Il rapimento Moro e il “Dio rifiutato”. Un vuoto che nulla potrà riempire

Stralci da un articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 20 marzo 1978, quattro giorni dopo il rapimento di Aldo Moro e l’uccisione di tutti i membri della sua scorta per opera delle Brigate Rosse.

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Quando, lungo la giornata di giovedì, presi nelle dure ombre di un’emozione sotto cui non volevamo che le nostre responsabilità venissero minimamente a cedere, abbiamo letto i giornali e seguito la televisione; e quando, l’indomani, abbiamo aperto le pagine dei quotidiani, la cosa che più ci ha angosciati è che, nelle disamine dell’accaduto e nel mare di un contrabbando retorico che quelle analisi ha accompagnato, non ci è stato concesso d’imbatterci in una sola domanda che recasse in sé il disperato bisogno d’una possibile spiegazione totale e, dunque, religiosa del punto in cui è arrivata la vita. (…) Neppure le parole pronunciate o scritte da chi, per il segno stesso di cui fregia la propria militanza politica, ci sarebbe parso naturale, il nome di Dio è venuto fuori; e neppure è uscito quello della sua assenza; del vuoto, intendo, che la sua assenza ha determinato nella società dell’uomo. (…)
Dove può mai giungere una società che intenda spiegar tutto politicamente, tutto politicamente decifrare (senza per altro riuscirvi) anche e proprio nel momento in cui il cumulo degli errori, delle responsabilità, delle vergogne e dei tradimenti (e, primo fra tutti, il tradimento dell’anima) suona i suoi cupi e fatali rintocchi? (…)
Perché almeno ieri, almeno oggi, almeno adesso, non si pone fine al sistema delle retoriche, opposte eppur eguali, e non si aiuta l’uomo a porsi con terribile chiarezza di fronte alla realtà? (…) Perché s’è avuto e si ha ancora il timore di dire che il Dio rifiutato è un vuoto che nessuna demagogia del benessere e dell’eguaglianza, o d’ambedue assieme, può colmare; e che quel vuoto, a riempirlo, sarà solo il cupo inferno della materia impazzita e della sua impazzita cecità e solitudine? (…) L’uomo e la sua società stanno morendo per eccesso di realtà; ma d’una realtà privata del suo senso e del suo nome; privata, cioè, di Dio. Dunque, d’una realtà irreale. (…)
Affondare gli occhi nel nostro male tenendo presente il Dio che abbiamo lasciato o, quantomeno, il dolore d’averlo lasciato, non significa veder meno: significa vedere ancora di più; e significa, inoltre, non poter più usare la parola (quella parola che è appunto ciò che si fa carne) come menzogna; menzogna che è servita e serve per usare la carne; per colpirla, crivellarla e stenderla, assassinata, su una delle strade che avevamo costruito per il nostro bene e per la nostra vita.
Foto Ansa

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