I pochi padri e i troppi esperti

Se i padri si iscrivono ai “Daddy Camp” per imparare dagli esperti come “femminilizzarsi” ed essere più teneri con i figli

the-road-mccarthy

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Lo chiamano Fattore P o, all’inglese, F-F (Father Factor), l’indice che misura la nuova consapevolezza che i padri hanno dei propri figli. Dicono libri e ricerche di recente uscita che gli uomini, turbati da statistiche che li dipingono coinvolti con i loro pargoli solo per un’ora e 24 minuti al giorno, hanno abbandonato le posture autoritarie del passato per “femminilizzarsi”, diventare più teneri, frequentare i Daddy Camp (sì, esistono veramente) dove imparare a giocare con i bambini.

Aveva proprio ragione Fabrice Hadjadj quando scriveva della progressiva sostituzione del padre con la figura dell’esperto. Se è solo una questione di tenerezza e tempo da dedicare ai più piccoli, allora non è meglio un orfanotrofio di gente ben qualificata piuttosto che un padre inadeguato e semiassente?

Invece, siccome è una questione di comunicazione del senso dell’esistenza, il padre è unico e insostituibile. Solo lui, infatti, «per il semplice fatto che ha trasmesso la vita, riceve un’autorità senza competenza, e ciò è molto meglio di qualunque competenza professionale. Perché il padre è anzitutto là per manifestare al bambino il fatto che esistere è cosa buona, mentre gli esperti sono là per mostrare che è cosa buona riuscire».

E infatti basta guardarsi intorno per vedere tanti figli soli, che sanno tutto, tranne l’essenziale. Cioè che ogni padre è carente, incompleto, sbagliato, bacato, guasto. Eppure è padre, cioè figlio come lui. Eppure è padre, cioè figlio di un Padre più grande.