Il reddito universale di base serve alla Silicon Valley, ma «non funziona»

Un rapporto della federazione che riunisce sigle sindacali di tutto il mondo ha analizzato 16 tentativi di introdurlo in paesi ricchi e poveri. «È solo una capitolazione ideologica al capitalismo consumistico»

«Il reddito universale di base non funziona» e può raggiungere i suoi obiettivi solo a condizione di distruggere l’economia e il welfare del paese dove viene introdotto. Sono queste le conclusioni del rapporto stilato dalla Public Services International, federazione che riunisce sigle sindacali di tutto il mondo, Italia compresa.

Gli autori dello studio hanno analizzato i risultati di 16 esperimenti condotti in tutto il mondo in paesi poveri (India, Malawi e Kenya), medi (Brasile) e ricchi (Canada, Stati Uniti, Finlandia, Olanda). Il reddito universale di base, si legge nell’introduzione del rapporto, «viene interpretato in modo molto diverso» a seconda dei paesi, ma si può riassumere come uno strumento per «dare soldi alla gente con l’obiettivo di risolvere problemi sociali e/o economici».

«IL REDDITO DI BASE È INSOSTENIBILE»

Gli esperimenti analizzati differiscono a seconda di quanto spesso i pagamenti vengono fatti, quanto a lungo, chi ha diritto a riceverli e come queste elargizioni di denaro influiscono su altre forme di protezione sociale. Anche gli scopi variano: dalla riduzione della povertà e delle disuguaglianze all’aumento dell’inclusione sociale fino a un miglioramento dell’accesso al mercato del lavoro.

Tenuto conto di tutte queste differenze nell’analisi degli esperimenti dei diversi paesi, il reddito universale di base viene definito «insostenibile» dal punto di vista economico: «Nella maggior parte delle regioni del mondo richiederebbe l’investimento del 20/30 per cento del Pil». I costi «potrebbero essere ridotti elargendo agli individui cifre inferiori o limitando il reddito ad alcune fasce di popolazione, ma questi cambiamenti non permetterebbero di realizzare gli scopi dello strumento». In sintesi, il reddito universale di base per essere efficace deve diventare «insostenibile» e per essere sostenibile non può che risultare «inefficace».

DALL’INDIA ALLA FINLANDIA

Unicef e Give Directly, charity sostenuta da Google, hanno tentato di regalare piccole somme di denaro a individui molto poveri in villaggi dell’India e del Kenya: le somme fanno la differenza, permettendo a singole famiglie di avviare un’attività fondamentale per l’auto-sostentamento, ma la misura difficilmente potrebbe essere estesa a tutta la popolazione e non ci sono prove che, una volta terminate le donazioni, le famiglie non tornino al medesimo stato di povertà di partenza.

L’Alaska paga una somma annuale variabile a tutti gli adulti e i bambini a seconda dei proventi della vendita del petrolio: nel 2018 ha elargito 1.600 dollari a testa. La misura, pur avendo delle ricadute positive su alcune fasce della popolazione, non ha ridotto né la povertà infantile né l’aumentare delle disuguaglianze economiche.

La Finlandia, valutando il proprio esperimento, ha scoperto che è stato un fallimento: nel 2017 i duemila beneficiari del reddito di base, rispetto a duemila disoccupati assistiti in modo classico dal welfare finlandese, «non hanno trovato lavori migliori o peggiori». Chi ha goduto del reddito, infatti, nel 2017 ha lavorato in media 49,6 giorni contro i 49,3 di chi è stato assistito con il metodo tradizionale. I primi hanno guadagnato grazie ai lavori ricercati e trovati in media 4.230 euro nel 2017, contro i 4.251 dei secondi. Una differenza in negativo di 21 euro. Inoltre, se il reddito di base venisse esteso a tutti i disoccupati finlandesi, aumenterebbe il deficit del paese di 5 punti percentuali.

SERVE SOLO A GOOGLE

Il reddito universale, si legge ancora nello studio, potrebbe essere finanziato smantellando il welfare tradizionale, ma in questo modo «le disuguaglianze non farebbero che aumentare: ne trarrebbero beneficio i ricchi mentre i poveri diventerebbero ancora più poveri». Allo stesso tempo si assisterebbe a un peggioramento dei «servizi pubblici».

In sintesi, il risultato sarebbe «uno sviluppo che promuove la mercificazione invece che l’emancipazione». E questo, commenta sul Guardian Anna Coote, coautrice dello studio, «può aiutare a spiegare perché il reddito universale è sostenuto dai tycoon della Silicon Valley, che sono più interessati nel difendere il capitalismo consumistico piuttosto che ridurre povertà e disuguaglianze».

«CAPITOLAZIONE IDEOLOGIA»

Il reddito universale di base è dunque «una soluzione individualista a un insieme di problemi» che devono essere invece risolti a partire da «solidarietà, reciprocità e azione collettiva». Rappresenta più che altro una «capitolazione ideologica» al «capitalismo consumistico» e in quanto tale non è altro che uno «sciatto rimedio utopistico che non affronta il tema della capacità produttiva dell’economia».

Invece che investire risorse in un simile strumento, bisognerebbe «riformare i sistemi di welfare e costruire servizi pubblici migliori e più efficienti», valutando se garantirne l’accesso gratuito ai più svantaggiati. Ecco perché dunque le sigle sindacali dovrebbero opporsi al reddito universale di base.

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