Gli elettori non sono stupidi: cosa chiede una nazione che strozza nelle urne elitismi e furbizie

Riforma di alcuni elementi essenziali della Costituzione subito e di altri in un orizzonte definito, elezioni tra un anno con presidenzialismo e doppio turno.

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Chi un tempo imparava a far seriamente politica sapeva che gli elettori non sono stupidi: possono essere in preda a pulsioni incontrollabili, possono in qualche caso essere manipolati ma sono assai più attenti alla realtà di quel che immaginano i vari elitisti che vorrebbero governare al posto del popolo sovrano. Questo è ben leggibile nel voto del febbraio 2013. Gli elettori del centrodestra conoscono abbastanza le magagne del berlusconismo ma considerano questa forza-tendenza l’unica in grado di contrastare un sistema di governare, che segna l’Italia sin dal 1861, attraverso i vari sistemi d’influenza (establishment, intellettualità sprezzante del popolo, settori degli apparati statali e condizionamenti internazionali) invece che nel rapporto con la società.

LA MEDIOCRITÀ DI MONTI. Simmetrico il giudizio sulla lista Monti (nel novembre del 2011 l’Udc aveva il consenso di oltre il 6 per cento degli italiani e Fli di oltre il 2; il premier uscente dunque, con il concorso della Bundeswehr, dei marine, del club Topolino, della loggia delle piccole marmotte, del Corrierino dei piccoli nonché dei grandi e così via, si è portato a casa un 2 per cento), considerata l’espressione di una volontà di potere senza reale rappresentanza: in parte era già avvenuto anche con il Partito d’Azione nel secondo dopoguerra, formazione, anche questa, che privilegiava le élite rispetto alle componenti fondamentali del popolo, sia socialiste sia cattoliche. Dopo il 1947 la perdita di influenza degli azionisti fu l’elemento centrale per consentire l’accordo sulla Costituzione. Rispetto a quegli anni naturalmente si confrontano eroi e giganti con figurine mediocri come Mario Monti, Casini e simili. E un giudizio analogo va dato alla loro “base sociale”: una cosa è avere dietro Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia, un’altra Alberto Nagel e Luca Cordero di Montezemolo. È interessante notare che come è tipico degli eroi e dei giganti, allora i vari azionisti si assunsero l’onere della scelta: c’è chi scelse il centrismo degasperiano come Ugo La Malfa e Leo Valliani, e chi la sinistra frontista come Vittorio Foa e Riccardo Lombardi.

LA SPARTIZIONE DI BERSANI. La sconfitta di Pier Luigi Bersani è quella del furbacchione, di chi considera il voto non un consenso da consolidare con coraggio, ma una marmellata messa per sempre nella dispensa. E con questo atteggiamento tipico delle nomenklature, si concentra più sulla spartizione del bottino che su un messaggio alla nazione. Naturalmente il Pd resta una grande forza popolare anche più ampia di quel che registra un voto determinato da eccessi di furbizia e se saprà resistere ai vari sistemi d’influenza che lo condizionano (a partire dalla banda De Benedetti) potrà essere uno dei soggetti per uscire dalla crisi dell’Italia: che fondamentalmente non è né economica né sociale ma è dello Stato.

GRILLO È COLPA DI NAPOLITANO. Per quel che riguarda Beppe Grillo, questo è un regalo che ci ha fatto il capo dello Stato, persona perbene e attenta alla tenuta della democrazia, ma che ha sbagliato nel non consentire il voto dopo la caduta di Silvio Berlusconi, nel volere il governo di un personaggio vanesio, nel non indirizzare il governo di sua invenzione verso un programma attivo di pacificazione, nel non controllare l’homunculus una volta che gli aveva dato vita. Una fetta enorme della società italiana (dai precari malamente difesi da una Cgil concentrata sull’articolo 18 a un’intellettualità senza chiaro mestiere figlia finale del ’68, a settori di ceti produttivi che si sentono traditi da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti – solo poi parzialmente recuperati –, fino agli operai dell’Ilva e della Finmeccanica che ascoltano le stupidaggini di Nichi Vendola mentre sono in gioco i loro posti di lavoro), di fronte a una politica che si arrendeva a iniziare dai vertici dello Stato, ha scelto con un sacco di contraddizioni l’antipolitica. È un fenomeno che può portare conseguenze dirompenti: l’idea di certi ambienti internazionali di risolvere il problema Italia semplificando la governance invece che consolidando la democrazia (anche con la speranza di fare un po’ di shopping togato-favorito tra Eni e Finmeccanica, tra Unicredit e Generali, tra Mps e Mediobanca) può trovare un elemento decisivo nell’impazzimento grillista, del quale si può dire che l’unico fattore positivo è sostituire l’irrazionalità delle Br con quella dei pagliacci, un passaggio dalla tragedia alla farsa da salutare positivamente.

NO ALLA MERKEL. Va osservato, peraltro, il fatto che la maggioranza degli italiani, votando contro il merkelismo (il dominio bottegaio della Germania), ha avuto la stessa reazione degli olandesi e dei francesi che rifiutarono una costituzione europea pasticciata: ciò sul momento creò sbandamenti, ma poi consentì una riflessione meno bottegaisticamente tedesco-dominata. Gestione dell’emergenza con un governo di minoranza dal programma discusso con l’opposizione di governo, riforma di alcuni elementi essenziali della Costituzione subito e di altri in un orizzonte definito, elezioni tra un anno con presidenzialismo e doppio turno. Una via per uscire dalla crisi è ancora possibile.

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