«Come fanno isolati e senza frutta? I bimbi di Haiti non li azzoppi col lockdown»

L’inarrestabile clan di suor Marcella Catozza, diciannove piccoli haitiani nell’Italia paralizzata da Covid e dall’ansia di riempire il tempo

Sciamano giocondi in cucina, «non c’è frutta? Signori, questi ad Haiti non hanno mai avuto accesso alla frutta, non morirà nessuno se non ne mangeranno per un po’». Suor Marcella Catozza racconta divertita a tempi.it l’apprensione telefonica degli amici, «mi chiamano in tantissimi, dicono “aiuto, ma come fai con tutti quei bambini, senza frutta, con la scuola, non è un macello?” e io un po’ sorrido. Santo cielo, veniamo da Haiti, il macello è un’altra cosa».

Il giorno in cui l’ordinanza anti Covid blindava le scuole di tutta Italia, a Casa Lelia, Cannara, dieci chilometri da Assisi, suor Marcella e il fido Stefano svegliavano 19 bambini di Haiti come sempre, «con un mega amplificatore e una canzone a tutto volume. Vivere in un casolare di pietra in collina ha i suoi vantaggi, e all’haitiano piace la musica quando la sente come si deve: fortissimo». Sciamano in cucina, grappoli di bambini a piedi nudi per la colazione, «succo di frutta e poi via a fare i letti, puliscono i bagni, spazzano per terra. Poi passa Stefano e ripassa tutto, ma il concetto è chiaro: stiamo costruendo una casa insieme, tutti fanno la loro parte e la casa è per tutti, pronta e pulita per i compiti».

CASSANDRA E GLI ALTRI DELLA KAY PÈ GIUSS

Cosa ci facciano suor Marcella e il suo clan di bambini che hanno «rimesso in moto l’io» ai piedi delle colline di Assisi, provenienti da quella bestia dura e disperata che è il quartiere di Waf Jeremie ad Haiti, Tempi ve lo ha già raccontato qui. Non è passato neanche un anno da che sono in Italia, poche settimane dallo scattare dell’emergenza, «ma questi bambini hanno sempre vissuto in emergenza, in situazioni estreme. Sono abituati a non potere avere oggi le cose che hanno avuto ieri, non svicolano, non scappano, sono attrezzati davanti all’imprevisto».

Lo guardano in faccia, con quegli occhi che divorano il reale da quando sono venuti al mondo: Cassandra aveva solo qualche settimana quando suor Marcella la trovò avvinghiata al cadavere in putrefazione della mamma in una tendopoli di terremotati, muti e denutriti erano Richelo e sua sorella Richena, chiusi nella baracca di lamiera al buio mentre la mamma cercava di racimolare due soldi nell’immondezzaio dopo la morte del marito, e solo due anni aveva Shnaider, quando fu abbandonato nella sala d’aspetto della clinica tirata su dalla religiosa. Bimbi che l’energica suora, tenendo testa alle gang più pericolose del quartiere, aveva raccolto e accolto in quello splendore che oggi è la missione di Vilaj Italien, tra le solide mure della casa d’accoglienza Kay Pè Giuss, intitolata a don Luigi Giussani.

“MA NOI AD HAITI VIVIAMO SEMPRE ISOLATI”

«Forse l’Italia sta vivendo oggi ciò che per la maggioranza dei paesi del Terzo mondo si chiama quotidianità, fatto sta che l’isolamento per noi non è difficile, ad Haiti viviamo perennemente confinati. Io sono anni che non posso partecipare alle funzioni della Settimana Santa o della notte di Natale». L’infinita rivolta antigovernativa ha paralizzato un paese da sempre ostaggio della connivenza tra Stato e banditismo e la missione di Vilaj Italien, dove suor Marcella si prende cura di 150 piccoli orfani, tra cui 32 disabili gravi, e 350 bambini della scuola materna, è stata isolata e spesso attaccata dalle bande che si contendono il controllo della zona.

Ci voleva Assisi, terra di abbagliante bellezza e santità per rimettere in cammino l’io di un manipolo di loro, portati al sicuro in Italia, un cammino inarrestabile anche in tempo di lockdown. «Diciannove cammini, per la precisione, diciannove frequenze telematiche, quattro computer e due adulti, io e Stefano, imbarcato nella missione fin dal 2013 e oggi vero capitano di Casa Lelia, a spentolare e organizzare il tutto. Fin dal primo giorno di chiusura ho detto ai volontari di sospendere ogni visita a Casa Lelia. Stefano ha organizzato lo studio dei ragazzi, un turno un’ora e mezza al giorno per i bimbi delle elementari, due turni per i ragazzi delle medie. Ciascuno di loro ha un tutor, un volontario o un genitore adottivo a distanza, che ha accesso alle piattaforme delle rispettive classi e filtra le consegne. Poi ognuno si connette, fa lezione, i compiti».

CHE SENSO HA IL TOUR DE FORCE IPERCONNESSO?

Suor Marcella sospira: «Ovviamente non devo spiegarvi cosa significa spedire il bambino giusto sul computer giusto all’orario giusto, gestire le consegne con i tutor, o anche solo spiegarvi che tendenzialmente un bambino di sette anni che fino a pochi mesi fa viveva ad Haiti e parlava uno strano creolo francese tende a giocare a nascondersi più che farsi trovare al momento giusto davanti al computer giusto, vero? E un po’ li capisco. Tra settemila password, cinquemila credenziali, carico e scarico di compiti fatti e correzioni ricevute, un “accendi il microfono, spegni il microfono, non ti vedo, non ti sento, riavvia, ricominciamo” lodo la buona volontà degli insegnanti e prego di non scoppiare a ridere. Mi chiedo però anche se abbia senso questo tour de force volto a riempire il tempo e ogni ora dei bambini iperconnessi di cose da fare. Faccio a cazzotti con questa scoperta da quando sono tornata in Italia: dopo trent’anni di missione ho trovato un paese terrorizzato di perdere tempo, restare solo davanti al tempo, terrorizzato dal silenzio».

QUELL’ANNO DI SCUOLA «PERSO A TESTA ALTA»

Suor Marcella racconta un episodio che sempre le riferiva il suo papà: «Venne promosso in prima elementare e tuttavia si ritrovò a ripetere l’anno: perché? Perché l’anno successivo non c’erano abbastanza bambini per formare una nuova prima classe e Roma non avrebbe nominato un maestro per un gruppo sparuto di bambini. Così le famiglie di quelli che dovevano iniziare la seconda decisero di fare ripetere l’anno ai loro bambini e accogliere quel gruppetto di primini tra di loro. Io ho nostalgia di appartenere a un popolo così, un popolo che ha perso un anno ma a testa alta perché tutti potessero accedere all’istruzione. Quei ragazzi partirono poi per la guerra e molti non fecero ritorno a casa. Che fine ha fatto quel popolo oggi che nessuno si accorge più di nulla e tutti riempiono bulimicamente le loro giornate di cose e parole? Quando abbiamo iniziato a fare fuori il reale e a farci terrorizzare dal silenzio o dalla possibilità di riprenderci l’uso della ragione e del cuore? Io rientro dopo trent’anni in Italia, di cui venti trascorsi nella miseria grottesca dell’immondezzaio di Haiti e mi spaventa quello che trovo, questo vuoto pneumatico di esperienza, di valore, questa corsa a riempirlo di costrutti, parole».

HAITI, BERGAMO, PER NON DISERTARE LA REALTÀ

Sono lontane le barricate di copertoni in fiamme, i tifoni che inghiottono esseri umani, le sparatorie e la fame che riduce i bimbi a mucchietti d’ossa, i drammi che addestrano chi li vive a guardare davvero quelle bare che si allontanano sui convogli militari da Bergamo: «Capite perché non posso non sorridere quando mi chiedono della frutta, o della scolarizzazione dei bambini, o come si fa senza andare al supermercato tutti i giorni? Ha ragione don Julián Carrón quando dice che “per tanto tempo ci siamo forse potuti permettere di disertare l’impatto con la realtà – che pure non ha mai smesso di accadere e di interpellarci –, non ci siamo lasciati sfidare da essa, abbiamo creduto di averla addomesticata, protetti da una condizione privilegiata di vita”. Ora la realtà impossibile da disertare ad Haiti è diventata drammaticamente sfidante anche qui».

MESTIERI, COMPITI, PALLONE, PUZZLE

La sfida a Cannara ha il ritmo delle giornate scandite da sveglia, mestieri, lezioni, compiti, bici e pallone quando è bello, gara di puzzle quando piove, doccia, cena e un classico Disney davanti al camino. Ora che i bambini non devono andare a scuola e alzarsi alle 6.30 la sveglia è spostata alle nove e suor Marcella ha perfino tempo di dire le lodi e fare un’ora di silenzio. Mentre sull’isola la pandemia, «nonostante il proliferare di messaggi tipo “è tutto un complotto dei bianchi per eliminare i neri, attaccarli al respiratore e gasarli”», sembra al momento contenuta («e speriamo resti tale o tra baraccopoli, ospedali e medici per nulla attrezzati sarà una carneficina»), a Casa Lelia si sta organizzando il 18 maggio, festa della bandiera in Haiti a cui i piccoli restano affezionatissimi e per cui stanno preparando sfilate e canzoni. Speravano di invitare tutti i loro compagni a giocare sui prati che dolcissimi circondano il casolare ma la festa è solo rimandata a quel momento in cui potranno davvero riprendere insieme a loro la scuola e soprattutto la strada per andare a scuola.

«CERCA UN SERPENTE, RUZZOLO»

Pasqua intanto è stato un giorno bellissimo, iniziato con la torta umbra al formaggio e salame, i tavoli imbanditi in giardino a pranzo e al tramonto, la caccia al tesoro per trovare le uova di cioccolato che un frate di Santa Maria degli Angeli aveva avuto in dono dalla Perugina. «Dopo averle nascoste nella campagna qui intorno abbiamo consegnato ad ogni bambino un foglio con un indizio e un numero di telefono di una persona “amica” da contattare e a cui chiedere aiuto in caso in cui il bambino non riuscisse a capirlo. Ovviamente le uova erano nascoste in base all’età, i più grandi le hanno trovate a un chilometro e mezzo dal casolare, i più piccini vicino a casa. Non avevamo allertato i proprietari del numero così quando Roodson (“Ruzzolo”, il più piccino) ha chiamato una dei nostri volontari di Foligno, leggendole l’indizio “se ti avvicini mordo”, la signora invece di spedirlo al cancello presidiato dal cane dei vicini lo ha mandato sicura a cercare “la tana di un serpente”. Il povero Richelo invece ha chiamato la sua insegnante di italiano per sapere cosa fosse un calesse (“che bello andare in calesse” era l’indizio) e lei senza capire che si trattava di un gioco a tempo l’ha tenuto al telefono a chiacchierare un’infinità. Abbiamo sparecchiato sotto le stelle, poi, i più piccoli a nanna, abbiamo visto The Passion con i più grandi».

LA PROVVIDENZA, UNA CAMIONATA DI FRUTTA

La situazione dei bambini oggi è appesa a un filo: dopo mesi di lavoro ad Haiti per portare i piccoli in Italia e regolarizzare la loro posizione, oggi studiano e i grandi vorrebbero iscriversi l’anno prossimo alla scuola di agraria di Todi, ma questo potrebbe non bastare a garantire loro un futuro a Casa Lelia o crescere nella grande famiglia di suor Marcella che molti di loro ha fatto nascere e tutti ha portato sicuri a riprendere in mano il proprio io. Accade così, quando si fa fuori l’esperienza, perfino la bellezza dell’esperienza che ha cambiato le vite di chiunque si sia imbattuto nella missione di Haiti o abbia varcato le soglie del casolare di Cannara, «ma il buon Dio che ci ha condotto fin qui conosce la realtà più di qualsiasi giudice, legge o convenzione e so che nelle sue mani ogni cosa coinciderà col bene dei bambini».

Tutto sta nell’affidarglieli davvero, questi bambini, vivere senza disertare e confidare davvero nella Provvidenza. «Per esempio ieri è arrivato il signor Giuseppe con un camion. Le mamme dei compagni di classe dei ragazzi avevano fatto una colletta tutte preoccupate perché ci portasse il necessario. Il signor Giuseppe è un fruttivendolo e ha scaricato qui una camionata di frutta a cui si è permesso di aggiungere qualche cassa di pomodorini». Senza frutta non si muore, eppure suor Marcella sa che la Provvidenza bussa anche per portartene qualche cassa direttamente a casa.