Il granello nell’ingranaggio del lockdown

Siamo ricascati nella stessa situazione di marzo e aprile ricominciando a “distrarci” per non fare i conti con il punto infiammato della vicenda

Negozi chiusi a Milano durante il lockdown per l'emergenza coronavirus

Mi sembra che ci siamo ricascati. Non sto parlando solo delle terapie intensive piene, il lockdown, i bollettini sui giornali con la conta dei morti, le liti in tv tra virologi e tutto il resto. Sto parlando di questo, ma non solo di questo. A me sembra che siamo ricascati nella stessa situazione di marzo e aprile soprattutto per il fatto che abbiamo ricominciato a “distrarci” per non fare i conti con il punto infiammato della vicenda.

La disarmante precisione della verità

L’altro giorno sulla Stampa Mattia Feltri ha scritto un editorialino come al solito intelligente e arguto in cui, come tutti, si diceva spaesato da questa ridda di opinioni contrapposte tra esperti finché, «finalmente, uno scienziato non mi ha fatto sobbalzare. Le sue parole mi sembrano centrare la faccenda con la disarmante precisione della verità». Si tratta di Martin Blachier, epidemiologo francese, che in buona sostanza ha detto: «Non capiamo come sia potuto succedere».

Commenta Feltri:

«Non c’è altro da sapere, se non che non sappiamo altro. Il virus viaggia ancora nell’ignoto e si burla dei bravi scienziati come dei pessimi, e dei migliori governi come dei peggiori. E sapete una cosa? Non è colpa di nessuno».

In un momento come questo, è chiaro che la cosa più semplice e istintiva sia cercare il colpevole. Esistono delle responsabilità, certo: se per mesi perdi tempo e ti fai trovare impreparato dal punto di vista sanitario, è giusto che ne rispondi. Se la tua risposta alla crisi è distribuire sussidi a pioggia, è logico che ti becchi le critiche. Se l’unica idea che ti è venuta dopo la prima ondata è riproporre il lockdown, bè, amico, fatti da parte e fai posto ad altri. Ma lasciatevelo dire da noi, che di questo governo pensiamo tutto il peggio possibile: qui si va a tentoni e la ricerca del capro espiatorio serve poco. Qui sta il problema: se non è colpa di nessuno, con chi ce la prendiamo?

Fragile, limitato, incerto

E dunque la nostra sensazione è che si sia tornati da capo soprattutto perché, come era accaduto in primavera, anche in questa stagione autunnale abbiamo ricominciato a distrarci – e i media, su questo, hanno una gran parte di responsabilità – rispetto al dato più macroscopico di questo killer microscopico: siamo esseri limitati.

Lo ha detto con grande lucidità il filosofo e scrittore Roger-Pol Droit in un’intervista al Foglio:

«Mi sembra certo che questa pandemia ci pone di fronte alla questione della nostra finitudine, dei limiti della nostra conoscenza e dei nostri poteri, del nostro rapporto con la vulnerabilità e la morte».

«La pandemia ci pone prima di fronte alla questione filosofica dei limiti: i limiti della nostra conoscenza, delle nostre previsioni, delle nostre possibilità di azione, della nostra resistenza biologica, delle nostre differenze genetiche. Tutti i tipi di limiti che tendevamo a dimenticare o a cancellare e che ci vengono ricordati ora, con conseguenze che dobbiamo rielaborare».

Roger-Pol Droit riprende Montaigne e cita Pascal per dire che la nostra vita «è veramente umana solo se siamo consapevoli del suo carattere fragile, limitato, incerto» e che questa è la nostra condizione esistenziale, sebbene noi tentiamo di non pensarci «preferendo una corsa perpetua a capofitto, di intrattenimento in intrattenimento».

Ecco, appunto, la distrazione. Che esiste non solo in tempi tranquilli, ma può prenderci anche durante una pandemia quando tutto, al contrario, dovrebbe renderci consapevoli della nostra natura.

Dunque che fare? Dice ancora il filosofo francese:

«Dobbiamo imparare a sopportare l’incertezza e la paura, senza esserne paralizzati. Né stupidamente fiduciosi né stupidamente sospettosi, dobbiamo vivere il “mondo con” e affrontarlo. Si tratta di continuare ad avere fiducia, senza illusioni». In cosa? «Nella ricerca scientifica, nella politica e, in definitiva, nell’umanità, la vecchia spazzatura che ora è terribilmente criticata. Se ci riusciremo, avremo avuto una grande esperienza filosofica».

Stanchi di parlarne

Analisi perfetta fino alla frase sull’avere fiducia nella «ricerca scientifica, nella politica e nell’umanità»; non è – chiedo – esattamente ciò che ci ha portato a questo punto e che ci siamo resi conto non essere sufficiente? Fare questo titanico sforzo di resistenza per avere «una grande esperienza filosofica»? Un po’ poco. Che te ne fai della «grande esperienza filosofica» davanti ai camion militari che passano per le vie di Bergamo?

Questa distrazione rispetto alle “cose ultime”, mi fa notare un amico, era quello che il grande teologo Hans Urs von Balthasar denunciava in Escatologia del nostro tempo (1955):

«L’uomo moderno non rifiuta i singoli risultati di pensiero o i singoli sistemi della religione e della cultura che davano alla vita un senso partendo dall’aldilà; si è stancato di parlarne»

Eppure, sebbene ci sia questa stanchezza, da questa condizione non si può scappare. Come disse il cardinale Ruini nell’intervista al Tg2, «il cristiano sa che la morte non ha l’ultima parola. Bisogna pur dirlo questo». E questa parola, lo diciamo quasi con un prudente bisbiglio, deve riguardare qualcosa che è più forte della morte, altrimenti si riprecipita nel labirinto di Dedalo delle nostre insicurezze. Altrimenti non ci resta che un ansioso nomadismo esistenziale o la rabbia che ci lascia sempre insoddisfatti e smarriti. Si rischia di finire nella «paranoia», come ha detto il vescovo Camisasca, cercando certezze in qualcosa che non può fornircene.

Autenticamente umani

Sin da quando siamo precipitati nella pandemia abbiamo scritto che di fronte al nanokiller l’atteggiamento giusto da avere non è la pretesa, ma la ricerca della risposta alla vita e del suo senso. Da questo punto di vista, uno degli articoli più significativi che abbiamo pubblicato è la lettera che Elisabetta Veronese, un’infermiera, ha scritto ai ragazzi della scuola frequentata dal figlio: «Contro il virus che lascia soli, abbiate il coraggio della relazione». Una lettera ricca di umanità, che conteneva questo passaggio:

«Di me i pazienti non vedono che gli occhi, dietro la visiera, e mi chiedo se possano bastare per trasmettere quell’umanità che profuma di speranza.
Io ho una fede piccola, non sono capace di grandi discorsi teologici, cerco di lasciarmi interrogare da ciò che l’incontro con l’altro mi rivela del volto di Dio ed in questo momento storico, segnato da tanti interrogativi drammatici, sono convinta di vivere un tempo di grazia, tempo in cui mi è concesso di incontrare l’uomo là dove egli è. E per me quell’incontro è tutto!
Io sarei contenta di avere anche solo un granello di fedeltà in Cristo, nella certezza che a questa vita seguirà la Gloria in lui. Ma è difficile.
Per ora lavoro, faccio come meglio posso e non smetto di guardare i “miei” malati con occhi buoni: tutti ne hanno bisogno e tutti devono poter pensare che valgono ben più della paura di ammalarmi».

Le parole dell’infermiera sono la perfetta illustrazione di ciò che scriveva Vaclav Havel: «Il senso della vita non è un punto alla fine della vita, ma l’inizio di un’esperienza più profonda della vita. Essere perennemente in contatto con questo mistero ci rende infine autenticamente umani». Ecco ciò che serve: non una «grande esperienza filosofica», ma una grande esperienza di vita, cioè di fede. Ne basta poca per scardinare l’ingranaggio esistenziale in cui siamo precipitati. Ne basta un granello, per spostare le montagne della nostra distrazione.

Foto Ansa