Il frate che ha tenuto testa a Isis, Al-Qaeda e all’attuale padrone della Siria
Pubblichiamo l’intervento integrale, adattato per ragioni di chiarezza, tenuto al Meeting di Rimini il 24 agosto da Hanna Jallouf, nominato l’1 luglio 2024 vicario apostolico di Aleppo da papa Francesco. Durante la guerra civile che ha sconvolto la Siria, il frate francescano della Custodia di Terra Santa, insieme a un suo confratello, ha continuato a servire la piccola comunità di 700 eroici cristiani nei villaggi di Knayeh, Yacoubieh e Gidaideh, nella provincia dell’Idlib, nord-ovest della Siria. Qui è stato sottoposto alle angherie dello Stato islamico, prima, e della versione siriana di Al-Qaeda poi, conoscendo personalmente il metodo di governo dell’attuale padrone della Siria, Abu Muhammad al-Jolani, che oggi preferisce essere chiamato Ahmed al-Sharaa. Il racconto di monsignor Jallouf rappresenta una testimonianza unica sulla vita condotta dai cristiani sotto il regime dei terroristi islamici.
Sono lieto di dare il mio contributo per essere cristiani in un mondo cristiano. Mi trovavo nella provincia di Idlib, nel nord della Siria, eravamo 40.000 cristiani in 11 parrocchie, c’erano diverse comunità cristiane: latini, greco-ortodossi, armeno-ortodossi e protestanti. All’inizio della guerra, tutti sono scappati via e siamo rimasti in 700 persone. Anche i preti e le suore, c’erano quattro comunità, hanno lasciato i loro posti e siamo rimasti in 2 frati francescani per 3 villaggi: Knayeh, Yacoubieh e Gidaideh.
«Attenti, per loro siamo tutti infedeli»
La prima cosa che ho fatto è radunare questa gente: «Sentite – ho detto -, gli uomini che sono arrivati non conoscono le nostre diversità. Per loro noi siamo tutti infedeli. Ecco perché mano nella mano dobbiamo vivere insieme e dare buona testimonianza della nostra vita cristiana. Se ci arriva un pezzo di pane, dividiamolo tra noi». E così abbiamo iniziato. Prima è arrivato l’Isis. Isis significa morte, sterminio, incarcerazione. Dopo tre giorni dal loro arrivo nella provincia, il loro capo religioso ha bussato alla porta del convento chiedendo dove fossi. Io non c’ero e lui ha detto alla suora che aprì il portone: «Fagli sapere che domani alle 9 del mattino sarò di nuovo qui». Quando ho sentito che cosa mi aspettava, il mio cuore era paralizzato dalla paura.
Allora ho pregato così il Signore: «Questo popolo non è mio, è tuo, o Signore. Ti chiedo soltanto di infondermi saggezza». Il giorno successivo alle 9 in punto sono arrivate due macchine blindate con a bordo uomini tutti mascherati, con i fucili in spalla. Hanno chiuso la strada e sono scesi. Un uomo alto 190 centimetri mi ha salutato con arroganza. Si faceva chiamare Al-Tunisi. Allora io gli ho risposto a tono: «E io sono padre Hanna. Si accomodi».
«Passare all’islam? Diventa tu cristiano»
Voleva entrare nel convento con le armi, allora l’ho fermato. «Con le armi non puoi entrare qua, perché questa è una zona sacra». Lui ha reagito: «Noi con le nostre armi entriamo dove vogliamo, anche nelle moschee, e distruggiamo tutto». Ho replicato: «Se tu credi che le tue armi ti proteggano, allora entra pure».
Con uno dei suoi seguaci ha cercato di convertirmi all’islam, spiegandomi che era la fede dell’amore, citando Maometto e tanti versetti del Corano. Io l’ho ascoltato e appena ha finito, ho risposto: «Lei si chiama Al-Tunisi, vuol dire che viene della Tunisia. Deve sapere che la Tunisia prima di essere musulmana era una nazione cristiana e ha dato al mondo tanti santi: santa Monica, sant’Agostino [Tagaste, come Ippona, in realtà si trova nell’attuale Algeria – ndr], santa Felicita e Perpetua, san Cipriano. Ti invito a tornare alle tue origini, che sono cristiane».
La trattativa sulla tassa di sottomissione
Allora quello si è infuriato, era un capo religioso dell’Isis, non una persona normale. Mi ha detto: «Io non credo alla storia». Allora gli ho chiesto che cosa veniva a fare da noi e ho iniziato a fare domande sul loro movimento e il loro fondatore, per calmarli. Poi ho messo le cose in chiaro: «Senti, io non mi convertirò all’islam e tu non ti convertirai al cristianesimo. Dimmi, che cosa possiamo fare per servire insieme questa gente che abbiamo tra noi?».
Lui mi ha detto: «Se non volete convertirvi, c’è il trattato di Omar [il secondo califfo dopo Abu Bakr – ndr]». Io ho fatto finta di non sapere chi fosse e gli ho chiesto che cosa dicesse questo trattato. Lui ha continuato: «È l’accordo che venne fatto con Sofronio, patriarca di Gerusalemme. Stabilisce che dovete togliere tutti i vostri segni religiosi, le vostre croci, le vostre statue e le Bibbie. Nessun simbolo cristiano deve essere visibile. Inoltre, non potete suonare le campane, le vostre donne devono portare il velo e poi dovete pagare la tassa di sottomissione».
Quando ha finito gli ho detto che non avremmo accettato le ultime due condizioni. «Le nostre donne non si coprono», ho insistito, «perché possono vestirsi degnamente con sciarpe e gonne sotto al ginocchio. Questo è il massimo. E poi, se non sbaglio, il trattato dice che voi dovete proteggerci in cambio del pagamento del tributo. Voi potete proteggerci dai missili e dagli aerei del governo?». Lui ha scosso la testa. «Allora non paghiamo». Dovunque sia passato l’Isis, ogni cristiano ha dovuto pagare 17 grammi d’oro. Invece da noi non abbiamo sborsato un soldo grazie a queste trattative.

«È questa la misericordia dell’islam?»
Poi gli ho chiesto che cosa sarebbe successo se non avessimo accettato l’accordo. «Chiuderò il villaggio, brucerò tutte le case e le chiese e lo proclamerò territorio dello Stato islamico», ha detto. «E questa sarebbe la religione della misericordia che vieni a portarci?», gli ho risposto. Lui ha solo ribadito di togliere tutti i simboli religiosi e io ho l’ho fatto. Poi ho chiesto che ci riportassero un uomo che era stato rapito da 58 giorni. Lui ha risposto solo: «Inshallah». Io ho insistito: «È un sì o un no?». Così per tre volte.
La settimana dopo, io ho fatto togliere tutte le croci e gli altri simboli religiosi e lui mi ha riportato l’uomo rapito, dicendomi: «Ecco l’uomo che hai chiesto. Sono stato fedele alla mia parola». Ho risposto: «Anch’io ho mantenuto la mia. Non ho più suonato le campane». Da quel giorno è nata tra noi una specie di amicizia, non so come definirla. Ogni volta che avevano bisogno di cibo, acqua o di altro chiedevano a noi cristiani perché non si fidavano dei musulmani. E quando qualcuno ci rubava qualcosa, venivano a riportarcela di notte chiedendomi di non raccontare niente a nessuno. Sono rimasti tra noi per 105 giorni e poi se ne sono andati.
Arrivano i terroristi di Al-Jolani
Al loro posto è arrivata Al-Nusra, il Fronte di liberazione di Al-Jolani. La prima domanda che mi hanno fatto è: «Che accordi avete preso con l’Isis? Continuiamo anche noi con quelli».
Dopo un mese, però, non hanno rispettato i patti. Ci perseguitavano, ci portavano in tribunale e ci cacciavano, non potevamo alzare la voce con un musulmano, era proibito accendere la televisione e tenere il volume alto. Abbiamo passato giorni terribili. Ci hanno tolto tutto ciò che era d’oro: croci, lampadari e altri oggetti.

«Domani ti ammazzerò in piazza»
Poi un giorno sono venuti a perquisire il convento e tra le carte hanno trovato una mia lettera firmata al ministero degli Interni di Bashar al-Assad, nella quale scrivevo che un nostro fratello era stato ucciso dai ribelli e che il suo nome doveva essere cancellato dai registri. Loro mi hanno accusato di collaborazionismo e mi hanno chiesto di scrivere una seconda lettera: «Sono padre Hanna, parroco di Knayeh, e testimonio di essere stato ucciso».
Mi hanno fatto firmare, poi hanno presso il fucile e me l’hanno puntato alla testa. Uno di loro stava per spararmi ma l’altro lo ha fermato dicendo di aspettare. E quello: «Senti, se non ti ammazzo oggi, ti ammazzerò domani in piazza davanti a tutti, così tutti sapranno quello che hai fatto». Io ho replicato: «La gente sa già tutto quello che ho fatto, ma domani vedrà quello che farai tu».
Poi ho chiesto di incontrare il loro capo religioso e dopo due giorni sono venuti a prendermi e mi hanno portato in prigione con altre 17 persone della mia comunità, uomini e donne, trafugando tutto ciò che potevano dal convento.
Cristiani arrestati e torturati
Eravamo tutti in una stessa cella. Io non sono stato toccato, forse perché mi rispettavano in quanto frate o leader della comunità, ma gli altri sono stati duramente picchiati per convincerli a convertirsi all’islam. Siamo rimasti quasi 20 giorni in prigione. Poi mi hanno interrogato accusandomi di collaborazionismo. Io ho spiegato che in quanto capo della comunità avevo l’obbligo di ricevere tutti, anche i soldati del governo di Assad. Poi ho ammesso di avere collaborato con loro, ma per il bene della gente.
E gli ho raccontato di avere diviso il convento in tre settori: uno per i musulmani sunniti, uno per i cristiani e uno per gli alawiti. E poi gli ho ricordato che quando una donna musulmana ha avuto bisogno di aiuto, sono stato io a convincere i soldati dell’esercito a farla uscire con il marito perché trovasse un ospedale adeguato per partorire. «Voi in otto mesi non siete riusciti a forzare il blocco dell’esercito con le vostre auto kamikaze. Io invece ci sono riuscito in cinque minuti. Questo non è un disonore, ma una onorificenza che mi appunto sul petto».
Allora ho aggiunto, parlando al giudice: «Voi siete senza misericordia, senza fede e senza religione. Perché avete messo le donne nella stessa cella degli uomini? Metteresti mai tua madre nella stanza con altri uomini». «No». «E allora perché ti comporti così con loro? Se hanno fatto qualcosa, puniteli, altrimenti rimandateli a casa». Il giorno dopo hanno rilasciato tutte le donne. E poi gli altri. Io sono rimasto in prigione altri 19 giorni e alla fine mi hanno liberato, ordinandomi di non uscire dal convento.

«Mi sono sentito come Cristo»
La gente non pensava che sarei ritornato e aveva già preparato le valigie per scappare. Quando mi hanno visto tornare sono rimasti scioccati e sono corsi al convento per salutarmi e abbracciarmi. Qualcuno si è inginocchiato per baciare il mio abito e i sandali. Ho capito in quel momento che cosa vuole dire davvero l’amore cristiano.
Le cose poi sono andate avanti secondo questo copione: eravamo continuamente perseguitati. Un giorno sono stato chiamato di nuovo in tribunale. Il giudice, dopo avermi fatto aspettare 7 ore in piedi fuori dalla porta, mi ha ricevuto chiedendomi perché vestissi il saio. Ho risposto che è il mio abito francescano e poi ho replicato: «E tu perché vesti il tuo abito?». Lui ha spiegato di essere un giudice e io allora gli ho detto che ero un frate. Uno di loro mi ha dato uno schiaffo in pieno viso, urlandomi: «Così manchi di rispetto al giudice?». Mi sono sentito come Cristo.
Poi il giudice ha continuato: «Eravamo d’accordo che voi non avreste portato alcun segno religioso cristiano al di fuori del vostro convento e questo è un segno». Da quel momento, ho accettato di toglierlo in pubblico e di uscire in borghese solo per salvare i nostri fedeli.
Il faccia a faccia con Al-Jolani
Le cose sono andate avanti così fino al 2017, quando Al-Jolani [a capo della galassia jihadista Tahrir al-Sham – ndr] pensò di creare il primo nucleo di uno Stato e poiché non poteva essere monocolore, si avvicinò ai drusi, ai cristiani e agli sciiti. Nel 2022 allora chiesi un incontro con lui e gli mostrai tutti i nomi delle persone che erano state uccise, l’elenco dei terreni, delle proprietà, dei beni religiosi che ci erano stati confiscati. Lui all’inizio dell’incontro disse: «Sono qui per ascoltarvi». E io: «E noi siamo qui perché ascolti».
E gli ho fatto il lungo elenco di tutti i problemi avuti negli anni con i suoi uomini, compreso il mio incarceramento. Allora lui mi ha detto: «Siamo a giugno. Spero che per giugno prossimo tutto ciò che vi è stato tolto vi verrà restituito». Poi mi ha inviato alcuni suoi uomini per coordinare questo lavoro e io ho posto una condizione: «Come prima cosa non rivoglio i conventi, né le chiese, né i terreni. Voglio la giustizia per le vedove e per gli orfani».
Dopo due mesi, tutto ciò che era stato tolto alle vedove e agli orfani è stato restituito. Nel tempo ci hanno restituito anche il resto: prima i beni religiosi, poi le case, i terreni e il processo è in corso ancora oggi.

Il banchetto jihadista per il vescovo
L’1 luglio 2023 il Santo Padre mi ha nominato vescovo per la Siria. Io non so come, ma loro sono venuti a saperlo subito e Al-Jolani mi ha inviato tre suoi collaboratori per congratularsi della nomina, per farmi gli auguri e per invitarmi a un banchetto. Pur titubante, ho accettato e ho portato con me quaranta persone. Lui ha mandato dopo tre giorni un autobus a prenderci. Per me aveva inviato una Range Rover bianca.
A Idlib ci è stato preparato un banchetto da re, con ogni ben di Dio e a tutti hanno dato una bomboniera, come se fossimo a un matrimonio. Ho chiesto che cosa volesse dire e loro mi hanno risposto: «Perché tu sei il nostro sposo». Non ho capito bene cosa intendessero, ma due giorni dopo sono tornato con un mio confratello da Al-Jolani.
Lui ci aspettava sulla porta e io gli ho detto: «Ottocento anni fa il nostro fondatore, san Francesco, ha incontrato il sultano Al-Malik Al-Kamil. Non sappiamo cosa si sono detti, ma dopo quell’incontro i frati hanno avuto il permesso di accompagnare i pellegrini in Terra Santa e di custodire i luoghi sacri. Io ora lascio Idlib e ti chiedo di custodire i cristiani». «Con i miei occhi», ha risposto lui.
«Ci vediamo ad Aleppo»
Due giorni dopo sono partito e cinque dei suoi collaboratori sono venuti alle 4 del mattino ad accompagnarmi al confine con i territori controllati dal governo di Assad. Mi hanno salutato e mi hanno detto: «Ci vediamo ad Aleppo». Dopo un anno e mezzo le truppe di Al-Jolani sono davvero entrate ad Aleppo.
Io conoscevo tutti i capi, che sono venuti a salutarmi. Mi hanno chiesto se volevo parlare con Al-Sharaa, me l’hanno passato al telefono e lui mi ha detto: «Fai sapere ai cristiani che i loro beni non saranno toccati e che vogliamo che festeggino il Natale come si deve, con gli alberi, i presepi, suonando le campane e facendo festa, come e meglio di prima».
Io ho riferito questo messaggio di grazia alla comunità cristiana e a tutti i vescovi, che erano molto impauriti dopo 60 anni di regime. Io penso davvero che il Signore scriva diritto su righe storte e forse è Lui che mi ha scelto per questa nuova missione che mi affidato.
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