Cina: «Smettete di insegnare ai giovani di Hong Kong lo spirito critico»

Il Quotidiano del popolo, megafono del Partito comunista cinese, se la prende con le scuole di Hong Kong e la materia di «studi liberali»: «Avvelena le menti dei giovani»

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I cittadini di Hong Kong protestano da 20 settimane consecutive, portando in piazza centinaia di migliaia di persone? Tutta colpa delle scuole della città che insegnano gli «studi liberali». Lo ha scritto ieri il Quotidiano del popolo del Partito comunista cinese, scagliandosi contro le proteste dei giovani a Hong Kong e il sistema educativo della città.

Domenica decine di migliaia di persone sono scese in piazza ancora una volta per chiedere le dimissioni della governatrice Carrie Lam, che in questi mesi ha gestito malissimo le manifestazioni. Nonostante la polizia avesse proibito le contestazioni, i cittadini sono scesi in piazza ugualmente, soprattutto per dimostrarsi solidali con Jimmy Sham. Il leader del Fronte civico per i diritti umani, gli originari organizzatori delle marce di protesta, è stato aggredito con martelli e chiavi inglesi da ignoti il 16 ottobre. Tre giorni fa, un uomo che distribuiva volantini per invitare i concittadini alla manifestazione di domenica è stato accoltellato.

LE RICHIESTE DI HONG KONG

I cittadini di Hong Kong non vogliono farsi intimidire e dopo il ritiro della legge sull’estradizione, che ha scatenato le prime proteste quattro mesi fa, continuano a chiedere le dimissioni di Lam, un’indagine indipendente sulle violenze della polizia, il ritiro della definizione delle proteste come “sommossa”, l’amnistia per le oltre 1200 persone arrestate e il suffragio universale. Lam, che in un audio diffuso da Reuters, ha ammesso di «servire due padroni», con evidente riferimento alla Cina, e di avere «uno spazio di manovra molto molto limitato» per porre fine alle proteste, si è dimostrata resiliente a tutte le richieste di dimissioni.

La scorsa settimana, il suo discorso sullo stato di Hong Kong è stato interrotto in Parlamento dai deputati democratici e ha dovuto trasmetterlo per la prima volta in diretta Facebook. Anche la sua decisione di utilizzare la legge di emergenza di derivazione britannica per impedire l’utilizzo di maschere per coprirsi il volto durante le manifestazioni è stato duramente criticato.

VIETARE GLI «STUDI LIBERALI»

Per il Quotidiano del popolo, come riportato da Reuters, non è la sua pessima gestione della situazione ad aver alimentato le proteste, ma l’educazione liberale impartita nelle scuole di Hong Kong. Nelle classi, secondo il megafono del Partito, si «instillano prospettive politiche» sfavorevoli a Pechino che «ignorano la realtà, distorcono la verità e avvelenano le menti dei giovani».

La materia denominata «studi liberali» messa sotto accusa dalla Cina non è altro che una sorta di educazione civica dove gli studenti sono spinti a imparare il giudizio critico su quanto avviene nella società. Non stupisce perciò che Pechino vi si opponga. La scorsa settimana, il ministero dell’Educazione cinese ha pubblicato nuove linee guida che tutte le scuole del Continente devono seguire, con l’obiettivo di punire e rimuovere «gli insegnanti politici non qualificati». Ad agosto è stato rivisto il curriculum di educazione politica, obbligatorio in tutti i gradi di insegnamento in Cina. L’obiettivo è «continuare a marciare in linea con la nuova ideologia del Partito, inculcare in modo comprensivo il Socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era di Xi Jinping nelle menti dei giovani e permettere ai valori chiave del socialismo di permeare il sistema educativo nazionale».

GLI ERRORI DELLA CINA

Le scuole di Hong Kong, che godono di ampia autonomia secondo la cornice istituzionale “un paese, due sistemi”, non rispondono evidentemente agli standard di Pechino. Ma la verità è che il tentativo del regime comunista cinese di mettere le mani su Hong Kong, aumentando l’influenza del Partito a scapito dei “due sistemi”, è all’origine delle proteste. Inoltre, se la Cina permettesse alla popolazione di Hong Kong di eleggere democraticamente i suoi governanti, Lam non si troverebbe nella posizione di essere delegittimata e vista come una marionetta nelle mani di Pechino.

Foto Ansa