Il miracolo del buono scuola nazionale

Di Peppino Zola
26 Dicembre 2025
Il principio è stato affermato ed una piccola breccia è stata portata ad un muro che pareva essere incrollabile. E una domanda ai politici cattolici che militano in partiti che oggi si trovano all’opposizione
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I miracoli avvengono ancora: la nuova legge finanziaria introduce il “buono scuola” nazionale. Lo Stato italiano, cioè, ha deciso di aiutare le famiglie poco abbienti a scegliere la scuola per i propri figli. Come Tempi ha già scritto, infatti, è previsto che le famiglie con un Isee inferiore ai 30.000 euro che scelgono di iscrivere il figlio ad una scuola paritaria potranno avere un contributo che può arrivare a 1.500 euro.

Perché ho parlato di “miracolo”? Perché finora in Italia non era mai stato riconosciuto il diritto dei genitori a scegliere liberamente la scuola ritenuta migliore per i propri figli, malgrado che ciò sia previsto dall’articolo 30 della Costituzione; malgrado, cioè, che tale libertà costituisca un vero e proprio diritto costituzionale, che finora è stato sempre disatteso da tutti i governi italiani, di qualunque colore essi fossero. Finalmente questo diritto è stato riconosciuto. Non tutti pensavano che ciò fosse anche solo possibile, mentre altri, addirittura, si erano mostrati sostanzialmente contrari. Invece, finalmente, questo principio è stato riconosciuto, anche se in misura limitata dal punto di vista quantitativo, visto che la spesa complessiva dello Stato non potrà superare i 20 milioni di euro. Ma il principio è stato affermato ed una piccola breccia è stata portata ad un muro che pareva essere incrollabile.

E ciò è avvenuto anche grazie all’insistenza con cui un gruppo di associazioni familiari, coordinate con saggezza da Roberto Pasolini, ha proposto il principio affermato nella Costituzione; e grazie al lavoro intelligente di politici dell’attuale maggioranza.

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Un diritto costituzionale

Ora che il miracolo è avvenuto non dobbiamo dormire sugli allori, ma dobbiamo rimanere operativamente vigilanti perché il principio venga definitivamente accettato dal punto di vista culturale prima ancora che dal punto di vista economico e sociale e politico. E, ripeto, il principio è che il diritto all’educazione dei figli spetta innanzi tutto ai genitori, i quali devono essere aiutati, in base al principio di sussidiarietà, a svolgere liberamente il proprio compito educativo. Ciò comporterà che si rafforzi una definitiva unità tra tutte le associazioni famigliari e gli organismi che rappresentano le scuole paritarie. Un forte patto tra scuole e famiglie deve essere posto in atto sia a livello delle scuole statali che di quelle paritarie. Trattandosi di un “diritto costituzionale”, il sostegno alle famiglie dovrà essere allargato al massimo, nei tempi opportuni, affinché esso non rimanga solo un riconoscimento di principio. E, d’altra parte, spero che le famiglie italiane si avvalgano il più possibile della possibilità di accedere al buono scuola. Essendo stato affermato il principio, ora l’impegno per la sua definitiva affermazione diventa ancora più cogente e interessante.

Questo lavoro culturale dovrà anche contribuire a cancellare definitivamente alcuni equivoci anche di linguaggio che fanno fatica a scomparire, come ha bene osservato suor Monia Alfieri. Alcuni, infatti, in questi giorni, hanno detto, anche se con voce sostanzialmente flebile, che non devono essere spesi soldi per le scuole “private”. Altrettanto sommessamente desidero ribadire che in una posizione simile esiste un duplice errore. Con il buono scuola, infatti, si aiutano direttamente le famiglie e non le scuole (e su questo punto occorre che tanti rileggano l’articolo 30 della costituzione); Inoltre, le scuole “paritarie” non sono scuole “private”, ma a tutti gli effetti sono scuole “pubbliche”, come detta una legge che ha oramai 25 anni e che è stata voluta da un insospettabile ministro di sinistra: il sistema scolastico italiano si regge sulle scuole pubbliche statali e sulle scuole pubbliche paritarie. Lo dice la legge, non una opinione di parte.

Una domanda ai cattolici

Occorre dare atto a questo governo che ha coraggiosamente imboccato la strada di prevedere vari sostegni alle famiglie. Sul versante educativo e scolastico, oltre al “buono scuola”, è previsto un sostegno diretto alle famiglie in difficoltà un aiuto per l’acquisto dei libri. Inoltre, anche l’esonero dal pagamento dell’Imu da parte dei gestori delle scuole paritarie è sottoposto alla condizione che le rette applicate dalle scuole paritarie siano inferiori al costo medio per studente, il che, in una certa misura, si traduce anch’esso in un aiuto alla famiglia, che, quindi, mi pare torni al centro dell’interesse della politica, secondo il dettato dell’articolo 29 della Costituzione.

Vorrei, infine, porre alcune domande ai politici cattolici che militano in partiti che oggi si trovano all’opposizione. Visto che l’emendamento governativo aiuta le famiglie più povere ad esercitare il libero diritto alla scelta educativa, come potranno non votare a favore di una tale misura? La dimenticata ma sempre strepitosa dottrina sociale cattolica, infatti, da sempre chiede di aiutare i poveri e afferma il diritto della famiglia all’educazione. Per coerenza, allora, come potranno non essere d’accordo, almeno su questo punto, con quanto finalmente stabilito dalle forze di governo? Su questi temi cruciali e decisivi per il nostro futuro, non sarebbe opportuno che i politici cattolici trovassero una linea comune, indipendentemente dal partito di appartenenza? Su temi così delicati, non dovrebbe prevalere il voto di coscienza? Oppure dei poveri si parla solo per demagogia e della famiglia solo per prendere qualche voto in più? Mi sembra che la vicenda qui commentata renda interessanti ed attuali queste domande. Perché non aprire almeno un dialogo? Un dialogo non confessionale, ma assolutamente “laico”, basato sul chiaro dettato costituzionale, espresso negli articoli 2, 3, 30, 31, 33, 34, 118 della nostra carta fondamentale.

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