I terroristi non sono pazzi. I pazzi non sono terroristi

Non la malattia mentale ma “il fanatismo di matrice religiosa conduce alcuni, pochi, a commettere azioni di un’atrocità inaudita”. Intervista al grande psichiatra Eugenio Borgna

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Eugenio Borgna, psichiatra piemontese, non ha bisogno di presentazioni. La sua generosa produzione saggistica lo ha fatto conoscere a un vasto pubblico, che apprezza da sempre il suo approccio umanistico e spirituale alla malattia mentale, che non rinuncia al rigore scientifico e a quello della pratica clinica. Anche quest’anno ha pubblicato una preziosa riflessione dalla cui lettura tanti trarrebbero profitto: Responsabilità e speranza (Feltrinelli). Lo abbiamo intervistato sul controverso tema del rapporto fra malattia psichica e stragi di natura terroristica.

Professor Borgna, alcuni recenti attacchi terroristici sul suolo europeo hanno fatto apparire sui media commenti su un asserito rapporto fra malattia mentale e terrorismo jihadista. Lei pensa che il fenomeno al quale assistiamo è quello di pazzi che scelgono il suicidio-omicidio e lo giustificano nei termini di una narrazione politico-religiosa? Si può dire che oggi la follia sfocia spesso nel terrorismo di marca jihadista?
Cos’è che induce a considerare queste persone come folli? Chi ha detto che sono folli? La follia ha un certo modo di esprimersi che non è certamente quello di un’organizzazione così complessa, così razionale, così organica come quella che sta dietro agli attentati. Che un’organizzazione terroristica si possa anche servire di persone deboli di mente, incapaci di essere autonome, indipendenti nel loro giudizio e nelle loro azioni, questo può succedere. Ma chi uccide come hanno fatto gli assassini di padre Jacques in Francia lo fa come conseguenza di un fanatismo che si nutre di un’interpretazione degenerata della fede religiosa. Non si può parlare in alcun modo di una follia che pensi, che organizzi e che realizzi azioni di questa incredibile violenza destrutturata. Quest’ultima nasce sulla scia di moventi che non sono quelli che vivono all’interno della follia.

Ma la follia è sempre e solo individuale o può essere anche collettiva? Può essere una chiave di lettura di certi fenomeni politici contemporanei? Si è parlato di follia a proposito del nazismo, si parla di follia assassina riguardo all’Isis. È corretto?
Che la follia sia un fatto essenzialmente individuale, personale, è difficilmente contestabile, anche se ci possono essere senza dubbio fenomeni di contagio collettivo, che possono in qualche modo trascinare persone influenzabili a comportamenti che da sole non realizzerebbero, che da sole non sarebbero capaci di pensare e poi realizzare. La pazzia è fenomeno individuale, che però può essere la causa di fenomeni analoghi di suggestione, di ipnosi, che investono aree socialmente omogenee e che producono comportamenti che oltrepassano il dato semplicemente individuale per diventare un fatto sociale.

L’omicida di Nizza è stato diagnosticato depresso.
Se è per questo, il 40 per cento delle persone nel corso della vita attraversa fasi di depressione.

E non diventano tutti dei paranoici assassini.
Sì, non diventano assassini. Che la paranoia sia una di quelle forme di malattia psichica che può condurre anche ad azioni terribili, questo è vero. Ma nasce comunque sulla base di un’alterazione psichica estremamente infrequente prodotto di esperienze personali e fattori endogeni, legati alla personalità. Sono casi assai rari. In psichiatria il termine paranoia rappresenta una vecchia definizione ormai superata, ma la sua genesi è stata descritta molto bene dallo scrittore Heinrich von Kleist in uno dei suoi racconti più sconvolgenti ma anche più belli dal punto di vista umano e psicologico: si chiama Michael Kholhaas ed è centrata su di una persona che a causa delle continue umiliazioni, delle continue frustrazioni nel corso di anni diventa violento in modo paranoico. La paranoia infatti costituisce una forma di sofferenza psichica che non scoppia improvvisamente, ma che si viene creando lentamente sulla scia di umiliazioni e ingiustizie a cui si vada soggetti. L’applicazione della categoria di paranoia a una singola persona che commetta delitti così inauditi, può essere legittima. Ma che coloro i quali sono i fondatori o le guide di questa visione del mondo, religiosa seppure in forma degenerata, siano dei malati mentali, questo no, non è ammissibile. Troppo comodo utilizzare parole come malattia psichica e follia per rendere comprensibile un male così ossessivo, così violento alla stregua di quello compiuto ad Auschwitz. Probabilmente anche i nazisti erano depressi, ma quello che hanno fatto non lo hanno fatto in quanto sofferenti di problemi psichici che in qualche modo abbiano a scusarli, a discolparli. Eichmann per esempio, come Hannah Arendt ha dimostrato, era una persona apparentemente normale ma divorata da una di queste forme di fanatismo. Questa semmai è la diagnosi più esatta e rigorosa di quello che accade: il fanatismo di matrice religiosa conduce alcuni, pochi, a commettere azioni di un’atrocità inaudita.

Mi pare insomma che lei dica che si tira in ballo la follia degli assassini perché si ha paura di guardare la verità in faccia, perché è più comodo attribuire il male ai pazzi che alla normalità di persone simili a noi.
Sì, io penso questo, che è il contrario della tesi da cui siamo partiti. Non abbiamo il coraggio di guardare di fronte a una normalità psichica – che potrebbe essere anche la nostra – portata a commettere azioni di una violenza tale che la follia, che è epifania, emblema della fragilità, non riuscirebbe mai a pensare, a concepire, e tanto meno a realizzare. Un conto sono l’assassinio, l’infanticidio, il femminicidio, e chiedo scusa per la parola orribile, che possono avvenire sulla base di un acting out, di impulsi che sfuggono al controllo della ragione, sia perché è debole e malata, sia a causa di un contagio psichico molto forte. Il diluvio di immagini che ritraggono la donna come oggetto finisce col diffondere la tentazione o l’impulsività omicida. Ma un gesto così inaccettabile come quello di uccidere un sacerdote anziano non si può spiegarlo se non sulla base di una fanatismo religioso che considera gli altri come infedeli o come traditori. Un fanatismo che oltrepassa ogni confine, per cui tutta la vita è incentrata su quell’obiettivo: uccidere l’infedele. È quello che vogliono i teorici di questa tragica avventura umana, che è confrontabile, non per la quantità ma per la sua natura, con Auschwitz.

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