missione della Fondazione Via Lattea a Port-au-Prince, Haiti

«Ormai siamo ai decreti di adozione. A luglio è arrivato il primo. E per di più riguarda proprio lei: una bambina che ha l’Aids, è ritardata mentale e vive con me dall’età di due anni, quando la trovai nella baraccopoli di Port-au-Prince accanto al cadavere della mamma mezzo divorato dalle formiche. Questa piccola ha con me un rapporto affettivo particolarissimo, se ne accorge chiunque venga qui a farci visita a Casa Lelia. L’altro giorno, sentendoci parlare di tutto questo garbuglio giudiziario, mi ha detto: “Suor Marcella, Haiti, Italia, non mi interessa, io voglio stare con te”. Punto. Per tutti gli altri, finire adottati o in affido sarebbe una sofferenza pazzesca. Ma per lei… tremo solo all’idea».

Suor Marcella Catozza ha deciso che è ora di parlare. Di raccontare pubblicamente l’incubo in cui lei e i suoi 19 bambini portati in Italia da Haiti all’inizio dell’estate 2019 sono stati precipitati ormai oltre un anno fa. Da quando cioè i visti turistici della giovanissima e spensierata comitiva sono scaduti, e invece di ricevere i permessi di soggiorno per motivi di studio che gli avevano prospettato, i ragazzi si sono trovati risucchiati negli implacabili ingranaggi della giustizia e della burocrazia italiane. Già, perché una volta entrati nel reame delle scartoffie, quei bambini haitiani sono diventati soltanto “minori non accompagnati” da sistemare, e la realtà delle cose è uscita di scena: suor Marcella improvvisamente non è più nessuno per loro, la parola del governo di Haiti non vale più nulla e un astratto “superiore interesse del minore” minaccia di soverchiare tutto, compreso il fatto molto concreto che quei minori magari una famiglia a Port-au-Prince ce l’hanno eccome. E ne hanno una anche qui. Suor Marcella appunto.

Il progetto educativo

La suora non si capacita ancora di che assurda battaglia le tocchi combattere. «E dire che l’anno che abbiamo passato qui è stato di una tale bellezza!», ripete in continuazione parlando con dolore al telefono con Tempi. I lettori di questo giornale sanno benissimo ormai che razza di opera ha tirato su in 15 anni questa religiosa francescana di Busto Arsizio nel paese più povero del mondo, Haiti, devastato nel frattempo dal terremoto (200 mila morti), dall’uragano Sandy, dal colera e pure dalla guerra aperta e ancora in corso tra bande armate e governo, tra bande armate tra loro, tra governo e gente in rivolta. Eppure proprio in mezzo a questo disastro, anzi nel punto peggiore del disastro, la baraccopoli Waf Jeremie costruita sulla discarica comunale della capitale Port-au-Prince, suor Marcella Catozza con la Fondazione Via Lattea ha messo in piedi un’autentica cittadella della speranza, il “Villaggio Italia”, con tanto di ambulatorio pediatrico, casa di accoglienza, scuola.

Questa speranza che ha letteralmente riacceso la vita di centinaia di bambini e famiglie, quattro anni fa per un piccolo gruppo degli ospiti della casa di accoglienza Kay Pè Giuss (intitolata a don Luigi Giussani) ha iniziato a diventare anche un progetto di studio molto ambizioso. Una sorta di Erasmus, «però pensato per bambini che sono nati e che vivono in una discarica comunale del Terzo mondo». Catozza e i suoi collaboratori lo hanno chiamato “Progetto educativo nella terra di Francesco”, perché Casa Lelia, il quartier generale dove i 19 bambini haitiani hanno fatto base con suor Marcella durante tutto l’anno in cui hanno potuto frequentare scuole italiane, lockdown compreso, si trova nel comune di Cannara, a pochi chilometri da Assisi.

Via libera da Haiti e da Cannara

A dirla tutta, la scuola inizialmente avevano provato a farla ad Haiti. Ma era impossibile offrire a quei ragazzini una educazione di livello: per via dell’analfabetismo diffuso nel paese, i bambini delle elementari si ritrovavano in classe magari compagni quindicenni o diciottenni che non avevano mai imparato a leggere e scrivere. Quella scuola c’è ancora nella baraccopoli, ma, ricorda suor Marcella, «per i bambini che avevano più possibilità di “farcela”, abbiamo pensato a questo periodo di studio in Italia».

Subito le autorità haitiane, il ministero degli Affari sociali che si occupa dei minori, «non solo hanno approvato il progetto, ci hanno incentivato a partire quanto prima», racconta la religiosa. Poi la presentazione al ministero dell’Istruzione e all’ufficio scolastico regionale per l’Umbria: anche qui, progetto approvato senza troppi problemi. E siamo tra 2017 e 2018.

Ottenuti i via libera più importanti, la suora e i suoi si mettono a cercare la struttura. Ed ecco il magnifico casolare in cima alla collina a Cannara, proprio «in faccia ad Assisi». Il sindaco del paesino e il Consiglio comunale approvano il progetto, anzi, coinvolgono pure il Comune di Assisi che si dice disponibile a ricevere gli alunni caraibici nelle scuole della città qualora i posti a Cannara non bastassero.

Casa Lelia
Casa Lelia

L’affidamento e la partenza

È il momento di prepararsi all’espatrio, ma non è facile imbarcarsi in trasferte internazionali con minori al seguito. «Ci abbiamo messo praticamente un anno a produrre tutti i documenti richiesti dal ministero degli Esteri di Haiti». Comunque alla fine sono tutti in regola: «A giugno 2019 abbiamo i permessi di espatrio per motivi di studio per un anno, con l’affidamento temporaneo dei bambini a me». Qui suor Marcella stressa molto le parole: «Il ministero degli Esteri di Haiti li ha affidati a me. Nei casi in cui ci sono genitori ancora in vita, questi hanno dato il consenso alla partenza dei figli e all’affidamento a me. I bambini ce l’hanno scritto anche sul passaporto che sono affidati a me».

Come vedremo, però, tutto questo scrivere e ribadire che i bambini di Haiti sono affidati a suor Marcella non basterà. Ed ecco che la religiosa scandisce la cronistoria di questa vicenda disperante.

Tutto a posto, anzi no

«Atterriamo in Italia nel giugno 2019 con visti turistici di 3 mesi emessi dall’ambasciata di Francia in Haiti, perché in Haiti non ce n’è una italiana. L’idea è fare tre mesi di campo estivo e intanto verificare che sia effettivamente possibile restare.

Dapprima ci rivolgiamo a un avvocato che studia tutte le carte. Conclusione: poiché io ho l’affido dei bambini, è come se questi fossero figli miei, quindi possono restare in Italia.

A quel punto andiamo con tutta la documentazione all’ufficio immigrazione della questura di Perugia. Chiediamo: possiamo restare e realizzare il progetto o ci sono impedimenti? Risposta: sì, potete restare, ma dovete lasciar scadere il visto turistico, perché con un altro visto in corso non possiamo rilasciarvi il permesso per motivi di studio. Tornate più avanti e avrete il permesso.

Noi felicissimi, grande festa, il progetto finalmente parte!

Senonché, siamo a settembre 2019, scaduto il visto, torniamo alla questura di Perugia. Qui stavolta la versione è leggermente diversa. Ci dicono: tutto bene, ma siccome i vostri documenti sono stranieri, per avere i permessi di soggiorno dovete passare per il tribunale dei minori di Perugia.

Al tribunale dei minori di Perugia mi spiegano: no sorella, lei non può venire così su due piedi; deve andare ai servizi sociali di Cannara, presentare il progetto a loro e tornare qui con un assistente sociale.

Così chiamo il sindaco di Cannara, il quale, figurarsi, è disponibilissimo visto che ha sposato il progetto fin dall’inizio. E insomma torniamo al tribunale dei minori di Perugia con l’assistente sociale e presentiamo la domanda dei permessi.

Due giorni dopo riceviamo una telefonata da Perugia: scusate, la domanda non dovete presentarla qui perché i bambini di Haiti sono minori accompagnati. Sarebbero di nostra competenza se fossero non accompagnati, invece voi dovete andare al tribunale ordinario di Spoleto.

Quindi portiamo tutto a Spoleto. Ma a Spoleto ci dicono: no, non funziona così, dovete presentare la domanda tramite avvocato.

Naturalmente, fra parentesi, tutte queste cose intanto costano tempo e denaro. Ma tant’è. Riprendiamo il nostro avvocato. L’avvocato presenta la domanda dei permessi di soggiorno a Spoleto. Restiamo in attesa.

Giunti a metà dicembre, ci chiamano da Spoleto. Dicono: tutto a posto, i documenti sono verificati, lasciamo passare Natale e a gennaio la chiameremo, sorella, perché lei dovrà prestare giuramento in quanto affidataria di tutti questi bambini; dovrà garantire allo Stato che si occuperà di loro come si deve.

Benissimo, noi di nuovo felicissimi, convinti che il progetto non abbia più ostacoli.

Senonché, il 23 dicembre, squilla ancora il telefono. All’altro capo c’è una signora: buongiorno, dice, oggi sono stata nominata tutrice di uno dei suoi bambini dal tribunale dei minori di Perugia.

Era tornato tutto a Perugia senza che noi ne sapessimo niente!

Tra 24 e 25 dicembre, nel pieno delle feste, si presentano fisicamente qui a Casa Lelia o al telefono 13 persone che il tribunale dei minori di Perugia aveva nominato tutori. Che cosa era successo? Ribaltando tutto, Spoleto aveva stabilito a nostra insaputa che i miei bambini sono “minori non accompagnati”, che le carte firmate e timbrate dalle autorità di Port-au-Prince non valevano nulla, e aveva rimandato la pratica a Perugia».

Il nodo dei documenti

È così che il sogno di suor Marcella e dei bambini haitiani di Casa Lelia è diventato un incubo che non è ancora finito. Ma come è possibile che gli stessi documenti che hanno permesso loro di entrare tranquillamente in Italia ora siano considerati carta straccia dal medesimo Stato che ha aperto loro le porte? Mistero. «Certo», concede Catozza, «è roba che arriva da un paese povero: ci sono fogli scritti a mano, la firma di qualche genitore è l’impronta di un pollice intinto nell’inchiostro… Ma sono pur sempre documenti usciti dai ministeri di Haiti».

La brutta notizia, ovvio, non è piaciuta alle autorità caraibiche. «Sulle prime i funzionari del ministero degli Esteri hanno pensato che ci fosse sotto qualcosa, che io avessi, chessò, venduto i bambini a famiglie italiane. Minacciavano di far chiudere anche l’opera di Haiti: 150 ragazzini di cui 32 disabili in mezzo a una strada, e 86 persone senza lavoro. Poi però, anche grazie all’intervento dell’ambasciata, hanno capito che non mentivo e le telefonate successive sono state più amichevoli. Adesso mi incoraggiano: dai sorella, combattiamo anche questa!».

«Una faticaccia abnorme»

Intanto però per Marcella Catozza e i 19 bambini di Haiti tutto è diventato complicato e sfilacciato, con i tutori legali di mezzo. I “minori non accompagnati” che vivono da anni con la suora non possono più fare un passo senza il via libera di queste persone che li conoscono appena. E che dovrebbero occuparsi soltanto delle pratiche per i loro documenti, ma in molti casi si sentono investiti dell’autorità di mamme e papà (senza per altro assumersene le incombenze: quelle toccano sempre a suor Marcella, ai volontari di Casa Lelia, alle maestre).

«Io non posso più fare niente», si sfoga la religiosa. «Nelle carte io e Stefano, che lavora qui con me, siamo definiti i locatari della struttura di accoglienza e ci viene negata qualunque potestà educativa sui bambini. Non posso più neanche andare a Messa con loro senza il permesso dei tutori. Riuscire a farli andare ai compleanni dei loro compagni di classe ogni volta è una faticaccia abnorme, e spesso qualcuno resta escluso perché magari il tutore non ha letto l’email con i dettagli organizzativi e logistici della festa».

Il divieto di rimpatrio

Soprattutto, suor Marcella è preoccupata dalle intenzioni del tribunale dei minori di Perugia. La prima dichiarazione di adottabilità arrivata a luglio è un indizio molto chiaro di quel che pensano i giudici. Suor Marcella l’aria che tira l’ha annusata subito. «Il 16 gennaio, alla prima udienza dopo che i bambini erano stati dichiarati minori non accompagnati, davanti a tutori, avvocati, giudici togati e non togati, sindaco di Assisi, sindaco di Cannara, assistenti sociali, in tutto almeno una quarantina di persone, abbiamo chiesto di poter rientrare ad Haiti. È da allora che lo chiedo. Se ci hanno informato male e questo progetto non è compatibile con le leggi italiane, ho detto, porgiamo le nostre scuse a tutti e torniamo a casa nostra, perché noi stiamo bene là».

Invece niente. «Il tribunale si è convinto che il bene dei bambini sia restare in Italia, “perché tornare ad Haiti dove si vive male?”. Ma come perché? Perché c’è chi ha una mamma e un papà ad Haiti, hanno i loro fratellini là, è la loro terra!». Per tutta risposta, da Perugia è arrivato pure un divieto di rimpatrio. «Il decreto ce lo hanno notificato, manco a farlo apposta, il 14 agosto. Il tribunale ci impedisce di uscire dall’Umbria, siamo stati iscritti alle liste di frontiera. Hanno paura che scappi con i bambini, ma io mai, mai me ne andrei senza aver chiarito tutto».

«Siamo davvero una famiglia»

Non sono serviti nemmeno i tentativi di intercessione dei sindaci di Cannara e di Assisi, degli assistenti sociali, del garante dell’infanzia dell’Umbria, della nunziatura apostolica di Haiti, di un paio di altri vescovi che hanno incrociato l’opera di suor Marcella e della Fondazione Via Lattea che hanno provato a metterci una buona parola.

L’unico motivo per cui i bambini di Haiti sono ancora a Casa Lelia con la religiosa, forse, è che non è così facile trovare per tutti una famiglia disponibile o una casa di accoglienza, dove ognuno di loro costerebbe al Comune qualcosa come 150 euro al giorno. «Noi invece non abbiamo chiesto finanziamenti a nessuno», precisa suor Marcella, «eppure alla fine, grazie soltanto all’aiuto degli amici, non ci manca niente».

«Mi chiedo il motivo per cui un’esperienza di tale bellezza debba essere demolita così», confida amareggiata la missionaria francescana. «Eppure», sospira, «basterebbe venire a vedere come viviamo qui per accorgersi che questa è davvero la casa di questi bambini, siamo davvero una famiglia». Non c’è solo il bellissimo casale umbro in cima alla collina con la piscina di 16 metri, il campo da calcio, la vista spettacolare, tutte quelle camere e tutti quei bagni. «La bellezza di quest’anno passato in Italia è la vita che Casa Lelia ha generato intorno a sé sul territorio. I tanti volontari che si sono coinvolti, qualcuno addirittura da Milano o da Novara. I rapporti che si sono costruiti. È commovente. Dalla vecchietta che ci manda il ciambellone caldo a colazione al barista che porta qui i cornetti avanzati la sera. E ancora, il macellaio che ci vende qualunque taglio di carne come bollito di scarto, facendocelo pagare un terzo di quel che costa. La maestra che va fino a Firenze per far visita al bambino haitiano ricoverato in ospedale. L’associazione dei genitori della scuola che una volta al mese viene qua con una spesona formato esercito. Quanta bellezza».

«Mai vissuta una difficoltà così»

E poi c’è l’entusiasmo del sindaco, Fabrizio Gareggia, che il giorno della festa con il vescovo a Casa Lelia è arrivato a mandare le ruspe a mettere giù la ghiaia sulla strada sterrata. «Io vivo fuori da questo paese da trent’anni e non so niente di politica italiana», si schermisce suor Marcella, ma non le sfugge il paradosso del leghista – perché Gareggia è leghista – talmente colpito dalla casa dei bambini di Haiti da portarci in visita niente meno che Matteo Salvini in persona. Il quale per altro pochi giorni dopo elogerà l’esperienza davanti ai suoi “barbari” riuniti a Pontida.

Tutti questi solidissimi fatti, tuttavia, si perdono come lacrime nella pioggia al cospetto di quell’astratta dicitura in carta bollata: “minori non accompagnati”. «Per me è un gran dolore», spiega suor Marcella. «Io sono stata in Kosovo e Albania durante la guerra, nella foresta amazzonica, in Vietnam, vivo in Haiti da 15 anni. Mai mi sono trovata in una situazione così difficile. È terribile vedere i bambini soffrire l’incertezza, la perdita dei punti fissi, tra tutti questi tutor che arrivano, li prelevano, li riportano».

«Cosa succederà a mio figlio?»

Adesso, ripete la suora, la priorità è tornare a Port-au-Prince. Dopo di che si vedrà. Lo stesso progetto, del resto, prevedeva il rientro dei ragazzi in estate alla fine di ciascun anno scolastico “italiano”. «E poi in questi mesi diversi mamme e papà mi hanno telefonato in lacrime. Chiedono: “Cosa succederà a mio figlio?”. Capisce? Stanno togliendo dei bambini ai loro genitori».

Come regola i francescani hanno un’ora di silenzio al giorno, ricorda suor Marcella. «Io sto riflettendo sul libro di Giobbe, che fu tentato per tutta la vita, ma alla fine riconobbe sempre la potenza di un Altro. Perciò io continuo a crederci, e magari alla fine realizzeremo che il bene di questi bambini è restare ad Haiti. Col dolore nel cuore, ma nella pace».

Foto da fondazionevialattea.org