Hong Kong. Il governo e la Cina fomentano le inaccettabili violenze

Oggi la polizia ha sparato a un manifestante, in fin di vita, mentre un altro agente ha cercato di investire i giovani con la moto. Dal canto loro, molti manifestanti hanno vandalizzato edifici e trasporti, arrivando a dare fuoco a un oppositore. Intanto la politica si nasconde, radicalizzando la situazione

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La situazione a Hong Kong sta degenerando e nessuno può dire come finirà la protesta che va avanti da oltre cinque mesi nella città autonoma. Stamattina si sono verificati nuovi gravi episodi di violenza sia da parte della polizia sia da parte di alcune frange violente dei giovani manifestanti. Un 21enne è in fin di vita dopo che un poliziotto gli ha sparato a bruciapelo durante una colluttazione a Sai Wan Ho. Lo stesso agente ha sparato altri due colpi, forse ferendo un altro giovane. In un’altra zona della città, un poliziotto ha cercato di investire i manifestanti con la motocicletta. A Ma On Shan, durante un litigio, i manifestanti hanno dato fuoco a un uomo che li stava insultando per le proteste. È indispensabile un intervento della politica, ma il governo di Carrie Lam sembra paralizzato.

LA MORTE DEL PRIMO MANIFESTANTE

Venerdì il manifestante 22enne Chow Tsz-lok è morto in ospedale. Lo studente all’Università di scienze e tecnologia era caduto nella notte fra il 3 e il 4 novembre dal terzo al secondo piano di un parcheggio a Tseung Kuan O, forse mentre cercava di scappare dalla polizia (che nega questa versione), impegnata a risolvere degli scontri nelle vicinanze. Migliaia di persone si sono riunite nel quartiere Central per piangerne la morte e accusare «la furia della polizia che uccide le persone».

La prima vittime da quando le proteste contro la legge sull’estradizione sono scoppiate cinque mesi fa ha spinto i manifestanti a lanciare uno sciopero generale per oggi. Fin dalle 6 del mattino alcune stazioni della metropolitana e alcuni arterie principali della città sono state bloccate dai giovani.

«VI POSSO ARRESTARE TUTTI QUANDO VOGLIO»

La polizia ha fatto irruzione verso le 7 del mattino al Politecnico, gridando ai manifestanti pacifici: «Posso arrestare chiunque di voi quando voglio». Sono stati lanciati anche gas lacrimogeni, mentre altre cinque università hanno deciso di sospendere tutte le lezioni, al pari di molti licei.

Per liberare una strada a Kwai Fong, un poliziotto a bordo della sua motocicletta ha cercato di investire i manifestanti guidando in mezzo alla folla a tutta velocità. Per fortuna, nessuno è rimasto ferito.

MANIFESTANTI E OPPOSITORI FERITI IN MODO GRAVE

Non è andata così bene a Sai Wan Ho, dove verso le 8 del mattino un poliziotto ha sparato da mezzo metro a un manifestante vestito di nero, colpendolo nel petto. Mentre il ragazzo veniva portato in ospedale, la polizia ha diffuso un comunicato spiegando che l’agente temeva che volesse sottrargli la pistola.

In un terzo, gravissimo incidente avvenuto verso mezzogiorno sul ponte pedonale a On Chun, un uomo che stava litigando con i manifestanti, criticando le loro azioni, è stato ricoperto di benzina e dato alle fiamme. Non è in fin di vita, ma si trova ora in ospedale con ustioni di secondo grado.

«LA VIOLENZA NON RISOLVERÀ I PROBLEMI»

Se da un lato i manifestanti hanno condannato le violenze della polizia, accusandola di usare la forza «in modo sproporzionato e non necessario», è chiaro che non possono non essere condannate anche le violenze di alcune frange di manifestanti. Altri, infatti, hanno organizzato sit-in del tutto pacifici in molte aree della città.

È assolutamente condivisibile il comunicato redatto dall’Università di scienza e tecnologia, frequentata dallo studente morto venerdì: «Siamo molto rattristati dal fatto che i disordini abbiano cominciato a investire anche le università. Il governo deve proporre soluzioni concrete a queste dispute sociali in modo che l’ordine e la pace possano tornare. L’Università torna a ribadire a tutti gli attori di restare calmi perché la violenza non può risolvere i problemi ma contribuisce solo ad aumentarli».

LE COLPE DELLA CINA E DI CARRIE LAM

Sono invece inaccettabili le parole di Carrie Lam, che in serata ha condannato le violenze dei manifestanti. Se la situazione è infatti degenerata in modo pericoloso è perché la governatrice, fin dalle prime oceaniche proteste pacifiche di giugno, quando scesero in piazza fino a due milioni di persone (un cittadino su quattro), ha ignorato le istanze della popolazione. All’inizio si è rifiutata di ritirare la legge sull’estradizione, poi ha chiamato le proteste pacifiche «sommossa», infine si è rifiutata di autorizzare un’indagine indipendente sulle violenze innegabili della polizia. In un audio rubato ha ammesso di aver compiuto «errori imperdonabili» e di doversi dimettere, se solo Pechino lo consentisse. La Cina, impedendo a Lam di cedere alle richieste più che legittime dei manifestanti, sta radicalizzando la protesta in modo pericoloso. Nessuno è in grado di dire che cosa succederà nelle prossime settimane, mentre gli scontri cominciano a causare le prime vittime.

GRANDE INCONTRO DI TEMPI SU HONG KONG

Ed è proprio per capire che cosa sta succedendo a Hong Kong che Tempi ha organizzato il 29 novembre, ore 21 al Pime (via Mosé Bianchi 94) a Milano, un grande incontro su Hong Kong, dal titolo: “La libertà è la mia patria. Da Piazza Tienanmen a Hong Kong”. Parteciperanno Gianni Criveller, missionario nella città autonoma dal 1991, e Albert Ho Chun-yan, avvocato e politico di Hong Kong, uno dei leader del movimento democratico locale, ex presidente del Partito democratico della città e direttore del Museo 4 giugno, l’unico luogo pubblico in tutta la Cina dove si può commemorare la strage di Piazza Tienanmen.

Foto Ansa