Il regime augura gloria eterna al “Macellaio di Pechino”

Il 22 luglio è morto Li Peng l’ex primo ministro che ordinò il massacro di piazza Tienanmen. Diecimila morti che nella narrazione del partito diventano «misure decisive per il futuro del paese»

«Li Peng, ex presidente del Comitato permanente del National People’s Congress (Npc), è deceduto per malattia a Pechino all’età di 91 anni alle 23.11 di lunedì»: così l’agenzia di stampa Xinhua ha dato notizia il 23 luglio della morte del “Macellaio di Pechino”, ex primo ministro in carica durante le proteste di piazza Tienanmen.

LA BANDIERA DEL PARTITO

Xinhua pubblica un ritratto in cui si afferma che Li, con il «compagno Deng Xiaoping», «adottò misure decisive per fermare i disordini e reprimere le rivolte contro-rivoluzionarie: ha stabilizzato la situazione interna e ha svolto un ruolo importante in questa grande lotta riguardante il futuro del partito e del Paese». In realtà tutti sanno come reagì il partito sotto la pressione di Li Peng (che 91 anni li avrebbe compiuti in ottobre) e del compagno Deng Xiaoping: tra il 3 e il 4 giugno 1989 almeno diecimila cinesi vennero massacrati dai carri armati nelle strade adiacenti a piazza Tienanmen. Quella notte il primo ministro e il leader de facto del Dragone ordinarono ai soldati di far rispettare la legge marziale e di annientare la protesta di centinaia di migliaia di studenti che si erano assiepati sotto il grande ritratto di Mao Zedong per chiedere più libertà di stampa, democrazia e meno corruzione.

«MINIMO DIECIMILA MORTI»

Ci vollero tre giorni per lavare il sangue dalle strade. Al termine dei quali il portavoce del Consiglio di Stato cinese, Yuan Mu, dichiarò a un’emittente americana: «Non è morto nessuno. Neanche uno studente è stato schiacciato dai carri armati». Un anno e mezzo fa, il governo britannico ha declassificato un documento inviato dall’allora ambasciatore inglese in Cina, Sir Alan Donald, che parla di «minimo 10.000 morti». Tempi lo ha tradotto e pubblicato qui. La fonte? Lo stesso Consiglio di Stato cinese presieduto dall’allora primo ministro Li Peng che il 20 maggio 1989 dichiarò la legge marziale.

«COME SE VIOLENTASSERO MIA MAMMA»

Sono passati 30 anni da quel 4 giugno 1989, dai carri armati lanciati sui civili «a 65 chilometri orari», i sopravvissuti falciati «con le mitragliatrici già appostate», i colpi dei cecchini del 27esimo («l’armata più affidabile e ubbidiente») che utilizzavano «proiettili a espansione». Da sempre i protagonisti di quegli eventi drammatici hanno atteso una pubblica ammenda, come Jiang Lin, colonnello dell’Esercito popolare di liberazione che invece di partecipare al massacro documentò l’offensiva dei cingolati e i cadaveri ammazzati nelle pozze di sangue. Jiang ha deciso di raccontare ciò che ha visto al New York Times e di rivolgere un appello pubblico al partito comunista perché ammetta le sue terribili colpe, «la brutalità di quella notte mi ha scioccata. La visione era insopportabile: come se stessero violentando mia mamma. Una follia». O come Zhou Fengsuo, leader degli studenti, dichiarato dopo il massacro nemico pubblico numero 5 dal regime. O Albert Ho Chun-yan, attivista e politico che a Hong Kong ha fondato il Museo del 4 giugno, l’unico luogo sotto il controllo della Cina dove si può conoscere la verità su Tienanmen senza essere arrestati.

LA GRANDE CENSURA

Perché ancora oggi il regime nega il massacro, impedisce al suo popolo di conoscere la verità, censura internet e i libri di storia, arresta gli attivisti che chiedono al governo di riconoscere le sue colpe e vieta alle famiglie di commemorare e piangere le vittime. Ancora oggi l’esecutivo guidato da Xi Jinping augura «Gloria eterna al compagno Li Peng!». Non una parola su cosa accadde la notte del 4 giugno 1989 che gli valse l’appellativo di “Macellaio di Pechino”.

Foto Ansa