«Il mondo è cambiato. L’Italia scelga se fermarsi e condannarsi al declino o rinunciare ai privilegi e ripartire»

«Il governo non ha fatto riforme così audaci che abbiano prodotto già una svolta, come più volte annunciato». Intervista a Tobias Piller, corrispondente dall’Italia della Frankfurter Allgemeine Zeitung

Per uscire dalla crisi l’Italia avrebbe bisogno di ripensare da capo quell’elefantiaca e multiforme azienda che è lo Stato italiano. Si potrebbe riassumere così il pensiero del tedesco Tobias Piller, corrispondente dall’Italia della Frankfurter Allgemeine Zeitung, secondo cui è sbagliato «prendersela con l’euro, la Bce o la Merkel». Semplicemente dovremmo fare quelle tante volte annunciate (ma mai realizzate) riforme che paesi come la Germania hanno fatto in tempi non sospetti, quando il «malato d’Europa», secondo i principali quotidiani, era proprio Berlino e la cancelliera Merkel era in procinto di salire al potere.

Non bastano lo sblocca Italia e la riforma della giustizia per ripartire?
La verità è che il governo non ha fatto riforme così audaci che abbiano prodotto già una svolta, come più volte annunciato. E non è con pacchetti di leggine dai nomi più o meno creativi, come “sblocca”, “cresci” oppure “salva” Italia, che si esce dalla crisi. Dal primo ministro Renzi, dopo le tante promesse e dichiarazioni, è legittimo aspettarsi qualcosa di più.

La riforma del processo civile non è un primo passo in questa direzione?
Per quello che ci è dato conoscere, sembrerebbe che il pacchetto miri a favorire soluzioni di compromesso su vecchi litigi nel campo della politica sulla giustizia. Nei processi, si cerca più mediazione. Ma a processo avviato, di fatto, non cambia nulla. Cosa si è fatto per creare un modello di valutazione del lavoro dei giudici e dei tribunali in termini di efficienza, qualità e velocità? Niente. Come pensate di tornare ad attrarre investitori dall’estero se, come ho visto fare coi miei occhi, gli avvocati stranieri, non appena sorgono le prime difficoltà, rimettono le carte in borsa e fanno marcia indietro, anzi, qualcuno nemmeno si presenta più? Anche il presidente della Bce Mario Draghi ha ricordato che tutto ciò vi costa l’un per cento del Pil ogni anno.

Lo sblocca Italia, però, contiene misure importanti, come, per esempio, quelle che velocizzano la realizzazione di opere come la Tap, il gasdotto che collegherà la Puglia all’Azerbaigian, o favoriscono lo sfruttamento degli idrocarburi in Basilicata. Oppure il credito d’imposta per la banda ultralarga e le semplificazioni edilizie. Non le pare?
Si tratta di singoli provvedimenti in sé positivi e spero che siano utili per dare una spinta alla crescita. Quello che manca, però, è la consapevolezza che l’Italia, come pure il resto d’Europa, è in declino a causa della globalizzazione. Trent’anni fa chi voleva vendere automobili in Italia, le doveva produrre qui. Con tutti i privilegi dei paesi industriali dell’Occidente di allora, pazienza se doveva pagare gente che non lavorava. Ci si poteva permettere il lusso di un mercato del lavoro totalmente bloccato o di una burocrazia dai tempi infiniti. Ma il mondo è cambiato. I paesi una volta in via di sviluppo ora sono concorrenti, muniti di impianti nuovi, con mercati del lavoro e salari totalmente diversi, ed hanno un’alta produttività. Non si tratta solo della Cina, ma anche Brasile e Vietnam. L’Europa, anche l’Italia, sono costretti a scegliere se rimanere fermi e condannarsi a un inesorabile declino, o rinunciare ai privilegi acquisiti per aggiustare la competitività, anche se ciò è impopolare.

Quali privilegi e aggiustamenti?
È finito il tempo delle trattative sindacali stile “anni ’70” per difendere posizioni acquisite o per piccole rivendicazioni. Servono intese veloci, dove sindacati e aziende possano progettare le strategie insieme, per garantire la massima occupazione e competitività possibili; come vorrebbe fare la Fiat per tenere la produzione dei futuri modelli dell’Alfa Romeo in Italia. E c’è bisogno di un mercato del lavoro flessibile e di un sistema dell’istruzione che punti di più sulla formazione tecnica e professionale che non sui laureati in scienze della comunicazione. Serve, poi, ripensare la spesa pubblica italiana, tagliando dove possibile, perché oggi è pari al 51 per cento della ricchezza prodotta, mentre in Germania è il 45 per cento del Pil. A far crescere il Pil, infatti, è l’economia privata, e non la spesa aggiuntiva dello Stato. Senza contare che al momento, per Paesi indebitati, il momento è molto favorevole. L’Italia paga interessi bassi come mai per un debito record. Ma questa situazione non dura per sempre. Allora bisogna aver ridotto il peso del debito, prima che i mercati chiederanno di nuovo interessi alti, con un conto salato per chi ha accumulato alti debiti.