«Contro il virus che lascia soli, abbiate il coraggio della relazione»

«Di me i pazienti non vedono che gli occhi e mi chiedo se possano bastare per trasmettere quell’umanità che profuma di speranza». Lettera di un’infermiera

Il liceo don Gnocchi di Carate Brianza ha proposto a studenti e famiglie di scrivere un “Diario dei giorni difficili”. Qui di seguito proponiamo la lettera che Elisabetta Veronese, infermiera e madre di un alunno, ha inviato alla scuola. 

All’inizio del mese, a voci ancora non così diffuse di emergenza sanitaria, ho dato disponibilità alla mia azienda sanitaria per essere inserita dove le necessità chiedevano. Ho lasciato così il mio tranquillo servizio ambulatoriale per andare, come infermiera, nell’unità di crisi polmonare da coronavirus, cioè il primo reparto del mio ospedale convertito in un reparto Covid a supporto del pronto soccorso e della terapia intensiva; ora se ne contano almeno una decina.

Turni, orari, tempi ed abitudini sono stati stravolti nel giro di qualche ora, per me e per la mia famiglia.

Approdo in una realtà sconosciuta, incontro nuovi colleghi e nuovi medici; qualche ora di ambientamento e poi si agisce: dove serve, come serve, a chi serve. I pazienti giungono numerosi, ogni giorno aumentano, col tempo risultano praticamente tutti positivi. Chi non precipita dal punto di vista respiratorio ha tempo per rimanere sbigottito davanti alla diagnosi: polmonite da coronavirus. All’inizio pongono tutti la stessa domanda: “Com’è possibile? Non conosco nessuno che l’abbia”. Bastano pochi giorni ed i pazienti affermano che il parente è risultato positivo, il conoscente è già stato in ospedale, il vicino non stava bene: il virus si diffonde.

Cambia vorticosamente l’epidemiologia della malattia, ma non lo sconcerto negli occhi delle persone, misto a paura. Molti arrivano e piangono al pensiero di chi è rimasto a casa. Diversi sono preoccupati per il lavoro, non hanno coraggio di avvisare il datore di lavoro che sarà costretto a tenere i colleghi in quarantena, e chiedono ai medici di fare la telefonata.
Giungono soli, hanno dato un veloce saluto ai propri cari prima di salire sull’ambulanza; per qualcuno quel saluto è un arrivederci, non si sa a quando, per altri è un addio.

La prima sconcertante domanda che si fa largo nella mia mente è questa: si può salutare una vita sull’uscio di casa? Può quell’ultimo saluto, così fatto, esaurire tutto quello che abbiamo provato l’un verso l’altro? Raccomandarti di vivere bene le tue prossime occasioni? Chiederti scusa? Farti sentire che sei stato tutto per me? Può?

Arrivano i primi decessi, l’ospedale restituisce i corpi di chi non ce la fa già chiusi nelle bare: una preghiera, un veloce commiato, pochi presenti, meglio se nessuno.
Arrivano sempre più numerose le telefonate di figli che cercano i padri, mogli che cercano i mariti, fratelli che cercano le sorelle. Li hanno salutati ma non hanno più notizie, non sanno dove siano ricoverati, il cellulare non prende o è spento o nessuno risponde.

Ero pronta ad accompagnare una persona e la sua famiglia nella paura della malattia, nel dolore, nella sofferenza del fiato che non viene, del respiro che manca; anche pronta a sentire la morte, a vederle stringere la mano e portar via pian piano una creatura, ma non sono pronta a questa solitudine, a questo completo abbandono della persona a se stessa, a questa impossibilità di ricostruire gli affetti, di abbracciare, dare coraggio, sentirmi vicina, trovare parole adatte.

Questa assenza di legami è disorientante! Questo vuoto a cui ognuno è destinato, anche di fronte ad una buona prognosi, è un limite difficile da accettare, comprendere e vivere, per i malati e per me infermiera.
Pur nella restrizione dei gesti e della vicinanza, all’accoglienza del malato mi soffermo sui particolari della storia di chi arriva: “Con chi vive? Chi l’ha accompagnata? E poi, cos’è successo? Dov’è suo figlio? Come si chiamano i nipoti? Dove abita? Di solito cosa le piace fare? Ha il cellulare per parlare con i suoi famigliari?”. Domande che non hanno nessuna importanza clinica ma sono indispensabili per creare quel legame, seppur flebile, utile a farmi dire che lui per me è qualcuno: pezzi di vita che aiutano a non mandare in pezzi una vita, a non arrendersi alla devastante sensazione della solitudine.

Ogni volta che arriva qualcuno voglio trovare il coraggio di accoglierlo senza fretta perché non so quale peso avrà quell’accoglienza; potrebbe essere l’ultimo gesto di umanità di cui lui ha ricordo. Lì sta il senso di tutta la fatica e oggi più che mai capisco che qualsiasi uomo, giovane o anziano, lucido o disorientato, onesto o furbo, benestante o senza tetto, colto o ignorante, davanti all’incertezza della vita, più che di risposte certe, possedimenti, cultura e scienza ha bisogno di umanità e accoglienza: magari precarie, rubate da sotto i guanti e la mascherina, ma pur sempre di un gesto umano ed accogliente.

Chi piangerebbe mai al pensiero dei propri cari davanti ad una perfetta sconosciuta? Eppure lo fanno quasi tutti, non per ottenere un favore, ma perché il desiderio e la necessità di relazione, spesso sopiti da altre vane priorità, emergono in tutta la loro umana bellezza.
E davanti a così tanta bellezza non riesco a non pensare che siamo tutti figli Suoi e per me ciascuno è dono.

Tra le mie mani (e nostre, degli operatori sanitari), non passa una malattia, non passa una polmonite, non passa una diagnosi e nemmeno una cura: passa un’esistenza intera che deve trovare un punto di equilibrio in un tempo incerto, instabile, insicuro, a volte breve.

Un giorno, una dottoressa, dal forte e simpatico accento toscano, disse ad una giovane paziente, piangente per i figli piccoli lasciati a casa: «O signora, lei non mi si deve impanicare, se mi si impanica per noi l’è un bel casino e non si capisce più nulla», questo per dare idea di quanto l’equilibro emotivo in ciò che si vive ha un importante risvolto sull’andamento della malattia.

Di me i pazienti non vedono che gli occhi, dietro la visiera, e mi chiedo se possano bastare per trasmettere quell’umanità che profuma di speranza.
Io ho una fede piccola, non sono capace di grandi discorsi teologici, cerco di lasciarmi interrogare da ciò che l’incontro con l’altro mi rivela del volto di Dio ed in questo momento storico, segnato da tanti interrogativi drammatici, sono convinta di vivere un tempo di grazia, tempo in cui mi è concesso di incontrare l’uomo là dove egli è. E per me quell’incontro è tutto!
Io sarei contenta di avere anche solo un granello di fedeltà in Cristo, nella certezza che a questa vita seguirà la Gloria in lui. Ma è difficile.
Per ora lavoro, faccio come meglio posso e non smetto di guardare i “miei” malati con occhi buoni: tutti ne hanno bisogno e tutti devono poter pensare che valgono ben più della paura di ammalarmi.

Anche i ragazzi vivono un tempo di grazia, è il tempo dell’attesa sapiente, in cui ogni talento deve essere speso.

Siete figli di una scuola, la vostra, il don Gnocchi, che pone “l’essere” prima del “sapere”, allora siate costruttori del tempo, non buttatelo in riempimenti vuoti ed inutili.

Avete tutti frequentato le scuole elementari e medie: contattate le vostre maestre ed i vostri professori, avranno un lungo elenco di bambini che rischiano di perdersi per difficoltà linguistiche, economiche e sociali, bambini che potrebbero facilmente non ritrovare il filo della conoscenza ed avere vuoti da colmare con l’impossibilità di farlo. Siate prossimi a queste situazioni, siate occasione di crescita, occasione di amicizia; basterà poco del vostro tempo ed i supporti tecnologici, anche il solo telefonino, vengono in vostro aiuto. Abbiate il coraggio della relazione!

Date una mano concreta a diffondere cultura e conoscenza perché quando tutto tornerà alla normalità, dovremo ben ricordarci di usare il cervello, ed usarlo bene.

Cordialmente.

Elisabetta Veronese

Foto Ansa