Il populismo è finito in un momento

Ora è il dopo Coblenza, è la rinascita dell’asse franco-tedesco, cuore e perno dell’Unione Europea. Con la prossima vittoria della Merkel, ecco che si compie un cerchio

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – A Coblenza, confluenza della Mosella e del Reno, è nato tra l’altro Metternich e, come provvidenziale o giusto, è emerso per essere poi sommerso il famoso “momento populista”, una cosa che c’era e che c’è, che Alain de Benoist ha analizzato con puntiglio e acume, ma non è o non era evidentemente irresistibile. A Coblenza fu eretto il limes germano-retico, che nel terzo secolo dopo Cristo fu smantellato dai franchi, altro che la staccionata tra Stati Uniti e Messico. A Coblenza nel gennaio scorso statisti alla Salvini, alla Wilders, alla Marine Le Pen si riunirono per sfidare le tecnocrazie dell’euro. Il guanto si è afflosciato in men che non si dica, giace a terra calpestato da Emmanuel Macron, il mondialista e liberalizzatore che ha rilevato il potere da François Hollande domenica scorsa. Ora è il dopo Coblenza, è la rinascita dell’asse franco-tedesco, cuore e perno dell’Unione Europea. Con la prossima (24 settembre) vittoria della Merkel, la Mutti, ma Schulz farebbe lo stesso, ecco che si compie un cerchio, e che Dio ce la mandi buona.

I giornalisti corrivi al fenomeno, che non si considerano parte delle élite e del potere, perché ne sono il braccio chiacchierino e vanesio (vedi de Bortoli), ora fanno a gara nel dire che non si può cantare vittoria troppo presto, che c’è ancora una masnada di asini in Italia che promette bene, nel paese neoproporzionalista senza ballottaggio e senza monocameralismo e con il Cnel tutto pimpante e i giovani dai 18 ai 34 anni felici e contenti, cornuti e mazziati da sé stessi, e pazienza per Wilders e Marine Le Pen, vinciamo dopo, e pazienza per Frauke Petry, vinciamo mai, e pazienza per Podemos, tanto in America hanno eletto Trump e ve la farà vedere lui a voi dell’establishment. Il programma è ambizioso, Putin lavora di sotto ma il successo non si ripete, il Kgb può molto in fatto di hackeraggio ma non tutto. Xi Jinping e Kim Jong-un tengono il fronte asiatico, e prima o poi Mosul califfale cadrà sotto i colpi dell’esercito irakeno, che colpi lenti!, ricostruito dopo il nation building di Rumsfeld e l’impiccagione di Saddam Hussein. A proposito, ricorderete che ai tempi dell’Iraq Schroeder no, ma la cara Angela era dei nostri, una willing all’opposizione a Berlino.

Sfotticchio un poco, come tutti quelli che sentono di aver scampato un pericolo. Non mi faccio mai illusioni sul futuro, che notoriamente non esiste, ma pesco nel presente e nel passato quei pesci che si lasciano prendere. Faccio parte dell’establishment senza che alcuno mi abbia invitato a tavola, e ne faccio parte da una vita, da quando ero comunista amendoliano, poi anticomunista e craxiano, poi berlusconiano con le cautele del bello stile, della calligrafia, ho l’idealismo criminogeno e la corruttela liberale nel sangue, non ci posso fare niente. Chi ama la politica, e magari la superpolitica di chi non è capace di farla in proprio, ama l’illusione e la disillusione, i due tempi del futuro.

Alberto Savinio scriveva già tanti anni fa nei suoi diari pubblicati da Adelphi che la vera libertà sarebbe stata davvero apprezzata solo quando il mondo si fosse radicalmente e definitivamente, fine della storia, secolarizzato, quando fosse scomparso il senso di Dio e del mistero, il significato delle cose. Mi pare che ci siamo. Non avete voluto darmi retta su Ratzinger e sull’aborto e su tante altre cose, compresa la necessità di riabilitare la devozione cristiana e la fede degli altri nello spazio pubblico, compresa la santificazione del quotidiano nella ortoprassi ebraica, e ora il mondo postmoderno e la democrazia globalizzata ve li tenete. Me li tengo con un sovrappiù di godimento dopo Coblenza.

Peggio del disincanto c’è solo l’incantamento demagogico e populista o nazionalsocialista, come con maggiore precisione s’ha da dire. Essere retrogradi è un dono privato, non un programma politico. E ho di recente visitato il luogo di nascita di Joseph de Maistre, Chambéry, e la abbazia di Altacomba con la necropoli dei re d’Italia sul bellissimo lago del Bourget in Alta Savoia, certi pellegrinaggi possono essere sbrigativi e turistici ma fortunati, certi convegni dalle parti di Metternich possono dare luogo solo a espressioni geografiche senza futuro. Così almeno mi pare.

Foto Ansa

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