«L’identità russa descritta da Dostoevskij? Non esiste più, il comunismo l’ha cancellata»

Intervista allo storico e politologo russo Andrej Zubov. Dal comunismo, al cristianesimo all’omosessualità: «I russi la accettano ma sono contrari alla propaganda omosessuale»

«L’identità del popolo russo, quella descritta da Tolstoj e Dostoevskij, quella evocata dalla musica di Ciaikovskij, non esiste più: è stata distrutta. All’estero non riuscite bene a capire bene che cosa significano 70 anni di comunismo». Inizia così la sua analisi Andrej Zubov, storico, politologo e docente di Storia delle Religioni all’Università Mgimo di Mosca. Tempi.it ha incontrato il professore a Milano per parlare della situazione odierna della Russia e del suo popolo, in occasione del convegno internazionale organizzato da Russia Cristiana dal titolo “Identità, alterità, universalità”, che si è tenuto a Milano dal 5 all’8 ottobre e proseguirà a Mosca dall’8 all’11 novembre.

Professore, dell’animo russo descritto da Dostoevskij non è sopravvissuto niente?
Purtroppo Puškin e Dostoevsky rappresentano per noi oggi quello che per voi rappresentano Orazio e Virgilio. Il nostro primo problema oggi è come recuperare quell’identità perduta e se è possibile.

Crede che sia morta per sempre?
No. Oggi ci sono segnali di una ripresa di vita del popolo russo, anche se ancora non sappiamo fino in fondo che influenza avranno i regimi totalitari del XX secolo. Solženicyn diceva 25 anni fa che ristabilire un legame con il nostro passato dopo il comunismo sarebbe stato facile. Ma si sbagliava, neanche lui aveva capito quanto è difficile questo compito perché nessuno si rendeva conto di quanto questi regimi fossero in grado di annullare la persona stessa. Ce ne accorgiamo solo adesso. E lo stesso problema hanno i cinesi, i cambogiani o i nordcoreani.

Vladimir Putin ha detto di recente che «la gente perderà la propria dignità umana senza i valori del cristianesimo» e che questi sono fondamentali per la Russia. Cosa ne pensa?
Quando i leader comunisti o con un retaggio comunista usano la parola religione, non per forza parlano di quello che il popolo definisce con la parola religione. I comunisti, infatti, non conoscono il valore delle parole che pronunciano e anche se dicono delle cose non è detto che poi le facciano. Detto questo, il cristianesimo ortodosso sarà sicuramente molto importante per la ricostruzione della persona russa anche se c’è un problema.

Quale?
La gente non sa più cos’è il cristianesimo perché ha una mente ancora troppo travisata. La tradizione spirituale russa è scomparsa. Anche in Italia ci si allontana dalla Chiesa, ma la tradizione rimane. Invece in Russia c’è stata una rottura totale, la gente non sa più cos’è il battesimo, non conosce il valore dei sacramenti, qualche gesto viene ancora seguito magari ma nessuno ne conosce più il significato. E la tragedia è che dopo gli anni del comunismo neanche i nonni sanno più spiegare il significato di queste cose ai nipoti. Certo ci sono i libri, ma non bastano. Ci vuole una vita.

All’estero oggi si parla di Russia soprattutto per due motivi: la Siria, argomento che ha già trattato (qui), e le leggi sull’omosessualità.
La gente in Russia è contro la propaganda omosessuale, specialmente tra i giovani. I russi non pensano che l’omosessualità sia un buon esempio di vita, però la accettano come scelta personale. È come per la droga: tutti sanno che è sbagliato drogarsi ma poi ognuno ha la sua vita e fa ciò che vuole. Ma se qualcuno si mettesse a propagandare la droga a scuola? Tutti sarebbero contrari. Lo stesso vale per l’omosessualità. Il popolo russo in generale è contrario alla propaganda gay e tutti i politici sanno che se la appoggiassero, non verrebbero più eletti.

Perché l’affluenza alle ultime elezioni comunali di Mosca è stata così bassa (32%)?
È un problema che deriva da un retaggio sovietico. Le elezioni allora c’erano ma non avevano senso perché c’era solo una persona da votare. Quindi la gente le vedeva come un qualcosa utile solo a consolidare il potere dei gerarchi e non a scegliere davvero. Anche adesso la gente pensa così, a parte i giovani, che sono più attivi.

Come procedono le relazioni tra cattolici e ortodossi?
Le relazioni formali vanno sicuramente bene: ci si parla e credo anche che il Papa e il Patriarca si incontreranno presto, magari in campo neutro, né a Mosca né a Roma. Gli ortodossi e i sacerdoti comuni che hanno relazioni dirette con dei cattolici sono contenti della Chiesa cattolica, fanno amicizia e restano in ottimi rapporti. Ma la gente, la maggioranza dei credenti russi, non conosce direttamente i cattolici e quindi pensano ancora quello che gli hanno fatto credere durante il comunismo, quando è stata legittimata la Chiesa ortodossa contro quella cattolica. Stalin ha fatto in modo di controllare gli ortodossi per combattere i cattolici, che erano troppo indipendenti. Solo l’esperienza personale può cambiare questo pregiudizio.

Da cosa si riparte allora per ricostruire l’identità russa?
La via più facile sarebbe tornare al passato, ma quella strada è stata sbarrata per sempre. L’uomo in una società totalitaria perde la sua capacità di rapportarsi, come un uomo che passa tanti anni in prigione e poi esce. Il nostro popolo è stato in prigione per 70 anni, periodo in cui chiunque poteva essere giustiziato senza motivo ogni giorno. Quello che possiamo fare è riscoprire una basilare dimensione umana, magari attraverso viaggi all’estero, vedendo che un altro modo di rapportarsi è possibile. Riscoprendo la nostra dimensione umana, e liberi dalla mentalità sovietica, potremo anche recuperare e rinnovare la nostra identità russa.