«Il mio bisnonno nigeriano vendeva schiavi. Era un eroe per il suo popolo»

«Il concetto di uguaglianza era del tutto estraneo a una società che praticava la schiavitù ben prima dell’arrivo dei bianchi». Controcanto della scrittrice Adaobi Tricia Nwaubani ai distruttori di statue


La statua di Edward Colston, mercante di schiavi del diciassettesimo secolo, viene ripescata nel porto di Bristol, uno dei molti simboli del colonialismo europeo abbattuti dai manifestanti Black Lives Matter

Il suo bisnonno Nwaubani Ogogo Oriaku, era quello che chiameremmo un uomo d’affari: apparteneva all’etnia Igbo, presente in prevalenza nel sud-est della Nigeria, dove si occupava di trafficare merci, tabacco, frutti della palma. «Ha anche venduto esseri umani».

Molte volte Adaobi Tricia Nwaubani ha ricordato la storia del bisnonno Ogogo, schiavista con tutti i crismi per conto della Royal Niger Company. E molte volte la giornalista nigeriana, scrittrice, autrice di saggi, romanzi (suo il libro scritto con Valeria Mazza Ragazze rubate. Le storie delle ragazze rapite da Boko Haram), collaboratrice di testate come New York Times, Guardian, New Yorker e Bbc, si è chiesta come avrebbero reagito gli afroamericani sentendola levare la propria voce in difesa dei diritti umani in Nigeria e in Africa: con quale autorità avrebbe potuto farlo, lei, con quel background agli occhi del mondo “contaminato” dall’essere erede e discendente di un commerciante di schiavi?

«NON TI VERGOGNI DI LUI?», «NON POTREI MAI»

«Non ti vergogni di lui?», chiese a suo padre quando la portò, a soli otto anni, a guardare la lunga fila di alberi a cui il bisnonno legava i suoi schiavi. «Non potrei mai», le aveva risposto l’uomo, avvocato, attivista per i diritti umani, una vita passata a sfidare e denunciare gli abusi del governo nel sud-est della Nigeria. «E perché dovrei? I suoi affari erano legali a quei tempi e tutti lo rispettavano. Non tutti potevano avere il coraggio di commerciare schiavi. Ci voleva una grande audacia».

La stessa audacia che porta Adaobi a riproporre la storia del suo antenato anche oggi, mentre le statue dei colonialisti bianchi vengono abbattute, i loro nomi cancellati dalle vie e dagli edifici pubblici: parlare di Nwaubani Ogogo Oriaku per parlare di ogni antenato imputabile di colonialismo, schiavismo, razzismo, violazione dei diritti umani da parte chi crede di poter cambiare la storia imponendole retroattivamente l’agenda valoriale dell’anno 2020. È una questione di onestà:

«Nwaubani Ogogo visse in un’epoca in cui sopravvivevano i più forti e eccellevano i più coraggiosi. Il concetto “tutti gli uomini sono uguali” era completamente estraneo alla religione e alla legge tradizionali nella sua società. Sarebbe ingiusto giudicare un uomo del XIX secolo in base ai valori del XXI secolo. Giudicare il passato degli africani secondo gli standard odierni ci costringerebbe a definire la maggior parte dei nostri eroi come cattivi, negandoci il diritto di celebrare fino in fondo chiunque non sia stato influenzato dall’ideologia occidentale. I commercianti di schiavi Igbo come il mio bisnonno non hanno avuto problemi di accettazione sociale o legali. Non avevano bisogno di giustificazioni religiose o scientifiche per le loro azioni. Stavano semplicemente vivendo la vita in cui erano cresciuti. Era tutto ciò che sapevano».

I PRIMI SCHIAVISTI ERANO AFRICANI

Comprare e vendere esseri umani era una pratica propria di molte culture africane, ed era iniziata molto prima che i primi bianchi europei approdassero sulle coste nigeriane. La schiavitù era la punizione per chi commetteva un crimine, la contropartita di un debito, il destino dei prigionieri di guerra. Ed era una consuetudine, una forma di servitù saldamente radicata nella cultura dell’etnia di Adaobi ben prima che servisse al commercio atlantico.

Gli schiavi venivano usati come domestici e operai, a volte sacrificati in cerimonie religiose e spesso seppelliti vivi insieme ai loro padroni per seguirli nell’aldilà. Fu l’arrivo dei mercanti europei, che offrivano pistole, specchi, gin in cambio di esseri umani, a iniziare la popolazione locale al business, inducendola a catturare parenti che abitavano in villaggi lontani e vendere i propri connazionali in cambio di doni e merci.

«I BIANCHI SI SCUSARONO CON LUI»

Quanto al bisnonno della giornalista, Ogogo procacciava schiavi in cambio di denaro disponendo di una licenza concessa dalla Royal Niger Company, società mercantile britannica incaricata dal governo inglese di gestire il commercio nella Nigeria sudorientale nell’ultimo quarto del XIX secolo. Quella licenza era sinonimo di lavoro onesto, rispettato da tutti nella regione, dalla sua famiglia e dalla società. Con quella licenza l’uomo riscattò la sua proprietà e i suoi schiavi dal sequestro quando gli inglesi estesero il proprio dominio nella Nigeria sudorientale imponendo l’abolizione della schiavitù, «i bianchi si scusarono con lui», le raccontò il padre.

UN EROE PER LA SUA GENTE

Adaobi ripercorre le vicende che portarono il governo inglese ad abolire la tratta internazionale (ma non quella redditizia locale) degli schiavi nigeriani, commercio che durò fino all’inizio degli anni Cinquanta, contestualizzando il ruolo del bisnonno all’epoca dell’ufficiosa “alleanza” tra i capi della tratta e i funzionari britannici: i bianchi avevano restituito gli schiavi a Nwaubani Ogogo, i bianchi lo avevano nominato capo di molte città, i bianchi gli riconoscevano il ruolo di rappresentante del suo popolo. E Ogogo era un eroe per la sua gente. Fu lui a presiedere decine di casi giudiziari, riscuotere tasse per conto degli inglesi, fornire manodopera per la costruzione delle linee ferroviarie, donare parte delle sue terre ai missionari perché innalzassero chiese e costruissero scuole per istruire il suo popolo.

L’EREDITÀ DI NWAUBANI OGOGO

Quando morì, lasciò decine di mogli (figlie offerte dai leader locali per ottenere il suo favore) e decine di figli e in fretta e ovunque venne celebrata «la sua abilità imprenditoriale, la sua forte leadership, l’immenso contributo alla società e il progresso del cristianesimo». Era così stimato che alla sua morte venne ucciso un leopardo e sei schiavi furono sepolti vivi con lui. Nel dicembre del 2017 la famiglia della giornalista venne invitata a celebrare in una chiesa di Okaiuga la memoria dell’antenato che aveva fornito protezione e scorte armate ai primi missionari della zona. «Gli Igbo non hanno la cultura di innalzare statue per i propri eroi, altrimenti oggi ce ne sarebbe una dedicata a lui da qualche parte nella regione Umuahia».

Foto Ansa