Hong Kong. «Ricordare le vittime di Tienanmen non è un crimine»

I più importanti attivisti democratici della città a processo per aver commemorato gli studenti massacrati dal regime: «Ormai siamo come loro»

Ha riaperto ieri a Hong Kong il Museo del 4 giugno, l’unico luogo in tutta la Cina dove si può ancora conoscere la verità sul massacro degli studenti per mano del regime comunista cinese avvenuto il 4 giugno 1989 in piazza Tienanmen. Il museo, realizzato dall’Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti patriottici e democratici in Cina, è rimasto chiuso per due mesi a causa della pandemia di coronavirus. Nessuno sa però per quanto potrà restare aperto, dopo l’imposizione alla città l’1 luglio scorso da parte di Pechino della legge sulla sicurezza nazionale. Ogni riferimento al massacro è vietato nella Cina continentale e la nuova legislazione identifica come tentata sovversione ogni critica al Partito comunista. Esponendo cimeli e testimonianze sul massacro ordinato da Pechino ed eseguito dall’Esercito di liberazione del popolo, il museo potrebbe presto essere considerato fuorilegge.

«UN REGIME SPIETATO NON PUÒ FUGGIRE DAL REATO DI MASSACRO»

Quest’anno per la prima volta la veglia di commemorazione del massacro, che si è svolta regolarmente per 30 anni, è stata proibita a Hong Kong per ragioni ufficialmente legate al coronavirus. Decine di migliaia di persone hanno violato il divieto a giugno per ricordare il coraggio degli studenti e 26 di loro sono state accusate formalmente di aver partecipato e di aver istigato altre persone a partecipare a una riunione illegale. Tra coloro che rischiano fino a cinque anni di carcere, ci sono molti leader del movimento democratico come Lee Cheuk-yan (che ha partecipato a Milano a novembre all’incontro organizzato da Tempi, La libertà è la mia patria), Albert Ho, Jimmy Lai e Joshua Wong.

Durante l’udienza di martedì, il giudice ha domandato a ogni imputato se avesse compreso l’accusa che gli era rivolta. In molti hanno usato il proprio diritto di parola per denunciare quella che tutti a Hong Kong vedono come una accusa «politica», che ha come unico obiettivo quello di «azzerare il dissenso». «Io ho capito che un regime spietato non può fuggire dal reato di massacro. Basta con il governo del partito unico!», ha dichiarato Leung Kwok-hung, 64 anni, meglio conosciuto col soprannome di “capelli lunghi”.

«COMMEMORARE LE VITTIME NON È UN CRIMINE»

Figo Chan, 24 anni, ha esclamato: «Io ho capito che la soppressione politica è una vergogna. Liberate tutti i prigionieri politici». Lee, dal canto suo, ha tenuto una conferenza stampa fuori dall’aula, dove molti manifestanti esponevano cartelli con il messaggio: «Non è un crimine commemorare il 4 giugno». «Dobbiamo ripetere e ripetere che commemorare il 4 giugno non è un crimine», ha spiegato. «L’oppressione sofferta dagli attivisti del 4 giugno 1989 non è molto diversa da quella che il popolo di Hong Kong ha patito l’anno scorso», ha aggiunto riferendosi alla violenza con cui la polizia dell’ormai ex città autonoma ha represso l’oceanico movimento anti-estradizione.

Lee è presidente dell’Alleanza di Hong Kong, che ha appena riaperto il museo. Nelle stanze è stato aggiunto un riferimento alle proteste del 2019, equiparandole a quelle di Piazza Tienanmen. Nel timore che il museo possa presto essere chiuso dalle autorità, l’Alleanza ha lanciato una raccolta fondi per digitalizzare tutti i reperti e le testimonianze, in modo tale che, almeno virtualmente, tutti possano continuare a sapere la verità sul regime comunista.

Foto Ansa