I lombardi non vogliono suicidarsi perché sono “ignoranti”

Quasi nessuno fa il biotestamento, dice un’indagine Vidas. A un anno dall’approvazione delle Dat, in pochi sanno cosa siano. Ma si fidano più di Chiesa, medici e no profit

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“Biotestamento sconosciuto a 7 italiani su 10”. Il 10 dicembre il Sole 24 ore ha anticipato così i risultati di una indagine sulle percezioni relative al testamento biologico che viene presentata oggi a Milano presso la Casa dei Diritti. Commissionata a Focus Mgmt da Vidas, associazione che si occupa di erogare assistenza completa e gratuita a 180 malati terminali, la ricerca si occupa (o per meglio dire si preoccupa) di cosa hanno capito gli italiani a un anno dall’approvazione della legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat). Ebbene, stando a Vidas stiamo vivendo una fase di rodaggio, caratterizzata da dubbi legittimi e scarsa conoscenza, «è però positivo – spiega Giorgio Trojsi, direttore generale di Vidas – che il 3 per cento dei lombardi abbia già depositato un biotestamento e che il 64 per cento sia propenso a redarlo». Positivo? Secondo la ricerca, condotta su un campione di 400 lombardi (divisi tra un 52 per cento di convinti, 31 per cento di scettici, 17 per cento di contrari), solo il 28 per cento dei cittadini dichiara di conoscere bene la legge, solo 3 persone su 10 hanno pensato al proprio fine vita, e benché mediamente favorevoli al biotestamento (70 per cento), la maggioranza dei cittadini tema che possa essere lo step iniziale per introdurre l’eutanasia (63 per cento). 

NON CONTANO I MASS MEDIA, MA LE RELAZIONI E LA FEDE (MADDAI?)

Ad alimentare questa ignoranza sui contenuti della legge approvata il 14 dicembre 2017 ed entrata in vigore il 31 gennaio scorso, spiega il quotidiano, sono spesso gli stessi Comuni dove è possibile registrare le proprie Dat, incapaci di fornire informazioni adeguate; articoli di giornale o casi emblematici poi «fanno riflettere ma è una scelta che incute timore – spiega Emanuele Acconciamessa, ceo di Focus Mgmt – e in cui i mass media possono attivare l’interesse ma per le decisioni contano soprattutto le relazioni e i contatti personali». Infatti, scrive il Sole, «parte dei cattolici italiani considera la legge contraria ai princìpi della propria fede e ritiene che la decisione sulla propria morte sia in conflitto con il volere di Dio». Una situazione che favorirebbe la «sovrapposizione con l’altro delicatissimo tema dell’eutanasia, ossia la morte volontaria di malati terminali o cronici in presenza o con l’assistenza di un medico (eutanasia attiva)».

MEDICI E GIURISTI CONTRO LE DAT. IGNORANTI ANCHE LORO?

Quello che non si capisce è in che modo una conoscenza che passasse il test del biotestamentometro potrebbe cambiare le percentuali della ricerca. Perché preoccuparsi se gli italiani non contribuiscono al successo di una legge contro cui hanno espresso perplessità presidi di facoltà come quella di Medicina della Sapienza, Tor Vergata, Gemelli e Campus Biomedico, dal presidente dell’Ordine dei medici di Roma, da responsabili di nuclei specializzati come il Don Orione di Bergamoda professionisti del calibro di Alberto Zangrillo («non ho mai conosciuto un malato autodeterminato a sospendere le cure»), o Sylvie Menard («quando ero sana, guardando le persone soffrire, anche io dicevo che non sarei mai voluta finire così. Poi ho incontrato la malattia, e mi è cambiata la prospettiva. La morte diventa reale e realizzi che hai una gran voglia di vivere, che vuoi continuare a lottare anche nella condizione più sfavorevole») e da centinaia di giuristi? Ignoranti anche loro? 

«I CITTADINI TEMONO CHE LE DAT APRANO ALL’EUTANASIA». AH SÌ?

Perché preoccuparsi se solo 3 persone su 10 hanno pensato al proprio fine vita, o giudicare come positiva la propensione a registrare un giorno le Dat, che rappresentano il riconoscimento del diritto al suicidio e nulla hanno a che vedere con il consenso informato e la libertà di non essere curati (già tutelata dall’articolo 32 della Costituzione)? Perché considerare una sovrapposizione quella tra Dat ed eutanasia quando la disciplina per i minori realizza di fatto una eutanasia di non consenziente (in questi casi infatti colui che decide non è il paziente), come è già accaduto in Belgio e Olanda, e quando la sospensione di idratazione e nutrizione, qualificati come trattamenti sanitari, porta inevitabilmente alla morte per fame e per sete? 

LA FIDUCIA IN ONLUS, CHIESA E MEDICI. NON NEGLI SLOGAN

Ancora: stando alla ricerca, l’82 per cento delle persone è venuto a sapere delle Dat attraverso la televisione, spesso colpite da storie e casi famosi, ma i soggetti considerati più affidabili in materia sono associazioni non profit e la Chiesa cattolica, seguite dagli operatori sanitari. Non la politica: partiti di destra e sinistra non sono considerati punti di riferimento. In altre parole, numeri alla mano, le persone si fidano delle persone, di chi si occupa concretamente dei loro bisogni, della loro fede e della loro salute, non degli slogan. E solo il 3 per cento ha depositato un biotestamento.
Perché un cattolico dovrebbe sacrificare a disposizioni statali i princìpi della sua fede? Perché per un laico la prospettiva di
 firmare un testamento a 30-40 anni (e non potere cambiare idea se un principio di demenza senile o di alzheimer gli toglierà la capacità di intendere e di volere e il medico dovrà obbedire a quello che aveva scritto), di non essere curato fino alla fine, di costringere i medici ad abbandonarlo, di levarlo di mezzo dalla vita, da figli e genitori, preferendo la morte certa al decorso di una malattia, dovrebbe essere così attraente da fiondarlo subito in Comune a registrare le Dat? E soprattutto, il valore della nostra conoscenza sul biotestamento dovrebbe essere frutto di una educazione programmata e attestata da chi? 

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