Harvard epura il decano Sullivan, avvocato del diavolo Weinstein

L’ultima vittima dell’isteria degli studenti di legge è il primo preside afroamericano della facoltà. Colpevole di aver difeso l’orco d’America facendo il suo mestiere di penalista

«A maggio, l’Harvard College ha annunciato che non avrebbe rinnovato la mia nomina e quella di mia moglie, Stephanie Robinson, a decani della Winthrop House, una delle residenze universitarie di Harvard, perché sono uno degli avvocati che hanno rappresentato il produttore hollywoodiano Harvey Weinstein. La decisione dell’amministrazione ha seguito le segnalazioni di alcuni studenti che si sentivano “non sicuri” in un’istituzione guidata da un avvocato che avrebbe assunto il signor Weinstein come cliente». Il contributo inviato al New York Times da Ronald S. Sullivan Jr., professore presso l’Harvard Law School, andrebbe stampato, distribuito e appeso all’entrata di tutti i templi della giurisprudenza americana. Per mostrare fin dove si è spinta l’industria del risentimento dei campus alla ricerca isterica di un “safe space”: agli antipodi di tutto ciò che una scuola di legge dovrebbe insegnare.

DALLA GLORIA A WEINSTEIN

Ronald S. Sullivan Jr. è uno dei maggiori avvocati penalisti degli Stati Uniti. Primo preside afroamericano di una facoltà ad Harvard, direttore del Criminal Justice Institute presso l’Harvard Law School, già direttore del Public Defender Service di Washington, Sullivan ha preso parte a grandi processi della storia recente americana. Ha rappresentato personaggi controversi come Aaron Hernandez, l’ex giocatore dei New England Patriots processato per duplice omicidio, e la famiglia di Usaamah Rahim, ucciso dalla polizia di Boston e accusato di essere un terrorista, ha rappresentato anche la famiglia di Michael Brown, freddato dalla polizia nel Missouri, nella causa per omicidio contro la città di Ferguson, ha liberato migliaia di louisiani incarcerati senza giusto processo dopo l’uragano Katrina.

Durante i dieci anni anni in cui ha prestato servizio come preside di facoltà, Sullivan ha rappresentato vittime di violenza sessuale e persone accusate di violenza sessuale, in tribunale così come in università, fornendo consulenza e rappresentanza agli studenti nell’ambito del Titolo IX. In dieci anni nessuno ha mai messo in discussione la sua attenzione e preoccupazione nei casi di molestie, violenze e abusi. Un eroe liberal acclamato da tutti. Ma quando si è unito alla squadra di difesa di Harvey Weinstein è scoppiato il finimondo.

«TU DA CHE PARTE STAI?»

«Sono disposto a credere che alcuni studenti si sentissero insicuri. Ma i sentimenti da soli non dovrebbero guidare la politica universitaria. Gli amministratori devono aiutare gli studenti a distinguere tra sentimenti che hanno una base razionale e quelli che non ce l’hanno. Nel mio caso, Harvard ha perso l’opportunità di aiutare gli studenti a farlo». Nessuna discussione ragionata è stata portata avanti in università: «La situazione è insostenibile», ha scritto Rakesh Khurana, decano dell’Harvard College, a studenti e docenti informandoli che non avrebbe rinnovato l’incarico a Sullivan. Poco importa che Sullivan nel frattempo si fosse ritirato dal team legale di Weinstein e che 52 colleghi di giurisprudenza avessero firmato un appello in sua difesa sottolineando l’ovvio, ovvero che il suo impegno a rappresentare clienti impopolari fosse pienamente coerente con il suo ruolo di professore di legge e preside di facoltà; poco importa ricordare che Sullivan in passato avesse perfino difeso anche l’attrice Rose McGowan, la prima accusatrice di Weinstein: ancora una volta la reazione degli studenti (emblematico il graffito con cui è stato imbrattato il muro di casa Sullivan, «Tu da che parte stai?») ha rappresentato l’elemento dirimente e avuto la meglio sul blasonato spirito critico dell’università.

LA CACCIATA DI BRETT KAVANAUGH

Era già accaduto pochi mesi fa, con la messa al bando del corso di Brett Kavanaugh alla Harvard Law School. Quando il New Yorker pubblicò il resoconto sulla presunta condotta di Kavanaugh, matricola a Yale, gli alunni scrissero una lettera aperta a sostegno di «tutte le donne che hanno subito aggressioni sessuali, non solo a Yale, ma in tutto il paese» e l’Office of Student Affairs distribuì biscotti per rassicurare gli studenti: «Stiamo pensando a voi». Per non essere da meno, gli universitari di Harvard, dove il vicepresidente della Corte Suprema di Washington teneva un corso all’anno dal 2008, dopo la pubblicazione sono usciti dalle classi indossando spille con la scritta “I Believe Christine Blasey Ford” (l’accusatrice di Kavanaugh), il rettore ha annunciato «stiamo sostenendo i nostri studenti nell’affrontare questi problemi», circa mille ragazzi hanno firmato una petizione sostenendo che la presenza di Kavanaugh nel campus mandasse questo messaggio alle studentesse: gli uomini potenti sono al di sopra della legge. E in molti hanno anche presentato reclami sostenendo che la presenza stessa del giudice nel campus costituisse di fatto una molestia sessuale.

STUDENTI TUTTI GRAFFITI E BISCOTTINI

Se il caso Kavanaugh ha già dimostrato come il mantra #BelieveSurvivors nei campus abbia ormai la meglio sullo stato di diritto (l’etichetta del “sopravvissuto” presume una conclusione che toccherebbe alle prove stabilire: cioè che l’accusato è certamente colpevole di un reato), cozzando contro il principio legale secondo il quale ogni accusato merita una vigorosa difesa, il caso Sullivan fa ancora più paura. Fa paura pensare che la generazione snowflake, dei biscottini rassicuranti, dei trigger warning (introdotti per avvertire gli allievi della presenza di argomenti potenzialmente ansiogeni nelle lezioni di diritto in cui si trattano casi di violenza sessuale), questa élite di studenti di legge che oggi invoca un “safe space” per tutto e tutti diventerà un giorno giudice.

«Non molto tempo fa, stavo portando a scuola mio figlio di 9 anni quando abbiamo visto il muro di casa nostra imbrattato dalla scritta “Sullivan dimettiti”. Ho dovuto spiegare a mio figlio che rappresentare clienti impopolari serve un importante ruolo costituzionale nella nostra democrazia e che non ho fatto nulla di male. Come potete immaginare, è stato difficile vedere mio figlio leggere quel graffito. L’amministrazione non ha detto e non ha fatto nulla in risposta all’atto vandalico. Ancora una volta, un discorso ragionato ha ceduto al sentimentalismo greve».

LA MORTE DEL PENSIERO CRITICO

Sullivan peraltro non è affatto contrario alle proteste studentesche, «molti importanti movimenti di giustizia sociale sono iniziati con le proteste studentesche, compresi i movimenti da cui io, come afro-americano, ho beneficiato. Se non fosse stato per gli studenti che hanno inscenato sit-in ai tavoli da pranzo, non avrei avuto l’opportunità di essere formato alla Harvard Law School. Ma sono profondamente turbato dalla reazione degli amministratori universitari che si occupano della crescita e dello sviluppo degli studenti. Il compito di un insegnante è quello di aiutare gli studenti a pensare attraverso ciò che costituisce un argomento ragionevole. È un abbandono del dovere lasciarsi intimidire da posizioni senza princìpi».

Nei campus l’emozione incontrollata ha sostituito il pensiero critico. Rivendicazioni, proteste arrabbiate, piuttosto che argomentazioni rigorose, libera ricerca e libero pensiero sembrano guidare la politica universitaria. «Le cose devono cambiare. Finché non cambieranno, le università offriranno un profondo disservizio a quanti si affidano a noi per essere educati».

Foto Ansa