Il lavoro di non far capire i numeri del lavoro

Ecco i trucchetti che usano per spiegarci quello che vogliono. Almeno sulle statistiche speriamo che il prossimo governo sia più rispettoso e competente

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Nei giorni scorsi, in seguito alla diffusione del rapporto mensile dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, è scoppiata l’ennesima bagarre sui dati. Le assunzioni nel periodo gennaio-luglio 2016 si presenterebbero in calo del 10 per cento rispetto all’analogo periodo del 2015, un decremento riconducibile alla drastica diminuzione dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato (-33,7 per cento) e, dal momento che la dinamica dei contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti (introdotti dal Jobs Act e, soprattutto, cospicuamente incentivati dalla decontribuzione inscritta nelle leggi di stabilità) è stata quella che ha determinato il recupero occupazionale, vi è stato subito chi ha suonato la campana a morto per la ripresa del mercato del lavoro italiano. A tutto questo si è aggiunta la notizia che, parallelamente, le vendite dei voucher da 10 euro sono lievitate del 36,2 per cento. Apriti cielo! Cresce solo il lavoro precario! Un argomento così ghiotto che nemmeno Crozza è riuscito ad astenersi dalla crudelissima presa in giro.

Ma come stanno le cose? La risposta c’è, non è semplicissima da dare perché implica aspetti tecnici complessi – e richiede onestà intellettuale e indipendenza. Che ci piaccia o meno, l’occupazione, per lo meno nella prima metà del 2016, sta ancora crescendo. Cosa succederà domani si vedrà. Ma al secondo trimestre 2016, l’ultimo per il quale sono disponibili dati di fonte ufficiale “definitivi”, gli occupati, al netto dei fenomeni di stagionalità, risultano tuttora in aumento di 189 mila unità rispetto al primo trimestre 2016, se si considerano i dati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat (vedi tabella). Gli stessi dati possono consentire un primo bilancio del Jobs Act, al 30 giugno 2016. Confrontando la situazione rilevata nel quarto trimestre 2014 (i provvedimenti legislativi fanno infatti data dal 10 dicembre 2014 e la decontribuzione che ha innescato il boom delle assunzioni è partita dall’1 gennaio 2015) con quella registrata nel secondo trimestre 2016, si ha che in questo lasso di tempo, dove ha potuto materialmente esprimersi l’effetto della riforma e l’azione del governo, stando ai dati destagionalizzati Istat, gli occupati sono cresciuti di 428 mila unità, un incremento che sintetizza 330 mila dipendenti a tempo indeterminato in più (inquadrati in grandissima parte coi nuovi contratti a tutele crescenti), 110 mila dipendenti a determinato in più e 13 mila indipendenti in meno (più discrepanze statistiche). Ciò, nel medesimo lasso di tempo, ha comportato una diminuzione dei disoccupati di 302 mila unità, ma nel 2016 il numero dei disoccupati non mostra di voler scendere sotto la soglia dei 3 milioni di unità. Tirando le somme: c’è stato un recupero nel numero degli occupati alle dipendenze, dovuto più all’incentivo fiscale che alla ripresa dell’economia, ma siamo lontani dall’avere risolto il problema della disoccupazione.

Per questo motivo la ripresa, rilevata dall’Istat, non è mai bastata al governo e al ministro Poletti che hanno talvolta brandito i dati Inps sulle assunzioni e sulle cessazioni dei rapporti di lavoro come un bastone da agitare contro l’Istituto nazionale di statistica – troppo lento nel registrare i progressi occupazionali derivanti dalle riforme. La pressione esercitata in questo senso è stata costante: non è stata mitigata dall’infortunio sui dati clamorosamente sbagliati diffusi da Poletti nell’agosto 2015 e non si è allentata quando l’Istat ha rilevato un (effettivo) incremento degli occupati. Pressioni analoghe e indebite come quelle recenti, di Padoan, sui dati relativi al Pil.

È tutta propaganda
Questo uso propagandistico delle statistiche non arriva a grossolane contraffazioni ma consiste in giochetti con i numeri: il campionario di questo tira e molla statistico è tale che non bastano queste pagine per documentarlo. Qualche esempio. Quando si diffondono i dati mensili succede che se le variazioni congiunturali sono negative (ossia quelle rispetto al mese precedente) si pone invece enfasi sulle variazioni tendenziali eventualmente positive (ossia quelle rispetto al mese corrispondente dell’anno precedente): ma lo scopo dell’analisi congiunturale è proprio cercare di capire se oggi stiamo andando meglio o peggio di ieri, e in questo modo si edulcora la cattiva notizia. Pasticci analoghi coi dati destagionalizzati e i dati grezzi. C’è, infine, il trucchetto di scegliersi i riferimenti di confronto temporale più vantaggiosi. Ricordate il twitt di Renzi: «Fatti, non parole. Da febbraio 2014 a oggi, ISTAT certifica più 599MILA posti di lavoro. Sono storie, vite, persone. Questo è il #jobsact». Soltanto che il Jobs Act fa data dal dicembre 2014 e la sua efficacia non si è certo potuta esprimere in modo orwelliano e retroattivo sui primi undici mesi del 2014!

Per cui oggi, ironia della sorte, per onestà intellettuale e rigore scientifico, ci tocca difendere Poletti da se stesso, affermando in scienza e coscienza che la flessione delle assunzioni a luglio 2016 non significa ancora la fine della ripresa: se le assunzioni, pur diminuite, risultassero superiori alle cessazioni, al netto dei fenomeni di stagionalità, gli occupati dipendenti potrebbero continuare a crescere. Così come non è vero che il recupero che c’è stato negli occupati dipenda solamente dall’incremento dei voucher – incremento che è pur socialmente preoccupante in frequenti casi: fra i 330 mila dipendenti a tempo indeterminato in più non ci sono certo le persone che lavorano coi voucher. Infine, se Crozza ce lo consente, non è Poletti ma la definizione standardizzata dall’International Labour Organization, adottata dagli istituti statistici di tutti i paesi del mondo, che considera occupato chi ha più di 15 anni e ha svolto almeno un’ora di attività che prevede una paga. C’è però da sperare che un altro governo, in un prossimo futuro, possa essere più rispettoso della competenza tecnica e scientifica. Se non chiediamo troppo.